Il più antico e prestigioso torneo di tennis al mondo, Wimbledon, è iniziato ieri, con tre atlete dichiaratamente LGBT in cartellone e una storia di Orgoglio e resilienza che è tornata a galla.
La storia di Renée Richards, oggi 90enne nonché prima tennista transessuale del tennis professionistico.
La battaglia per l’inclusione trans nel tennis di Renée Richards
Richards giocò nel singolare maschile agli US Open nel 1955 e nel 1957. Ma nel 1975, all’età di 40 anni, si sottopose a un intervento chirurgico per l’affermazione di genere. Scelse il nome Renée, che in francese significa “rinata”. A quel punto tornò al tennis amatoriale, vinse un titolo singolare femminile a La Jolla, in California, e venne ‘smascherata’ dal conduttore televisivo Dick Carlson, padre dell’opinionista di destra Tucker Carlson. Il clamore fu enorme, a livello nazionale, tanto da portare la US Tennis Association, la Women’s Tennis Association e il Comitato US Open a introdurre lo screening genetico per le giocatrici. Richards si rifiutò di sottoporsi al test per giocare tra le donne agli US Open del 1976, cosa che le costò l’esclusione dalla competizione, nonché da Wimbledon e dagli Internazionali d’Italia. A quel punto Richards contestò la norma, portando il caso fino alla Corte Suprema di New York, che si pronunciò a suo favore con una sentenza all’epoca considerata fondamentale per l’accesso delle atlete transgender agli sport competitivi, tornando così a gareggiare agli US Open del 1977, dove raggiunse la finale di doppio al fianco della connazionale Betty-Ann Grubb.
La leggenda del tennis Billie Jean King, che aveva precedentemente giocato in doppio con Richards, la sostenne in tutto e per tutto. King, vincitrice di 39 titoli del Grande Slam, precisò come Richards, nonostante fosse alta quasi 1,88 cm, non godesse “di una superiorità fisica o di una forza tali da avere un vantaggio sulle altre tenniste“. Questo perché all’epoca molte altre tenniste professioniste erano particolarmente alte. Richards si ritirò nel 1981, all’età di 47 anni, dopo essere arrivata fino al 20° posto nel ranking mondiale. A quel punto si reinventò, diventando prima allenatrice e a seguire direttrice di oftalmologia presso il Manhattan Eye, Ear and Throat Hospital.
Renée Richards ha cambiato idea e ora è contraria alla partecipazione trans negli sport professionistici

Tra i primi membri della National Gay and Lesbian Sports Hall of Fame, Richards ha poi espresso rammarico per aver lottato per l’uguaglianza delle persone transgender nello sport.
Nel 2012, come riportato da Slate, ha riveduto e corretto le proprie battaglie.
“Forse, in ultima analisi, nemmeno a me avrebbero dovuto permettere di giocare nel tour femminile. Forse avrei dovuto arrendermi e dire: “Questo è un nuovo diritto che non posso avere in quanto donna”. Penso che le donne transessuali abbiano tutto il diritto di giocare, ma forse non a livello professionistico perché non è un campo di gioco alla pari. So che se mi fossi operata a 22 anni e avessi iniziato il tour a 24, nessuna donna genetica al mondo sarebbe stata in grado di avvicinarsi a me. Quindi, ho riconsiderato la mia opinione. C’è una cosa che purtroppo una donna transessuale non può aspettarsi di poter fare, ed è praticare sport professionistici. Può sposarsi, vivere da donna, fare tutte queste altre cose, e nessuno dovrebbe mai potergliele portare via”.
Nell’aprile del 2024 Richards ha fornito alla Women’s Tennis Association un documento in cui ha ribadito la sua attuale posizione sulla partecipazione delle donne transgender nello sport, pubblicato da Sport Illustrated lo scorso febbraio.
“L’anatomia e la fisiologia maschile non possono essere riformattate dalla terapia estrogenica nelle donne transgender perché il testosterone causa effetti permanenti. Credo che aver attraversato la pubertà maschile squalifichi le donne transgender dalla categoria femminile nello sport. È possibile che con l’uso di ormoni che bloccano la pubertà, ci possa essere un momento in cui le donne e le ragazze transgender potrebbero non attraversare la pubertà maschile. La loro inclusione nello sport come donne è da rivalutare”.
Renée Richards e il legame con Martina Navratilova
Il caso vuole che Richards abbia allenato Martina Navratilova dal 1981 al 1983. In quei due anni la giocatrice ceco-americana, lesbica dichiarata, vinse Wimbledon nel 1982 e nel 1983, gli Australian Open nel 1981 e nel 1983, l’Open di Francia nel 1982 e gli US Open nel 1983.
Negli ultimi anni Navratilova ha più volte espresso le proprie violente opinioni sulla comunità transgender, conducendo una campagna contro l’inclusione delle persone trans nello sport nonché sostenendo le posizioni della scrittrice J.K. Rowling. Secondo Navratilova “non esiste una lesbica transgender”. “Sono stata abbandonata da molti gruppi LGBTQ+ per le mie opinioni. Ma le esprimo da molto tempo. Non cambierò. È stato un periodo piuttosto duro, ma so di essere dalla parte giusta della storia”
Eppure 44 anni fa veniva allenata da un’ex tennista trans, vincendo 6 Slam grazie anche al suo supporto.

