C’è una guerra anti-LGBTI globale guidata da Putin e mira a destabilizzare le democrazie occidentali

Qual è il filo rosso scarlatto che collega l'ascesa dei movimenti autoritari, populisti ed ultraconservatori di cui la comunità LGBTQIA+ è bersaglio preferito?

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Vladimir Putin e Donald Trump
Vladimir Putin e Donald Trump
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Da dove scaturisce l’impetuosa ondata d’odio che ha investito la comunità LGBTQIA+ negli ultimi anni? È un interrogativo che ci si ritrova, quasi inevitabilmente, a sollevare di fronte all’evidenza schiacciante di dati empirici che testimoniano una drammatica escalation di aggressioni verbali e fisiche, di leggi sempre più repressive e di campagne di disinformazione che non sembrano frutto del caso, ma appaiono orchestrate con precisione chirurgica su scala globale.

Quest’anno, ad esempio, la Bulgaria è diventata il terzo paese europeo a varare una legge contro la cosiddetta “propaganda gay” nelle scuole, unendosi a Lituania e Ungheria, che già da anni avevano adottato simili provvedimenti. L’Italia potrebbe presto seguire. Se a un colpo d’occhio superficiale tali azioni politiche potrebbero apparire frutto di dinamiche interne a ciascun paese, uno sguardo più approfondito rivela però una matrice comune: la Russia.

Non si tratta più quindi di semplici coincidenze, ma di un disegno più ampio, che parte dal 2012, anno in cui il Cremlino vietò ogni riferimento a “orientamenti sessuali non tradizionali” e “identità di genere” nelle scuole.

Una legge allora passata quasi in sordina, che ha però aperto la strada da una parte a una spietata persecuzione verso le identità non conformi sul territorio russo, e dall’altra, a una campagna culturale e politica capace, negli scorsi decenni, di estendere la sua influenza ben oltre i confini russi.

Dobbiamo però allargare lo sguardo, e approfondire le radici del fenomeno. Aspetto centrale di questo disegno è l’uso della retorica conservatrice per giustificare leggi repressive che, almeno in superficie, sembrano avere l’obiettivo di difendere i “valori tradizionali”, ma che in realtà sono un tassello fondamentale nella creazione di divisioni e tensioni all’interno delle democrazie occidentali. 

Partiamo dai fatti.  Negli ultimi anni, la Russia ha saputo costruire un sofisticato meccanismo di influenza sui paesi ex sovietici, facendo leva su una combinazione di fattori culturali, economici e politici. Ad esempio, la Chiesa ortodossa, profondamente radicata nell’identità nazionale di molti paesi dell’Europa orientale, è stata un alleato naturale per il Cremlino nella diffusione della retorica anti-LGBTQIA+.

La narrazione promossa da Vladimir Putin è semplice ma di impatto nel dipingere il liberalismo occidentale – di cui la comunità LGBTQIA+ è principale portabandiera – come una minaccia morale, trovando terreno fertile in un’Europa già profondamente divisa e sfaccettata che non vede più la risposta ai suoi molteplici problemi nella democrazia. Disillusi che peraltro Putin si prepara ad accogliere a braccia aperte. 

In questo contesto, l’Ungheria di Viktor Orbán è forse l’esempio più lampante. Sebbene faccia parte dell’Unione Europea, il paese ha progressivamente adottato politiche ispirate al modello russo, con una serie di provvedimenti che hanno sì limitato i diritti delle minoranze sessuali, ma anche, silenziosamente, rafforzato il controllo del governo sui media e sul discorso pubblico. 

La legge ungherese del 2021 contro la “promozione dell’omosessualità” rappresenta quindi il primo, eloquente tentativo di distanziarsi dalle pressioni liberali provenienti da Bruxelles, segnando un avvicinamento ideologico e politico alla Russia.

Dinamica poi ripetutasi in paesi come la Bulgaria e la Georgia, dove leggi simili a quelle russe – seppur diverse tra loro – sono state approvate sotto il pretesto di proteggere i minori dalla propaganda occidentale (aka agenti stranieri, comunità LGBTQIA+, organizzazioni a sostegno di migranti e rifugiati, collettivi femministi etc.).

Imperativo” – dunque – “considerare le leggi anti LGBTQIA+ come il frutto di un’impresa sovversiva da parte del Cremlino“, per utilizzare le parole di Maxime Forest, insegnante e ricercatrice francese presso l’Univesità Sciences Po.

Attraverso una sapiente miscela di soft power e pressione economica, Putin ha saputo sfruttare le vulnerabilità di questi paesi, molti dei quali dipendono ancora da Mosca per forniture energetiche e sostegno finanziario. In cambio, il Cremlino ottiene un allineamento ideologico che va ben oltre le questioni economiche, influenzando profondamente le politiche interne di questi stati e, di rimando, inficiando la coesione della tanto odiata Unione Europea – alleata NATO e vicina agli Stati Uniti, di cui parleremo a breve.

L’influenza russa non si limita infatti solo ai paesi europei. Negli ultimi anni, Mosca ha esteso la sua rete di alleanze anche in altre regioni, come l’Africa e il Medioriente, dove il conservatorismo morale – paradossalmente importato dall’occidente attraverso il colonialismo – è diventato potente strumento di legittimazione per regimi autoritari. Insomma, i nostri stessi errori stanno tornando a presentarci il conto.

La retorica anti-LGBTQIA+ trova infatti qui terreno fertile proprio a causa del forte sentimento antioccidentale, una sorta di ribellione alle pressioni di Stati Uniti ed Europa, e alle loro elemosine condizionali.

Conscia del montante astio verso tutto ciò che le democrazie occidentali rappresentano, la Russia non ha dovuto fare altro che esportare un paradigma diverso. L’accezione neutrale è voluta: chi siamo noi per definire ciò che è giusto o sbagliato? Chi siamo noi per accaparrarci le migliori risorse e lasciare i bruscolini a coloro a cui le rubiamo?

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Appaiono certamente domande provocatorie, che però Putin ha scelto di porre a tutti quei paesi su cui oggi esercita la propria influenza a 360°. E a quelli su cui spera di esercitarne.

Lungi dall’essere limitato alle questioni LGBTQIA+, se ci fermiamo a guardarla con attenzione, la campagna di delegittimazione del liberalismo occidentale ha ben poco di contenuti – facilmente confutabili – e ben molto di una strategia che punta a creare divisioni interne nei paesi democratici e a favorire l’ascesa di regimi illiberali. Davvero Putin è convinto che i valori tradizionali difenderanno la Russia dal vaiolo delle scimmie? Probabilmente no, ma qualcuno, sicuramente, ci crederà.

Schema confermato non solo dalle politiche adottate, ma anche dalle campagne di disinformazione a tappeto condotte da media filorussi, come RT e Sputnik, che nell’ombra diffondono – tramite una strategia multicanale e difficilissima da individuare – teorie cospirative e sentimenti di paura ed odio verso tutto ciò che i valori democratici difendono. Un piano già in essere da diversi anni, ma che ha visto – per nulla casualmente – il suo picco a partire dall’invasione russa sull’Ucraina.

Lo abbiamo visto chiaramente durante le Olimpiadi di quest’anno. Prima con l’ondata di critiche legate all’organizzazione della cerimonia d’apertura, poi con il caso di Imane Khelif. Una polemica che, non a caso, nasce proprio dalla federazione di boxe, guidata da Umar Kremlëv, intimo amico di Putin, e prontamente rilanciata dal nostro scaltrissimo e per nulla influenzabile, nè manovrabile Ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti.

La comunità LGBTQIA+, ma anche il femminismo, l’integrazione, il multiculturalismo, la libertà di culto e di orientamento politico: tutti concetti che nella retorica del Cremlino vengono distorti in una narrativa che presenta l’Occidente come decadente e moralmente corrotto, mentre si autoproclama difensore dei valori tradizionali e religiosi. E qualcuno, puntualmente, ci casca con tutte le scarpe.

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Non sorprende, infatti, che la strategia russa abbia fatto un giro lunghissimo e trovato eco anche in alcune frange della ultrareligiosa e tradizionalista destra conservatrice americana, eco che si esprime perfettamente nel Project 2025 citato da Kamala Harris durante il dibattito presidenziale degli scorsi giorni. Di cosa si tratta?

Sviluppato dall’Heritage Foundation – salotto conservatore in cui gli intellettuali della destra repubblicana tracciano le linee guida del partito – il Project 2025 non è altro che un programma articolato delle politiche che gli Stati Uniti potrebbero adottare nel caso in cui Donald Trump tornasse alla Casa Bianca.

Un progetto che – con l’accentramento dei poteri al presidente, una politica economica autarchica e ipercapitalista e la privatizzazione dei servizi essenziali – mira a ridisegnare radicalmente l’assetto socio-politico del paese, riportando indietro decenni di progressi sui diritti civili e sociali. Tre sue aree d’intervento più controverse rientra, casualmente, la questione LGBTQIA+.

Uno degli obiettivi centrali del Project 2025 è infatti l’introduzione di normative che limitano drasticamente i diritti delle persone LGBTQIA+, basandosi sulla retorica del “proteggere i bambini dalla propaganda gay“. E qui, il cerchio si chiude.

Il linguaggio utilizzato è infatti inquietantemente simile a quello utilizzato dalle leggi russe anti-LGBTQIA+, in un’asse tra conservatorismo americano e russo che rappresenta un’ulteriore conferma del fatto che la battaglia culturale, apparentemente confinata nei canonici stati illiberali al di fuori dell’area OCSE, sia ormai una più ampia guerra ideologica globale, che coinvolge anche quei territori definiti “sicuri” dal punto di vista dei diritti umani e civili.

Come si può dunque contrastare un contagio di questa portata? L’unica risposta efficace risiede in un radicale atto di autocoscienza collettiva: l’occcidente deve smettere di aggrapparsi alla propria pretesa di infallibilità, riconoscendo finalmente le proprie contraddizioni.

Il mito di un occidente che si erge come unico, insindacabile custode della giustizia globale ha alimentato non solo il risentimento, ma ha anche indebolito la sua stessa autorità morale. Non si può più sostenere di essere il faro delle libertà individuali mentre si chiudono gli occhi di fronte alle proprie disuguaglianze interne, alle derive xenofobe, o alla disillusione crescente di ampi strati della popolazione.

Il vero antidoto non è l’imposizione di valori in nome di una superiorità morale, ma una profonda revisione critica che parta dall’interno. Solo smettendo di esportare il liberalismo come dogma universale e accettando che la giustizia non è un concetto monolitico, l’Occidente potrà realmente riacquisire autorevolezza. Invece di ergersi come giudice, esso dovrà farsi promotore di un dialogo paritario, dimostrando che la difesa dei diritti umani non è una maschera per giustificare interventi o imposizioni, ma un principio che deve applicare innanzitutto a sé stesso.

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