Un montaggio più “soft” per la sala? Le domande sulla censura
Perché in sala abbiamo visto un montaggio più contenuto? L’ipotesi è che si sia voluto mantenere il visto “VM14” ed evitare il passaggio a un “VM18”, con conseguenze commerciali importanti. Ma resta la domanda: a chi davano fastidio quelle scene di sesso gay? Alla Commissione di revisione? Agli esercenti? O a un pubblico che tollera il sesso etero esplicito ma fatica ancora davanti al desiderio tra uomini?


Il contesto: polemiche, attacchi e la libertà artistica
Il dibattito non è nuovo. Dalla replica del regista alle sortite politiche su “woke” e cultura — ricordate? qui la nostra cronaca — alle reazioni social e alle campagne d’odio (si veda il caso Omar Apollo). E dentro “Queer” c’è un Daniel Craig che affronta una delle prove più complesse della sua carriera, con riflessi interessanti anche sull’eterna discussione attorno a James Bond e all’interpretazione di personaggi gay da parte delle star (approfondimento).

Le domande aperte
- Perché la versione cinematografica in Italia risulta meno esplicita? Chi ha richiesto i tagli e con quali criteri?
- La scelta di un montaggio più “casto” è stata fatta per ragioni di classificazione (VM14 vs VM18) o per prevenire polemiche?
- Perché la sessualità gay continua a essere il primo bersaglio quando si misura la “tollerabilità” di un’opera?
Nel frattempo, la versione su MUBI (gratis con Gay.it) permette di vedere “Queer” nella sua pienezza narrativa e sensoriale.
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