Sara Drago: “La realtà è piena di diversità, sarebbe bellissimo interpretare un uomo” – intervista

La madrina di "Immaginaria International Film Festival of Lesbians and Other Rebellious Women" si racconta a Gay.it: la vita di provincia, la metropoli, il teatro, le donne forti che hanno ispirato la sua carriera e quel travestimento durante la pandemia.

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Sara Drago
Sara Drago - Publicist: MPunto Comunicazione / PH: Fabrizio Cestari / Styling : Flavia Liberatori / Muah: Emanuela Di Gianmarco using Sisley Paris.
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Quando pochi giorni fa ho acceso la telecamera del pc e ho avviato la chiamata su meet – ebbene sì, ormai post pandemia le interviste mi ritrovo a farle perlopiù da remoto – non sapevo che cosa aspettarmi dall’incontro con Sara Drago.

Conoscevo il suo personaggio in Call My Agent – Italia, e avevo intuito che iniziava a starle stretto, perché tutte le interviste disponibili online ruotavano perlopiù sul suo personaggio nella serie, Lea; dall’altro lato ero spinto dalla voglia di scoprire qualcosa in più sulla sua persona, ma non sapevo quanto e se fosse pronta a concedersi.

D’altronde non è facile, e soprattutto non è nemmeno dovuto, raccontarsi ad un perfetto sconosciuto.

Eppure Sara, sin dalle prime battute, recitate dal tavolo della cucina della sua casa a Roma, è riuscita a lasciarsi andare e ad aprire alcuni cassetti del suo cuore: dal profumo del sugo che la nonna imbastiva ogni domenica mattina, alla musica a tutto volume che la madre le faceva ascoltare prima di andare a scuola, passando per la separazione dei genitori, la fuga dalla provincia, che tanto le stava stretta, e l’approdo al teatro sperimentale. Immancabile il racconto dei suoi primi approcci al mondo della recitazione.

Un vero e proprio viaggio nei sentimenti che Sara ha deciso di percorrere insieme a me e che, spero, attraverso queste righe, possa arrivarvi più limpido che mai. Come lo è stata lei con me. Con titubanze, pause di riflessione, risate e anche qualche lacrima di commozione quando ci siamo ritrovati a riflettere su come ognunə di noi possa, anche inconsapevolmente, fare un gesto di umanità e cambiare il mondo.

Insomma, un’intervista ricca di colpi di scena – come quando Sara ci ha svelato che le piacerebbe da matti interpretare il ruolo di un uomo – che siamo certi saprà offrirvi un punto di vista inedito sulla madrina della 19esima edizione di Immaginaria – International Film Festival of Lesbians and Other Ribellius Women.

Buona lettura!

Leggi l’intervista a Sara Drago subito dopo la foto…

Sara Drago
Sara Drago – Foto: Instagram @saradrago_official

Sara Drago, dall’infanzia a Muggiò alla fuga a Milano

Che bambina sei stata?

Sicuramente una bambina iperattiva, un po’ vulcanica. Se dovessi definirmi prendendo come esempio i fiori di Bach [i fiori che si utilizzano come rimedi di fitoterapia, ndr.] io da piccola ero l’impatiens. Già il nome ti dice qualcosa: l’impaziente, l’irrequieta. Sono sempre stata abbastanza “tarantolata”, ecco. Facevo tante cose; ho iniziato abbastanza giovane a praticare ginnastica ritmica. Mia nonna ha avuto l’illuminazione: “Rinchiudiamola in una palestra dove la tengono 4 ore al giorno, tutti i giorni così ci sfoga e non ci rompe le scatole a casa” (ride, ndr.).

 

Che infanzia hai avuto?

Direi di aver vissuto un’infanzia felice, abbastanza spensierata – per quanto poi ogni famiglia si porti dietro le sue difficoltà e le sue dinamiche specifiche per cui troppo spensierati non lo si è mai fino in fondo. Credo che la famiglia del Mulino Bianco non esista, anzi forse se esistesse sarebbe comunque disfunzionale. 

 

Che profumo o che immagine ti vengono in mente se ripensi a te da piccola?

Mi vengono in mente il sugo di carne che mia nonna metteva su a cucinare la domenica mattina presto – la mia famiglia è meridionale, quindi già dalle 08:00 del mattino in cucina bollivano le polpette nel sugo – e il balcone pieno di fiori. Il mio papà ne era un amante; avevamo un bel terrazzo pieno di rose, di piante. E io spesso mi ritrovavo a giocare tra quelle piante inventando delle storie con dei personaggi immaginari che solitamente erano interpretati dalle Barbie o dai pupazzetti. Gli costruivo le case nel bosco – e ovviamente il bosco era tipo un ficus piuttosto che un limone (ride, ndr.).

 

Da bambina che rapporto avevi con il cinema e il teatro?

Ricordo che sin da piccola i miei genitori mi hanno trasmesso il loro amore per la musica – mia mamma teneva sempre accesa la radio del bagno – e per il ballo. Inoltre, guardavamo molta televisione; al cinema, invece, ci andavamo raramente anche se avevamo un appuntamento fisso: il 25 o il 26 di dicembre ci riunivamo con le zie e con i cugini e andavamo a vedere tutti insieme il cartone animato appena uscito o il nuovo cinepanettone.

Diciamo, però, che il mio rapporto con l’arte, con la letteratura, col teatro – in un modo più consapevole – si è sviluppato mentre andavo a scuola grazie a ottime insegnanti di italiano e poi con i corsi di teatro e con gli spettacoli a cui ci portavano, che per i miei compagni erano dei supplizi, mentre per me rappresentavano momenti magici, nei quali diventavo cattivissima e spesso capitava di urlare: “State zitti, io voglio ascoltare, mi private del mio diritto di stare attenta”. Già rompevo le palle (ride, ndr.).

 

In un’intervista al Corriere della Sera hai dichiarato di essere “cresciuta a Muggiò, a Milano”, ma che ti “piace la metropoli” e che dunque nella tua cittadina ti sentivi “un po’ fuori posto”. Proprio per questo oggi vivi a Roma, tra il caos della città. Cosa ti ha spinto a lasciare la provincia in cui sei nata?

A vent’anni – succede, no? – sono scappata di casa. Le cose in famiglia erano cambiate, i miei genitori si erano separati e quindi ad un certo punto ho sentito il bisogno di fuggire per salvarmi la pelle. A tutto questo si aggiungeva il fatto che la Brianza mi faceva sentire come se fossi dentro ad un acquario. È stata la mia fuga più anemica, se vogliamo dire così, anche perché inizialmente lo spostamento è stato decisamente limitato: da casa dei miei sono andata a vivere a Legnano, che non era poi così lontano. Ecco, per capirci, non sono andata subito a Milano. Lì ci sono arrivata dopo. La mia vera fuga, più che in un luogo, è stata nel teatro.

 

E quando sei approdata a Milano?

Milano l’ho iniziata a frequentare quando sono entrata nell’Accademia dei Filodrammatici. Lì è cambiata completamente la mia vita. Milano, il teatro, il rapporto con i personaggi, la drammaturgia e le storie che dovevo interpretare mi hanno costretto a spostare il mio punto di vista – doveva coincidere con il loro – e quindi inevitabilmente questo ha condizionato anche le mie convinzioni. Il mondo che fino a quel momento si era presentato a me in un certo modo, ora lo osservavo con occhi diversi.

 

Quando hai capito definitivamente che non eri fatta per vivere in provincia? E perché?

Me ne sono accorta durante la pandemia. In preda ad uno dei miei raptus per cercare di salvarmi dal buco nero della depressione pandemica, dalla morte del teatro, dalla morte delle persone, ho fatto un esperimento: mi sono travestita, mi sono combinata da uomo senzatetto e sono uscita in mezzo alla strada per osservare ciò che succedeva. Lì mi sono accorta che le persone mi guardavano e si relazionavano a me in un modo totalmente diverso rispetto a quando mi presentavo come Sara. Mi ignoravano, mi evitavano.

Questa esperienza ha avuto un duplice effetto: da un lato mi ha regalato un’esperienza di totale libertà; dall’altro mi sono accorta di quanto gli abitanti del mio paese fossero tutti uguali. Lì ho capito che non avrei potuto continuare a vivere in Brianza e che avevo bisogno della città, che offre una varietà di colori, di forme, di suoni. In città c’è quel caos che mi parla molto di più rispetto alla tipica villetta a schiera dove c’è la vicina che sbircia da dietro la tapparella.

 

Invece, cosa ti ha lasciato di buono la provincia?

Sicuramente il valore dell’impegno, della costanza, del lavoro, della determinazione.

Sara Drago, Call My Agent
Sara Drago, Call My Agent – Foto: Instagram @saradrago_official

Sara Drago: la sua storia d’amore con il cinema e il teatro

Quando ti sei avvicinata per la prima volta al mondo della recitazione?

Ti direi tra le elementari e le medie – ora ti racconto la tipica cosa che dicono molti artisti, ma è andata davvero così. A scuola, durante gli intervalli, con i miei amici facevamo gli spettacoli per sublimare l’odio per certe maestre. Io ovviamente facevo la regista, anche abbastanza sovversiva. Infatti, ricordo che un giorno la maestra di matematica, che era la più vessata perché la più tosta, lo scoprì e non la prese benissimo.

Alle medie, però, c’è stato il vero e proprio incontro con questo mio fuoco che ho sempre celato dentro di me. È lì che ho frequentato il mio primo laboratorio teatrale, di quelli pomeridiani extra curriculari. Ricordo che, quando me lo proposero, io risposi subito: “Sì, ci sono. Eccomi”.

 

Ai tempi chi era il tuo idolo?

Mi piacevano tantissimo Raffaella Carrà, Mina e… Lorella Cuccarini. In loro, probabilmente – faccio ora un ragionamento qui con te -, riconoscevo tre donne forti, ma anche estremamente solari e positive. Mi attraevano l’indipendenza e l’interezza e poi ovviamente il loro talento puro. Talento che ancora oggi, quando vedo Cuccarini ballare e cantare, dico: “Porca miseria questa donna è nata per fare questo ed è riuscita a realizzare la sua vocazione”.

 

Finito il percorso di scuole superiori ti sei iscritta all’Università Statale di Milano per studiare Filosofia. Questo interesse in qualche modo ha influenzato il tuo modo di recitare?

In realtà inizialmente mi ero iscritta a Lettere, però ho fatto una settimana e poi ho detto “No, ma io voglio fare filosofia perché sto facendo lettere?” e anche se avevo paura di non trovare lavoro ho dirottato verso quegli studi. La filosofia mi è sempre piaciuta molto, tanto che ancora oggi leggo molto sul tema. L’ho lasciata perché sono entrata in Accademia e non riuscivo a conciliare le due cose. Nonostante questo, però, credo che come tutte le cose di cui ci nutriamo, e che attraggono la nostra attenzione, anche la filosofia abbia influenzato il mio modo di essere e di recitare, aiutandomi a fare dei piccoli spostamenti, per conoscermi meglio e per ampliare i miei orizzonti.

 

Ad un certo punto della tua carriera è arrivato il ruolo di Lea. Il suo personaggio ti ha dato modo di sperimentare e così nelle prime due stagioni di “Call My Agent” hai interpretato il ruolo di una donna lesbica: perché, secondo te, le diversità sono così importanti nella costruzione di una storia appassionante come quella alla base della serie Sky Original?

Perché, se una narrazione, una sceneggiatura, una drammaturgia, se l’arte non si occupa di creare complessità, perde il senso di esistere. Diventa intrattenimento. Lo diceva De Filippo: il teatro guarda alla società, “mette l’occhio al buco della serratura” per far rivivere sulla scena storie di vita, e la società vede il teatro non come un passatempo futile, ma come uno specchio per conoscersi meglio. Il cinema dà al pubblico la possibilità di vedersi raccontato nelle sue oscurità, con l’obiettivo di provocare un cambiamento e spostarci dalle nostre zone di comfort. Quindi riuscire a raccontare la complessità vuol dire mettere delle piccole mine, dei piccoli sassolini nel motore che se lo inceppano e fanno succedere qualche cosa è cosa buona e giusta. E questo “Call My Agent” è riuscito a farlo.

 

 In un’intervista hai raccontato che in uno dei casting ti sei presentata con una valigia piena di vestiti che pensavi potessero aiutarti a identificarti nella parte: che cosa avevi portato con te? Come ti immaginavi Lea?

Avevo portato dei tacchi, un pantalone elegante, delle camicie e delle giacche. Comunque, il mondo era quello. Una volta arrivata ai casting Alberto Moretti, lo stilista, mi ha subito messo degli abiti meravigliosi e lì ho pensato: “Wow, queste camicie sono più belle delle mie”. Però sono stata felice, perché l’idea che mi ero fatta del personaggio coincideva con quella che avevano loro in mente.

 

Questa della valigia è un’abitudine che ti porti dietro dal mondo del teatro: che cosa non può mai mancare nella tua borsa quando ti presenti ad un casting?

Innanzitutto, la tecnica acquisita con lo studio. E poi, visto che parlavamo dei costumi, non possono mai mancare i vestiti e le parrucche che, una volta indossati, ti aiutano ad immedesimarti nell’uomo o nella donna che dovrai interpretare e limitano il rischio di cadere nella trappola di recitare sempre la stessa cosa. E per come sono fatta io, quello non mi interessa, mi annoierei da morire.

 

Considerando questa tua passione per il travestimento, penso anche all’episodio che mi hai appena raccontato sulla pandemia, mi chiedo: ti piacerebbe interpretare il ruolo di un uomo? 

Sì, sarebbe bellissimo. Chissà che qualcuno prima o poi non me lo proponga.

 

Restando su Lea, questo personaggio ti ha portato ad ottenere molta popolarità: come stai gestendo la tua notorietà? Stai riuscendo ad apprezzarla oppure no?

È una bella altalena. Gestire il successo non è così semplice come magari si potrebbe pensare. Ne parlo spesso anche con la mia agente. Spesso nelle interviste si parla di “Call My Agent come la svolta della mia vita. È vero, lo capisco. Però, secondo me, quell’idea andrebbe un po’ ridimensionata. Questa serie Sky Original mi ha dato la possibilità di farmi conoscere da molte persone, ma non è detto che questa popolarità duri per sempre. Il successo è fatto di centimetri conquistati giorno dopo giorno e nulla può essere dato per scontato. Quindi, inutile nasconderlo, la paura di diventare un fazzolettino usa e getta o di non avere la forza caratteriale per tenere botta c’è, però cerco di affrontare il tutto tenendo i nervi saldi.

 

In questo ti aiuta il fatto che stai continuando a sperimentare e ad esibirti anche nei piccoli teatri?

Assolutamente sì. Per me non esistono palchi piccoli, come non esistono piccoli ruoli. Lo credo davvero. Esistono quelle occasioni in cui accade il rito del teatro. E dunque non è importante se di fronte a te ci sono dieci, venti o cento persone. Il rito del teatro, secondo me, accade quando uno spettacolo ha l’obiettivo di andare a scardinare delle cose, di essere disturbante. Lì per me c’è il senso, il vero valore del teatro. Poi io vengo dal teatro indipendente. Mi piace esibirmi fuori dai luoghi dove la gente sta impellicciata. Anche in cantina, perché no.

 

Ah sì? Riesci ancora a soddisfare questa tua esigenza?

Ma sì, certo. E tornerò a farlo il prima possibile, mi manca. In più, per tanti anni ho avuto il piacere di insegnare e ora mi sto organizzando con il Teatro Pedonale di Agrate Brianza per proporre un bel workshop di recitazione. Chissà. Vediamo che cosa succederà dopo “Call My Agent se anche attori professionisti vorranno venire a fare un po’ di giochi con Sara Drago. Ci divertiremmo.

 

A proposito di “Call My Agent”: ci sarà una terza stagione?

Speriamo di sì. In conferenza stampa hanno detto di sì, quindi se tutto va bene, penso che ci sia tutto l’interesse, il desiderio da parte della produzione di Palomar e di Sky di fare in modo che arrivi una terza stagione. Noi facciamo il tifo e ci battiamo perché così sia.

 

Tra tutte le big star con le quali hai avuto modo di collaborare, con quale ti sei divertita di più?

Gabriele Muccino indubbiamente. È una persona che ha una quantità di energia… Io pensavo di essere una con dei livelli di energia tipo 10, lui è 102. Non so come faccia a gestirla tutta. È stato un bellissimo incontro umano, lo stimo tanto. Alcuni dei suoi film sono stati fondamentali nella mia vita per fare dei click di consapevolezza importanti. Gliel’ho anche detto. Aver avuto la possibilità di recitarci insieme, di interpretare il ruolo della sua gente e di vederlo giocare come un bambino, proprio come dovrebbero giocare tutti gli attori, senza paura di sporcarsi, di uscire storti, strambi, buffi, ridicoli, assurdi, matti, mi ha colpito positivamente.

Sara Drago, Immaginaria 2024
Sara Drago, Immaginaria 2024 – Foto: Instagram @immaginaria_intl_film_festival

Sara Drago è la madrina della 19esima edizione di “Immaginaria”

Grazie a Lea, in breve tempo, sei diventata un’icona della community LGBTQIA+, tanto da essere stata chiamata per ricoprire il ruolo di madrina alla 19esima edizione di Immaginaria – International Film Festival of Lesbians and Other Ribellius Women: che emozioni stai provando in questo momento?

Sono molto felice. È la prima volta che mi accade e sono molto emozionata perché questo festival, gestito dalle donne, ha l’obiettivo di portare in scena delle storie dove l’omosessualità viene mostrata come un qualcosa che appartiene alla nostra quotidianità e non come un qualcosa di strano o straordinario, da tenere chiuso nello sgabuzzino perché ci fa paura! Sono felice perché, secondo me, “Immaginaria” ha proprio l’obiettivo di shakerare l’immaginario e per questo spero che vengano tante persone. È importante.

 

Se l’obiettivo di “Immaginaria” è quello di shakerare l’immaginario, qual è invece il tuo obiettivo su quel palco?

Il mio obiettivo sarà quello di essere il più possibile al servizio del Festival. Se la mia presenza può in qualche modo dare un valore aggiunto, portare gente anche solo per il fatto che in questo momento sto vivendo una fase di notorietà, ne sono più che felice.

 

Secondo te che cosa si potrebbe fare per rappresentare sempre di più e sempre al meglio in tv, al cinema e nei media la comunità queer?

Intanto, si potrebbe iniziare dallo scrivere delle storie che si basino sulla realtà. Basta uscire per strada e guardarsi intorno per accorgersi che il mondo è pieno di persone che hanno orientamenti sessuali, parlate, ritmi, modi di guardare, di atteggiarsi e di agire in maniere differenti. Basterebbe fare questo, cioè, scrivere raccontando la realtà senza paure. Molti registi, molte registe, molti sceneggiatori e sceneggiatrici lo fanno. Bisognerebbe continuare a percorrere questa via.

Sara Drago
Sara Drago – Foto: Instagram @saradrago_official

Sara Drago e il suo futuro: i nuovi progetti in arrivo

In questo momento rappresenti a pieno uno dei volti più promettenti della nuova generazione d’attrici: ci parli dei tuoi progetti futuri?

Recentemente ho avuto l’onore di interpretare il ruolo da protagonista nel nuovo film di Laura Angiulli. Una regista che stimo tanto, con un’esperienza immensa nel mondo del teatro, che ha dato vita, con dei mezzi decisamente limitati, ad un progetto coraggiosissimo, fuori dagli schemi, strano, poetico. Sono curiosissima di vedere che cosa siamo riusciti a fare perché sono quegli impasti che hanno dentro così tanti ingredienti ingovernabili, per cui dici: “Che cosa sarà?”. Sono molto curiosa.

 

Non vediamo l’ora di vedere questa sperimentazione

Pure io. Che paura, mi cago sotto! Ho paura io di aver fatto delle robe un po’ troppo strane. Vabbè, mi sono buttata. Diciamo che abbiamo rischiato quindi se cadremo, cadremo vittoriosi.

 

C’è qualcosa che non ti ho chiesto che ti piacerebbe condividere con i nostri lettori?

Qualche sera fa sono stata a Roma, al Teatro Vittoria, a vedere lo spettacolo di danza “Le Bal” che ripercorre tutta la storia dell’Italia dal 1940 fino al 2001 [grazie a 12 inarrestabili attori/danzatori e alla straordinaria forza comunicativa della musica, delle azioni e dei costumi, ndr.]. C’erano parecchie persone, di età diverse, ed è stato bello osservare come il movimento e la danza siano riusciti ad unirci. Pensa che seduto vicino a me c’era un signore che per tutto lo spettacolo è rimasto con la bocca serrata, neanche un sorriso. Alla fine, invece, eravamo tutti in piedi che ballavamo e anche lui sorrideva.

In questo momento in cui stiamo vedendo delle immagini agghiaccianti che arrivano da Gaza, penso che lo stare insieme, la condivisione, la celebrazione della gioia di esserci e di essere insieme, possa fare la differenza. E quando vedo al tg quanto sta succedendo dico: “Porca miseria, è terribile quello che sta succedendo”. E penso a quello che potremmo fare nella nostra quotidianità, ovvero provare a rimanere in contatto con l’umanità e proteggerci e proteggere con tutto noi stessi.

Sara Drago
Sara Drago – Publicist: MPunto Comunicazione / PH: Fabrizio Cestari / Styling : Flavia Liberatori / Muah: Emanuela Di Gianmarco using Sisley Paris.

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