Ha fatto non poco rumore l’annuncio di un ‘Partito Gay‘ (Solidale, Ambientalista e Liberale), partorito ieri da Fabrizio Marrazzo, Vittorio Tarquini e Claudia Toscano. Malumori sono piovuti dallo stesso movimento LGBT, scettico nei confronti di un’iniziativa che in tanti hanno criticato, per posizionamento politico, credibilità, senso e rappresentatività. Sin da quel nome, che dimentica un’enorme parte di comunità, a quel ‘Liberale’ che parrebbe occhieggiare ad una precisa parte politica nazionale che da sempre ci umilia, il Partito Gay ha certamente fatto clamore, grazie anche allo sbandierato e fantascientifico obiettivo del 15% nazionale, dato chiaramente ai confini della (ir)realtà.

Il rischio, enorme, è che il Partito Gay possa presto diventare il nuovo Popolo Della Famiglia, deriso dalla stessa comunità LGBT per le percetuali elettorali da prefisso telefonico, nel 2018 fermatesi allo 0.6%. Il rischio, gigantesco, è quello di tramutarsi in pericoloso boomerang, che vedrà i tanti, troppi cattoestremisti d’Italia salire felicemente sul carro del perculo, sottolineando l’inesistenza di un movimento che non vota neanche i ‘propri rappresentanti’. E qui casca l’asino, perché politicamente parlando Marrazzo, Tarquini e Toscano non rappresentano nessuno se non loro stessi, ambizioni personali e gli eventuali elettori che alle urle decideranno di dar loro fiducia.

Ma il cortocircuito politico della settimana è venuto presto a galla perché proprio Mario Adinolfi, l’uomo dello 0.6% che ad ogni elezione millanta sondaggi surreali e una fiumana di voti mai arrivati a destinazione, è stato il primo a deridere il neonato Partito Gay, via AdnKronos.

La mia profezia è che non ci sarà neanche una lista di questo paradossale partito sulle schede elettorali, in nessuna delle città in cui si andrà a votare in primavera. Non riusciranno nemmeno a raccogliere le firme“, ha provocatoriamente predetto il presidente del PDF. “Bisogna fare i conti con la realtà e la risposta politica che potrà avere tale partito è infinitesimale“, ha rilanciato Adinolfi, alla guida di un partito che è già di suo infinitesimale. Ma nessuno osi farglielo notare, perché Adinolfi ha certezze sue e soltanto sue.

Quando si fonda un partito si cerca di dare risposta a bisogni collettivi, come per esempio ho fatto io, insieme ai 300 costituenti, dando vita al Pdf. Ho immaginato di rappresentare decine e decine di milioni di italiani che vanno a comporre il popolo delle famiglie, persone regolarmente sposate con figli; 220.000 italiani mi hanno dato fiducia alle elezioni politiche del 2018. Quando si fonda un partito ci si riferisce a valori che hanno a che fare con una dimensione universale dell’essere umano, non a cosa si fa sotto le lenzuola. Trovo grottesco immaginare un soggetto politico che debba rappresentare un segmento della società che si autoghettizza segnalando la propria attività di carattere sessuale. Una scelta che dimostra – semmai ce ne fosse bisogno – che siamo in una fase di impazzimento della politica, in particolare di quella lobby Lgbt che appare davvero insaziabile, visto che negli ultimi anni ha ottenuto più di altre categorie nel nostro Paese, sia in termini di leggi ad hoc, che di tutele, che di denari indirizzati per l’appunto all’associazionismo Lgbt, di cui goduto in maniera sconsiderata.

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Il rischio, a dir poco enorme e a detta di chi scrive drammaticamente evidente, è quello di aver dato vita ad un partito che possa essere “utile” più ai nostri “nemici” che alla stessa comunità, particolarmente scettica sin dalla sua fondazione e storicamente mai compatta nell’indirizzare il proprio voto, proprio perché composta da mille anime. Se così fosse, non propriamente una grande trovata politica, ma un clamoroso ed evitabile autogol.

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