Il 20 Giugno la parata del Roma Pride sfilerà per le vie della Capitale e il carro di Keshet, associazione LGBT ebraica, non potrà sfilare per decisione del coordinamento dello stesso Roma Pride, che non ha autorizzato la presenza del carro al corteo. La motivazione è la seguente: “Keshet Italia ci ha informati e ha ribadito più volte che non condivide l’uso del termine ‘genocidio’ nel documento politico, termine che ritiene problematico“.
Alcuni giorni prima dell’annuncio della non autorizzazione al carro, Keshet Italia aveva pubblicato un post nel quale, tra le altre cose, si legge:
Premesso che il conflitto in quella regione non è il nostro campo di expertise, non è così: restiamo vicini alle sofferenze del popolo palestinese. Quello che tuttavia chiediamo è di fare attenzione al linguaggio usato per parlare di questa guerra perché le parole hanno un peso e hanno un impatto sulle persone. Quando Israele è coinvolto in conflitti, l’odio non si limita alle ambasciate: attacchi fisici a persone ebree, svastiche sulle sinagoghe e centri culturali ebraici lo dimostrano. Nel mondo queer conosciamo bene il valore delle parole. La parola genocidio non è neutra: evoca una relazione storica precisa.
Per questo colpisce particolarmente la frase che sempre più spesso sentiamo ripetere: “Le persone ebree stanno facendo ad altr3 quello che hanno subito”. Una frase che non parla solo di un governo o di un conflitto, ma che finisce per associare ciò che accade all’intero popolo ebraico. Il governo israeliano può essere accusato di un crimine simile? Certamente: come per qualsiasi altro govero, sarà il diritto intemazionale e, eventualmente, la Corte Penale Internazionale a stabilirlo.
Ma l’uso di certi termini e generalizzazioni rischia di produrre un altro effetto: insinuare che “le persone ebree” siano capaci di ciò che storicamente hanno subito, minimizzando così il peso storico di chi li ha realizzati.
Perché allora quando come persone ebree diciamo che una parola ci impatta profondamente, veniamo definit3 “ipersensibili”‘ e non ascoltate?
Davanti a questo testo, su cui ognuno può avere la propria legittima opinione, il coordinamento del Roma Pride ha deciso di non autorizzare la presenza del carro Keshet nel corteo.
Sembra evidente che qualcosa è andato storto. Sul campo restano sconfitte e divisioni. Ma restano anche alcuni dubbi di metodo.
Keshet non ha potuto partecipare alla stesura del documento politico. È stata esclusa dall’assemblea e in quella sede non ha potuto portare le proprie istanze, incluse le argomentazioni per cui non ritenevano accettabile la parola genocidio, proprio laddove si discuteva in modalità assembleare. Perché? Il tavolo del coordinamento del Roma Pride avrebbe escluso Keshet dall’assemblea del documento politico per timore di uno scontro fisico. Una fonte interna al coordinamento del Roma Pride spiega a Gay.it: “Si temeva che alcune persone delle sigle radicalizzate sarebbero saltate addosso alle persone di Keshet“. Questo il clima.
C’è di più. Solo da quest’anno sul regolamento dei carri del Roma Pride si legge:
“Chi scende in piazza con noi sostiene i nostri valori e porta avanti i nostri obiettivi, aderendo pienamente al nostro documento politico e alle nostre modalità organizzative, che sono una prerogativa dell’organizzazione”
Fino all’anno scorso questa richiesta non era presente sulla stessa pagina. Resta da capire se il nuovo regolamento, che lega la partecipazione al corteo all’adesione piena al documento politico, sia una condizione che vale per tutti, inclusi sponsor e ambasciate, o vale solo per le associazioni?
La tenacia con cui si è voluto negare la partecipazione al carro Keshet delinea i contorni di una opaca macchinazione. Come se Keshet, associazione di cittadini italiani LGBT che rivendicano la propria identità ebraica, dovesse rispondere dei crimini del Governo Netanyahu a Gaza. Crimini dai quali Keshet ha preso le distanze.
Negli ultimi giorni una petizione della società civile ha raccolto più di duemila firme sotto l’appello al sindaco Gualtieri, finora rimasto silente sull’argomento, a cui si chiede di intervenire. “Chiediamo al Sindaco di Roma Capitale” si legge nell’appello “quale rappresentante della città e delle istituzioni che sostengono e patrocinano il Roma Pride, un confronto con gli organizzatori della manifestazione, affinché siano individuate soluzioni che garantiscano a Keshet Italia una piena partecipazione al Roma Pride 2026 in condizioni di sicurezza e uguaglianza“.
Appello che potrebbe aver creato una nuova opportunità di dialogo, per fortuna. Un incontro tra Keshet e Roma Pride sarebbe in programma oggi 17 Giugno presso un ufficio del Campidoglio, alla presenza del sindaco Gualtieri. La parata del più grande Pride italiano è prevista per sabato 20 giugno al grido: “La Repubblica è di chi la abita“.
