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Raccontare i disturbi alimentari, oltre realtà e finzione – intervista a Roberta Zacchero

L’influencer ci ha raccontato come ha tramutato un’esperienza dolorosa in una storia universale rivolta a chiunque.

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Perché raccontiamo storie? Per spiegarci quello che è successo? Per osservare dall’esterno un mondo simile al nostro in modo da comprenderlo meglio? Per sentirci meno soli? Per scoprirci da capo?

Roberta Zacchero ha cominciato a raccontare la sua storia per buttare fuori tutto quello che aveva dentro, e gradualmente senza prevederlo, la storia si è trasformata insieme a lei. Classe 2002, Scorpione, orgogliosamente queer e attivista LGBTQIA+, dopo la partecipazione al programma “Il Collegio 4” ha acquisito sempre più popolarità tra i social (più di 970 mila followers su Instagram e oltre 1,8 milioni seguaci su TikTok). “Il peso dell’essere” è il suo romanzo di debutto, ma ci tiene a sottolineare: non è una biografia. È la storia di Sophie, una ragazza con disturbi alimentari che nell’arco di centosei giorni, insieme ad altri ragazzi e ragazze come lei, rimette insieme i pezzi della sua esistenza. Un mondo che Zacchero conosce bene e ha vissuto sulla sua pelle, che nel suo primo romanzo unisce realtà e finzione, ma cercando di essere il più “vera” a tutti i costi. “Questo libro l’ho scritto per te. Per te che stai attraversando un periodo buio. Per te che rimani sveglia a guardare il soffitto, a pensare tante, troppe cose, finché non inizia a farti male la testa. Che ti alzi ogni giorno con un sorriso più triste di quello prima. Ma, nonostante questo, ti alzi, affronti la giornata, resisti.” scrive Zacchero.

Nella nostra chiacchierata mi ha raccontato di com’è nata la storia d’amore tra lei e il suo romanzo, e dato una visione dall’interno della sua esperienza, sfatando luoghi comuni e dando qualche consiglio in più a chi non ne sa ancora abbastanza.

il peso dell'essere
Il peso dell’essere (Rizzoli)


Da dov’è partita l’urgenza di raccontare questa storia?

È una storia alquanto divertente. Io avevo sedici anni, ed ero appena uscita da un ricovero di neuropsichiatria. L’urgenza è partita dopo una litigata con mia mamma in macchina, e ho iniziato a scrivere il primo capitolo immaginando questa realtà parallela dove una ragazza camminava sui binari del treno e pensava fumando una sigaretta. È partito come uno sfogo personale, e dopo ho deciso di mettere gratis nel 2018 su Wattapad – perché sono sempre stata affascinata dalle fanfiction. Avevo scritto più o meno otto capitoli, che pubblicizzavo un po’ su Instagram. Era una sorta di romanzo sfogo, con qualcosa di vero e qualcosa di inventato, ma non autobiografico. Acquisendo sempre più visibilità sono riuscita a farlo diventare un libro. Nel 2020, ho colto il tempo della quarantena per finire di scrivere il libro e coronare questo grande sogno.

Tu hai specificato che non è una biografia, ma un romanzo. Com’è stato per te unire realtà e finzione? È stato catartico riosservare alcune situazioni che hai vissuto ma dall’esterno?

C’è stato un grande cambiamento di scrittura tra la prima e seconda parte del libro. L’ho iniziato mentre frequentavo una comunità di riabilitazione  – dove ero ancora molto immersa in quelle dinamiche perché le stavo vivendo – mentre la seconda parte ho ripreso la storia a distanza di due anni e c’è stata proprio un approccio più libero nella scrittura. La parte in cui ho avuto più difficoltà è quando la mia protagonista entra in ospedale, dove ho avuto un blocco di scrittura totale. Per fortuna ho sempre scritto sin da piccola, soprattutto diari, e tenevo un diario anche in ospedale. Ho preso in mano quel diario mi sono messa davanti il computer e ho iniziato ad estrapolare le emozioni che ho vissuto per essere abbastanza vera. Non volevo raccontare l’ospedale in stile Braccialetti Rossi come se fosse tutto divertente, proprio perché non era quello. Volevo essere più fedele alla realtà, ma ammetto di aver avuto qualche difficoltà nel riprendere quel periodo della mia vita.

Qual è secondo te il luogo comune più superficiale sui disturbi alimentari?

Ne ho sentiti parecchi, anche da persone a me molto care che non volevano ferirmi ma l’hanno comunque fatto, a causa della disinformazione. Il più grande penso sia dire “Eh, non sei abbastanza magra per essere anoressica o avere un disturbo alimentare”. Io non ho ma parlato di peso, sia sui social che nel libro, perché non c’entra nulla il peso con il disturbo alimentare, perché parliamo di un disturbo mentale. Le persone collegano il peso all’anoressia, ma dipende da ben altro. Molta gente mi ha anche detto che non volevo mangiare per fare la modella ed essere magra, cosa anche qui assolutamente non vera ma è un luogo comunque abbastanza grande.

Come sei riuscita a preservare la tua salute mentale sui social nonostante spesso sia un ambiente parecchio crudele e claustrofobico?

Io credo sia semplicemente carattere. Le critiche io le ho sempre ricevute, specialmente per la mia magrezza ancora prima di essere ricoverata. Le ricevo tuttora per ogni cosa, che sia il taglio di capelli o l’orientamento sessuale oppure i tatuaggi. Mi ha aiutato il menefreghismo, che a volte è un problema, ma tante altre ti salva. Se una persona non mi vuole bene, il suo parere è per me totalmente nullo, e su questo sono molto tranquilla. Anche quando arrivano quelle bufere giganti, io riesco a scindere perché la mia opinione su me stessa vale molto di più.

Come ci si dovrebbe approcciare con una persona cara che sta vivendo disturbi alimentari?

Informarsi, leggere, o guardare film che parlano di disturbi alimentari può essere utile. Io l’ho fatto anche con le persone presenti nella mia vita: abbiamo guardato insieme dei film e li ho aiutati a scoprire di più quel mondo ed entrare in quell’ottica. L’ultima cosa da fare è parlare di fisico, cibo, o peso. Puoi stare vicino ad una persona senza il bisogno di mettere bocca su quanto mangia, quanto pesa, o farle da nutrizionista. È molto meglio starle vicina sull’aspetto psicologico, piuttosto che farle da nutrizionista quando di base non si sanno le cose.

Ti vengono in mente dei film che rappresentano bene questa situazione e possono essere d’aiuto per il grande pubblico?

Il film per eccellenza e più veritiero è “Fino all’osso”, che parla proprio di una clinica riabilitativa per disturbi alimentari. Sconsiglio un “Braccialetti rossi” che affronta anche lì il tema del disturbo alimentare ma non ne fa un ritratto abbastanza veritiero e ha fatto un po’ di disinformazione.

Qual è stata la tua più grande paura prima di scrivere questo libro e la tua più grande soddisfazione dopo averlo fatto?

Non credo di aver avuto una grande paura quando l’ho scritto perché non era partito con questa idea. Mi è capitata questa opportunità, ma io amo scrivere da sempre. Per me poteva anche non leggerlo nessuno, ed io volevo solo avere il libro fisico tra le mie mani. Quella è stata la mia più grande soddisfazione. Quando mi hanno consegnato la prima copia è stato come rivedere tutto quanto insieme all’impegno che ci ho messo, anche perché sottolineo che ho scritto tutto da sola. C’è stato un ragazzo che mi ha aiutato a correggerlo durante la quarantena, ma era tutto 50/50: mi ha detto dove correggere, aiutato a dare una cronologia agli eventi, ad aggiungere o togliere dove fosse necessario. Ma per il resto, la soddisfazione è stata di essere determinata e scrivere questo libro di mia mano.

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