Il potere reazionario vorrebbero portarci da un’altra parte e lo sta in effetti facendo. Ma nulla può fermare lo sbriciolamento dei binarismi, e l’orizzonte travolgerà questi poveri binari, li farà letteralmente a pezzi. Anzi, si faranno a pezzi tra loro, come un Trump e un Musk qualsiasi. E saremo noi a raccoglierli, curarli e vestirli senza curarci del maschile e del femminile.
Joanthan Anderson è il nuovo direttore creativo di Dior, per uomo e donna e per haute couture.
E c’è una bellezza oscura, vertiginosa, nel pensare che da oggi le collezioni maschili e femminili di Dior nasceranno da un’unica mente. Un solo sguardo. Un solo corpo creativo. Un solo desiderio. Dopo anni di scissioni, compartimenti stagni, doppi binari stilistici – Hedi Slimane da una parte, John Galliano dall’altra, poi Kris Van Assche, poi Kim Jones e quindi Maria Grazia Chiuri – finalmente Dior torna ad avere un cuore solo, per tutti i generi, quali e quanti essi siano, in un glorioso, liberatorio chissenefrega sussurrato tuttavia senza proclami, al suono titillante di un carillon digitale che pungoli l’aria. Quel cuore è Jonathan Anderson.
Quarant’anni, nordirlandese, fondatore dell’omonimo brand nel 2008 e deus ex machina di Loewe dal 2013, Anderson è un creatore ossessionato dall’oggetto. Non racconta favole, non imbastisce sfilate come parabole da catechismo prêt-à-porter. Lui taglia, cuce, disfa. Insegue l’idea attraverso la forma, non attraverso il messaggio. Niente slogan stampati. Niente t-shirt da 850 euro per finti femminismi da influencer. Anderson crea abiti, non morale.
Jonathan Anderson, 11 anni di pura creatività tra LOEWE e JW
È la fine, dunque, dell’era di Maria Grazia Chiuri – e di tutto il suo estetismo tranquillizzante, della narrazione da vetrina che si poteva riassumere in un cartello: We Should All Be Feminists. Un claim prêt-à-penser, trasformato in tessuto, venduto a peso d’oro, brandito da Ferragni come fosse una preghiera pop. Ma i tempi sono cambiati. Dior – il brand totemico della famiglia Arnault, l’idolo personale del capitalismo couture – sembrava stanco, ripetitivo, opaco. Ora si affida a un nuovo sacerdote: e Jonathan Anderson è il più radicale e silenzioso tra i profeti possibili.
Con lui, la separazione tra maschile e femminile non ha più senso.
E del resto come dimenticare la sua vicinanza alle istanze queer? Come dimenticare questo decennio e più appena trascorso nel quale Anderson con il suo brand JW e con Loewe, ha sparigliato tutto con il delicato soffio della noncuranza? Ciao ciao genere, ciao ciao confini. Ma anche: ciao ciao strombazzati messaggi performativi tanto per avere un like e vendere qualche borsetta in più. Un genio del marketing contemporaneo, possiamo dirlo. Costumista anche per Guadagnino in Queer, “il suo film più onesto e frocio“.

Dior Uomo e Dior Donna non saranno più entità parallele ma forme fluide, figlie della stessa intenzione. La moda torna a essere un campo neutro, mobile, sensualissimo. Certo, sono molti i brand che hanno una sola direzione creativa per uomo e donna. Ma questa volta, in questa scelta, in questo mondo divorato dalle polarizzazioni, voglio pensare che questa convergenza di amorosi generi in un’unica pulsazione creativa sia in qualche modo una risposta, forse anche soltanto suggerita dai tempi, dalle energie che muovono le resistenze.
Jonathan Anderson ha sempre tracciato un territorio senza genere, dove una camicia può desiderare di essere una gonna, e un fiocco su un petto può non avere sesso. È un linguaggio complesso, anti-tematico, contrario alla favola con la morale. Non rassicura. Non consola. E proprio per questo, è meravigliosamente contemporaneo.

In questa nuova era, Dior potrebbe essere ovunque: in una camicia azzurra tagliata a pezzi o in un pareo stampato a fiori. La coerenza non è più ripetizione, ma tensione. Una vibrazione continua. Anderson – come Matthieu Blazy, ora a Chanel, suggerisce Andrea Batilla, penna tagliente dell’universo moda – lavora sulla materia come fosse carne viva, non simbolo. E nel loro duello silenzioso si gioca il futuro dell’haute couture. Un futuro meno binario, più inquieto, più vicino a questi tempi. E a quelli che verranno.
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