Rosalia e la mistica queer: “la fede è la lingua del cuore” – VIDEO

Con il suo ultimo album LUX, l'artista catalana Rosalía tocca nuove vette della pop music. Ma sbaglia chi considera questo album un semplice disco di musica sacra. È molto di più.

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Rosalia LUX Mistica Queer
Rosalia ha pubblicato LUX: la sensazione di un capolavoro che apre una nuova fase del pop. Le riflessioni del nostro editorialista Marco Grieco.
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Alzi la mano chi non è rimasto fermo al VOL I di LUX, la prima di quattro parti del quarto album di Rosalia – R4 per i fan – dove la cantante si spoglia di tutto, tranne che del cuore. L’ultima fatica della cantautrice pop catalana diventata internazionale è un travaglio che porta alla luce qualcosa di inaspettato, come le nascite reali o simboliche.

LUX esplora il rapporto di Rosalía con Dio:

«La fede è la lingua del cuore»

Così diceva già sei anni fa, quando veniva insignita da Antonio Banderas del premio della Escuela Superior de Artes Escénicas de Málaga:

«Ogni vertebra rivela un mistero. Prega sulla mia spina dorsale, è un rosario»

E così canta oggi in Divinize, un’immagine che potrebbe essere l’imperativo delle nostre vite di idoli o idolatri.

Semplicemente, quest’artista classe ’92 ha smesso di piovere le sue lacrime come faceva in Bagdad, brano del suo secondo album El Mal Querer, che da un punto di vista visuale era un richiamo esplicito a Britney Spears e a quell’Oops I Did It Again, diventano l’inno di una generazione perduta. Britney ha cantato – e vissuto – la tossicità delle relazioni, e ora Rosalía, dalla generazione successiva, ci dice che anche la vendetta può essere ugualmente tossica se non si sfugge al costante relazionarsi con il predatore, seppure in rottura con esso.

 

Cos’è il suo terzo album Motomami se non la rivelazione che la vendetta può essere peggiore di una prigionia sentimentale. In R3 c’è una traccia, abcdefg, che è il canto di un alfabeto a ritroso dell’amore, la ricerca disperata di una via di uscita che si rivela un’etimologia tossica e nascosta dello stesso malessere.

Da ciò nasce l’empatia con le mistiche cristiane, taoiste, sufi: donne che non hanno paura, ciascuna a suo modo di quel vuoto che noi, generazione dopamina, cerchiamo di riempire in ogni modo. Costruito in tre anni di gestazione e lunga diciotto brani, LUX trasforma il miedo, la paura, in combustile sulla sua bara, come fa in Magnolias, elegia senza lacrime e tanta gratitudine, che è poi il segreto della vera liberazione. Se , allora, la sofferenza è memoria, può benissimo trasformarsi nel fondo di un bicchiere di Sauvignon Blanc. Rosalia beve questo vino di preghiere e le scandisce volume dopo volume, con le sue locuzioni mistiche, che parlano a Dio senza parlare. Come fa Giovanna d’Arco o Ildegarda di Bingen, e la voce che si assottiglia fino a diventare una lama di luce dritta al paradiso, luogo senza promesse, luogo senza minacce.

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«La verità è che entrambi abbiamo un macchia» canta Rosalía in Cristo piange in diamante, traccia in italiano ispirata a san Francesco e santa Chiara. Ed è paradossale che parli di loro riferendosi a quel lato oscuro della luna. Ci sembra paradossale per noi, abituati ormai a vedere il mondo bianco o nero. Il massimalismo delle sinfonie di LUX, al contrario, ci mostrano che la vita ha tutto impastato, non è mai un codice binario: Dio è queer, dice la teologa catalana Teresa Forcades, perché il divino – e ogni amore lo è – è sempre una linea spezzata, che si apre a tante possibilità:  «Quando muoio chiedo solo di non dimenticare ciò che ho vissuto» canta Rosalia in Memoria, perché solo quella fame può trasformarsi in tutt’altro desidero: «Sono un nonnulla, sono la luce del mondo» ripete come un mantra il motto latino in Porcelana. È il segno che Rosalia non ci dà una risposta definitiva, l’ennesima che cerchiamo quando chiamiamo le nostre stagioni Brat e diamo senso al futuro scandendolo in ere.

Rosalía ci ricorda, imbevuta di mistica terrena, che essere prossimi al vuoto è il dono più grande che Dio – chiunque e qualunque cosa sia per noi  – ci ha concesso. D’altronde, I am on the edge of glory, cantava una musa di Rosalía. Segno che la pop music può sempre dirci tanto del mondo che viviamo, come lo viviamo.

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