Sabato 20 giugno Roma tornerà in piazza con il Pride più partecipato d’Italia, che vedrà Levante, Francesca Michielin e Margherita Vicario nell’inedito ruolo di ambassadors.
Lo slogan scelto per il 2026 è chiaro e diretto: “La Repubblica è di chi la abita”. Perché la Repubblica “non è un’entità astratta né un’identità chiusa: è uno spazio vissuto quotidianamente da chi lo abita, da chi lavora, ama, studia, migra, cresce figli e si prende cura, da chi esiste, semplicemente”.
A poco più di un mese dall’evento, con il manifesto di imminente pubblicazione e la Pride Croisette pronta a partire con i suoi mille appuntamenti, abbiamo intervistato Mario Colamarino, presidente del Circolo di Cultura Omosessuale Mario Mieli e portavoce del Roma Pride, soffermandoci sull’aspetto politico della manifestazione.
20 giugno 2026, Roma Pride, il quarto Pride nell’era Meloni. Cos’è stato questo governo per la comunità LGBTQIA+ nazionale?
Questo governo ha rappresentato un arretramento culturale e politico. Non solo non ha prodotto alcun avanzamento, ma ha sistematicamente alimentato un clima ostile, normalizzando linguaggi e pratiche che marginalizzano le persone LGBTQIA+.
Dalla gestione dei diritti delle famiglie arcobaleno fino agli attacchi sui temi educativi, passando per le posizioni sui diritti delle donne e per la negazione delle identità trans e non binary, abbiamo visto delinearsi un progetto preciso: ridurre visibilità, autodeterminazione e diritti, spazi democratici. In questi anni il Roma Pride è stato anche un argine democratico e culturale. Abbiamo scelto di mettere al centro la Costituzione nel suo ottantesimo anniversario perché crediamo che libertà, uguaglianza, dignità e autodeterminazione non siano principi astratti, ma diritti concreti che devono appartenere a tutte e tutti. Lo slogan “La Repubblica è di chi la abita” nasce proprio da questa idea: nessuna persona deve sentirsi estranea nel proprio Paese o meno degna di cittadinanza e diritti.
Da qui a un anno si tornerà a votare. Quali richieste farà il Comitato Roma Pride?
Chiederemo cose semplici, concrete e non più rinviabili:
- Matrimonio egualitario
- Una legge efficace contro l’omolesbobitransfobia
- Pieno riconoscimento delle famiglie omogenitoriali
- Diritti e autodeterminazione per le persone trans e non binary
Al cosiddetto “campo largo” diremo una cosa molto chiara: i diritti non possono più essere materia di compromesso o di rinvio. Non basta dichiararsi alternativi alla destra; bisogna assumersi impegni precisi sui diritti civili e mantenerli.
Per questo, all’interno del Pride Croisette — il villaggio culturale del Roma Pride in programma dal 28 maggio al 20 giugno — ospiteremo incontri e confronti pubblici con leader e rappresentanti delle forze progressiste sui nostri temi. Vogliamo sapere quali proposte concrete intendono portare avanti e con quale coraggio politico.
La politica deve capire che sui diritti servono chiarezza e visione. Le elezioni si vincono anche costruendo speranza e proposte, non inseguendo la paura o l’ambiguità.
Dalla GPA reato universale al DDL Valditara ormai prossimo di approvazione: ne chiederete l’abrogazione?
Sì, perché sono provvedimenti profondamente ideologici.
La GPA trasformata in reato universale è una misura simbolica che colpisce famiglie già esistenti e bambini che hanno diritto a tutele e riconoscimento, non a essere usati come terreno di scontro politico.
Il DDL Valditara va nella direzione di limitare libertà, pluralismo e strumenti educativi nella scuola. Noi crediamo invece in una scuola pubblica inclusiva, capace di contrastare discriminazioni e violenza.
Allo stesso modo guardiamo con forte preoccupazione anche al cosiddetto DDL Bongiorno sul consenso, che rischia di produrre un clima repressivo e moralista invece di investire seriamente su educazione affettiva, prevenzione e cultura del rispetto.
Chiederemo l’abrogazione di tutte quelle norme che restringono spazi di libertà e producono discriminazione.
Il Roma Pride 2027 potrebbe essere l’ultima grande manifestazione prima del voto: opportunità o responsabilità?
È entrambe. Un’opportunità perché può diventare un momento straordinario di mobilitazione collettiva. Una responsabilità perché dovremo essere ancora più chiari e determinati.
Il Pride non è una festa neutra: è una piattaforma politica, culturale e sociale. È il luogo in cui una comunità rivendica diritti, visibilità e dignità. Se saremo alla vigilia del voto, il messaggio dovrà essere ancora più netto: i diritti umani non sono negoziabili.
Se l’ultradestra di Vannacci si alleasse stabilmente con FdI, Lega e FI, quali rischi correremmo?
Il rischio sarebbe un ulteriore irrigidimento delle politiche sui diritti e delle narrazioni pubbliche.
Quando certe posizioni entrano stabilmente nelle istituzioni, il problema non è soltanto legislativo ma culturale: si legittima l’idea che alcune persone valgano meno di altre o che alcuni cittadini debbano avere meno libertà e meno riconoscimento.
È sempre così che iniziano le stagioni più pericolose: prima si normalizza il linguaggio discriminatorio, poi si restringono diritti e spazi democratici.
Per questo oggi è fondamentale non sottovalutare ciò che sta accadendo in Europa e nel mondo. I diritti non sono mai conquistati per sempre.
Dieci anni fa venivano approvate le unioni civili. Che ricordi hai?
Ricordo un’enorme mobilitazione collettiva, ma anche una grande amarezza.
Era una legge necessaria e storica, conquistata dopo anni di battaglie, manifestazioni e pressione politica. Ma arrivò dopo compromessi molto pesanti. Non era il traguardo: era l’inizio di un percorso che avrebbe dovuto portare rapidamente al matrimonio egualitario, alle adozioni e a una riforma più ampia del diritto di famiglia.
Io ero lì nel 2016, ricoprivo questo stesso ruolo durante il mio precedente mandato, e ho vissuto dall’interno le trattative, le tensioni, le speranze e infine l’approvazione della legge. Ricordo le piazze piene, l’emozione di tante coppie che aspettavano quel momento da una vita, ma anche la consapevolezza che il lavoro non fosse finito.
Subito dopo le unioni civili si parlava già di adozioni, di pieno riconoscimento delle famiglie arcobaleno, di una modernizzazione complessiva del diritto di famiglia. Invece quel percorso si è fermato troppo presto. La verità è che ancora oggi troppe famiglie devono andare in tribunale per vedere riconosciuti i propri figli. Questo è inaccettabile in una democrazia moderna.
Dopo le unioni civili non si è fatto più nulla. Se te lo avessero detto nel 2016?
Sarei rimasto sorpreso, ma non incredulo. In Italia i diritti civili hanno sempre avuto percorsi lenti, contrastati e mai lineari. Quello che non immaginavo era una fase così lunga di immobilismo e, in alcuni casi, persino di arretramento. La politica, soprattutto quella progressista, deve ritrovare coraggio. Non si possono affrontare i diritti sempre con prudenza o paura di perdere consenso. Le persone chiedono chiarezza, visione e assunzione di responsabilità. Solo con idee forti e proposte credibili si costruisce un’alternativa politica capace di vincere.
Il movimento LGBTQIA+ nazionale è unito?
Il movimento LGBTQIA+ è plurale, ed è giusto che sia così.
L’unità non significa uniformità: significa capacità di convergere sugli obiettivi fondamentali pur mantenendo sensibilità e percorsi differenti. Io credo che dovremmo dialogare di più tra realtà associative, attiviste e attivisti, e con la comunità in senso lato perché i veri avversari dei diritti sono fuori dal movimento, non dentro. In un momento storico come questo serve la capacità di costruire alleanze, ascolto reciproco e mobilitazione comune. Le differenze possono essere una ricchezza, se non diventano divisioni paralizzanti.
Roma 2000, primo World Pride. Quando il bis?
Il World Pride del 2000 è stato un momento storico non solo per Roma, ma per tutto il movimento LGBTQIA+ internazionale. Ha rappresentato una svolta culturale enorme, in un momento in cui organizzare un evento del genere in Italia sembrava quasi impossibile.
Ripeterlo oggi non è soltanto una questione organizzativa: è una scelta politica e simbolica. Quando ci saranno le condizioni per costruire un evento altrettanto significativo, Roma sarà pronta.
Io auspico che possa accadere entro il 2035, anche se oggi eventi di questa portata sono molto più complessi e richiedono percorsi lunghi, condivisi e sostenibili.
Nel frattempo Roma ospiterà nel 2027 il Congresso Mondiale di InterPride, un appuntamento importantissimo che porterà nella nostra città centinaia di organizzazioni Pride da tutto il mondo e rafforzerà ulteriormente il ruolo internazionale del Roma Pride.
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Viva le persone lgbttqi+️ sempre e comunque! ️ Non molliamo ragazzi!!!!! Non diamola vinta agli omofobi! Noi persone della comunità lgbtqi+️ valiamo Miliardi di volte di più degli omofobi /transfobi, non dimentichiamolo mai. Un omofobo/transfobo non è una persona dotata di intelligenza e umanità, teniamolo sempre PRESENTE PI LGBTTTQI+️ NON MOLLIAMO️ !!!!! ️