Monica Vitti e l’inaspettato femminismo del cinema italiano

Perché la più grande attrice italiana ha dato uno scossone alla rappresentazione femminile nel cinema italiano, facendoci piangere ma soprattutto ridere insieme a lei.

Monica Vitti e l'inaspettato femminismo del cinema italiano
Monica-Vitti per Vogue Francia (1969)
4 min. di lettura

Lo scorso 4 Febbraio è morta Monica Vitti.
Quando l’ho saputo mi sono ritrovato a piangere al supermercato, davanti il bancone delle carote. Una scena in parte anche ridicola, che a dirla ad alta voce a me fa pure un po’ ridere. Ma in questo Monica è stata maestra: farci ridere mentre piangiamo tutte le lacrime del mondo.

Oggi più di ieri, ci sembra ovvio considerare Monica Vitti la più grande attrice italiana.
Ma tra gli anni 60 fino agli 80, Monica era una figura anomala, simbolo di una femminilità che lo schermo cinematografico, ancor più quello italiano, non era ancora abituato a contemplare. In un’industria dominata e orchestrata principalmente da uomini, anche la rappresentazione femminile si prestava alle proiezioni di un occhio fallocentrico, che se non rendeva la donna un orpello da contemplare in funzione dei protagonisti maschili, ne replicava una versione idealizzata o in linea con le proprie fantasie. Ma Monica Vitti era una creatura che semplicemente entrando in una stanza e lanciando uno sguardo alla macchina da presa, costringeva pubblico e registi a riscriverne la femminilità.

Monica Vitti e l'inaspettato femminismo del cinema italiano
Monica Vitti nel ruolo di Assunta Patané in “La ragazza con la pistola” di Mario Monicelli (1968)

Non era procace e voluttuosa come Sophia Loren o Gina Lollobrigida, aveva una voce così bassa e roca che all’Accademia Silvio d’Amico le dissero che non avrebbe mai potuto fare l’attrice con una voce così (al che lei rispose che se questa era la sentenza si sarebbe buttata sotto una macchina), e odiava immensamente il suo naso. Al contempo non aveva nemmeno la verve verace, ruvida, e neorealista di Anna Magnani. Le donne di Monica Vitti riuscivano ad essere tristi senza l’autocommiserazione, incazzate senza diventare delle bisbetiche da domare, dolci senza rivendicare una maternità, sexy senza restare bambole. Dopo La Trilogia dell’Incomunicabilità di Michelangelo Antonioni – dove  interpretava protagoniste perse e sole, ma incredibilmente stoiche nel loro malessere, in grado di accogliere le proprie paure e sbatterle in faccia alla classe borghese – Monica sente anche il bisogno di farci ridere, attraverso una comicità che non ride di lei, ma insieme a lei.

In un’epoca in cui il modello principale restava la satira di Franca Valeri –comica favolosa che attraverso maschere e costumi riusciva a ridere dello stereotipo femminile – Vitti non si nasconde e lascia spazio al mondo interiore di mille donne diverse: solo nel 1968 è “La ragazza con la pistola” di Mario Monicelli, una giovane siciliana sedotta e abbandonata, che abbandona la sua terra per andare in Inghilterra e uccidere l’uomo che l’ha “disonorata”. Ma arrivata nella capitale britannica, Assunta Patané si interfaccia con nuovi modelli femminili e punti di vista per lei sconosciuti fino ad allora, che diventano spunto di autodeterminazione, permettendole di maturare una nuova percezione di sé.

Negli anni 70, nella stessa epoca delle prime proteste e rivendicazioni femministe, nel “Dramma della Gelosia (tutti i particolari in cronaca)” interpreta Adelaide Ciafrocchi, pietra del peccato contesa tra Marcello Mastroianni e Giancarlo Giannini, che si rifiuta di ridursi a premio da conquistare e dichiara apertamente di volerli tutti e due: un triangolo amoroso dove la figura femminile non è più oggetto, ma soggetto attivo e parlante che cerca di orchestrare una relazione a tre, ancor prima che potessimo scomodare parole come poliamore. In tutti questi film la figura maschile è solo in apparenza il focus, per poi lasciar ampio spazio al mondo interiore di protagoniste nevrotiche, sfrontate, stratificate e autoironiche.

Monica Vitti, e l'inaspettato femminismo del cinema italiano
Marcello Mastroianni, Monica Vitti, e Giancarlo Giannini in “Dramma della gelosia (tutti i particolari in cronaca) di Ettore Scola (1970)

Pellicole che osservate in retrospettiva, lasciano spazio per un femminismo anche anacronistico: le femmine interpretate da Monica Vitti vengono quasi sempre gonfiate di botte, ricalcando quella narrazione popolare che normalizza ancora oggi la violenza sulle donne, etichettandola come “delitto d’amore”, “raptus di gelosia” o altre stronzate da prima pagina.
La stessa Monica ha fatto notare che i suoi personaggi prendono un sacco di botte – nemmeno troppo sorpresa, perché difatti i registi erano solo uomini, e lo sapeva pure lei. Ma con tutte le problematiche dell’epoca, Monica dava a queste donne un’immensa dignità: prendeva i cazzotti da Alberto Sordi nel finale di “Amore mio aiutami” ma ribadiva fino all’ultimo minuto chi era e quello che voleva, al costo di rimanerci secca. Donne che avevano bisogno di essere protette e amate, ma mai nemmeno una volta passive o remissive.  Donne che come diceva lei, facevano sempre dei passi o “passetti” in avanti.
Riteneva che se la comicità italiana si era costruita sui difetti dell’uomo, i suoi personaggi si basavano sulle “fragilità, sulla conquista di una coscienza e conoscenza. La loro condizione non era mai subita, ma imposta con l’orgoglio e la fierezza di chi vuole sempre avere l’ultima parola e fare una pernacchia al maschio patriarca.

Perché a 15, quando io ho deciso di fare l’attrice, bisogna mettere una donna all’alternativa di dire: tu la cosa più importante che devi fare è trovare un marito e difenderlo? Che l’importante è che abbia qualcuno per costruire un focolare, una famiglia? rispondeva durante un’intervista con Enzo Biagi nel 1971, stessa annata del Manifesto Rivolta Femminile di Carla Lonzi:” Perché non dirle invece: bisogna trovarsi un lavoro preciso, possibilmente duraturo, che ti dia prima di tutto un’indipendenza finanziaria.  Figlia della sua epoca e allo stesso tempo in grado di riconoscerne i limiti, dichiarando che se non scendeva anche lei in piazza ad urlare e manifestare era solo per paura o pudore. Ma quando Biagi le chiedeva perché si battesse per il femminismo, Monica lo diceva chiaramente: “Perché forse è ora.”

 

Monica Vitti e l'inaspettato femminismo del cinema italiano
Monica Vitti

 

 

 

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