Gli Stati Uniti d’America sono pronti a fermarsi, domenica notte, per la 60ª edizione del Super Bowl, ovvero finale del campionato della National Football League che si giocherà al Levi’s Stadium di Santa Clara, California, tra i campioni della National Football Conference (NFC), i Seattle Seahawks, e quelli dell’American Football Conference (AFC), i New England Patriots.
Jeremy Greer, cheerleader gay al Super Bowl
E se il mitico show dell’intervallo potrebbe trasformarsi in omaggio alla comunità LGBTQIA+ firmato Bad Bunny, fresco trionfatore ai Grammy, sul pratone di Santa Clara si vedrà anche Jeremy Greer, cheerleader dichiaratamente gay dei Patriots che è diventato virale in patria per la sua straripante performance durante il match tra i New England Patriots contro i Los Angeles Chargers.
Greer è l’unico uomo della squadra di cheerleader dei Patriots, è nato fuori Houston, in Texas, e ha iniziato a ballare all’età di 8 anni. A 14 anni frequentava la High School for Performing and Visual Arts e l’Houston Metropolitan Dance Center. Dopo aver conseguito la laurea presso la School for Classical & Contemporary Dance della Texas Christian University, ha continuato a praticare la sua arte fino a quando non si è unito alla squadra di cheerleader. I Patriots hanno reclutato per la prima volta cheerleader maschi nel 2019, quando Driss Dallahi e Steven Sonntag si sono uniti alla squadra. Ora Driss lavora come manager delle cheerleader dei Patriots.
“Non avrei mai pensato che fosse davvero possibile“, ha confessato Greer a NBC Boston riguardo al fatto che potesse diventare un cheerleader. “Ho acquisito questa sicurezza e questo nuovo apprezzamento per la danza sotto questa nuova luce perché non ho mai fatto niente del genere. Voglio essere quel pioniere che Driss è stato per me. Voglio essere quell’ispirazione che Driss è stato per me, per qualcuno. Amo i fan e amo le persone che mi sostengono. E per chiunque abbia qualcosa di negativo da dire, ci sono tre persone che hanno qualcosa di bello da dire. E avere quel supporto rende tutto dieci volte più gratificante“.
La rivendicata queerness di Jeremy Greer
Una stagione indimenticabile per Greer, esordiente nell’anno in cui i Patrios sono arrivati alla finale del Super Bowl.
Jeremy ha parlato della propria omosessualità direttamente sul web, raccontandosi in prima persona, senza filtri.
“La mia identità, il mio percorso di vita, è stato profondamente influenzato dalla mia queerness“, si legge sul suo sito ufficiale. “La mia voce è quella di una persona queer e, a sua volta, la mia creazione è intrinsecamente queer. Anche se non è la storia del mio coming out, o una danza direttamente legata alle mie lotte o ai miei successi nella queerness, non c’è modo che il mio lavoro possa essere privato delle mie esperienze queer. Queste esperienze sono così profondamente radicate nel mio profondo che non c’è modo di evitarle. Questo significa, dato il clima sociale in cui viviamo attualmente, che le mie creazioni sono intrinsecamente, in un certo senso, una forma di attivismo. Io, intenzionalmente o meno, parlo delle esperienze di una persona queer. Potrei parlare solo per me stesso, ma sono una voce queer che si fa sentire in un mondo che si sforza di mettermi a tacere. In definitiva, sono un ballerino e una persona queer e ogni volta che posso migliorare la vita dei miei coetanei nella mia stessa situazione, lo faccio“.
Greer ha ricordato come “fin da bambino, come molti altri, sapevo che c’era qualcosa di “diverso”. Non ero come gli altri maschi. Non volevo giocare ai Power Rangers durante la ricreazione con tutti gli altri ragazzi, volevo giocare a “fare la casalinga” con tutte le femmine. Volevo le Polly Pocket e le Bratz per Natale, non i Transformers o i Lego. La mia affinità per il femminile non mi abbandonava mai. Non sapendo cosa significasse essere gay nella mia mente di bambino di 9 anni, davo per scontato che ciò significasse semplicemente che volevo essere una femmina. L’unico mondo in cui mi vedevo “normale” era quello in cui ero femmina. La mia logica era che se fossi stato una femmina, le mie qualità femminili e il mio amore per cose femminili come la moda, le bambole e la danza non sarebbero stati un problema. Pregavo Dio ogni notte che al risveglio la mattina fossi una femmina, ma ovviamente non ha mai funzionato“.
La scoperta dell’omosessualità, l’omofobia e il coming out
Poi Jeremy ha scoperto l’esistenza dell’omosessualità, guardando la tv.
“Era l’estate del 2011, l’estate prima di iniziare le medie. Ero a casa da solo a guardare Glee, quando ho sentito la parola “gay” per la prima volta. È stata come un’epifania. Ricordo di essermi ritrovato in piedi in mezzo al mio soggiorno e di aver detto ad alta voce a me stesso “sono io”. In quel momento, però, non avevo idea delle connotazioni o delle esperienze di vita che comportava essere gay, quindi non ero ancora pervaso dall’imminente terrore di quella consapevolezza. Ero piuttosto contento, in realtà. Finalmente avevo una parola per descrivere perché ero come ero. Non mi sentivo così “strano”. Mi sentivo al sicuro sapendo che c’erano altre persone come me. Questa sensazione di sicurezza, però, non è durata a lungo. L’inizio delle scuole medie mi ha fatto presto capire quali sarebbero state le difficoltà che avrei dovuto affrontare“.
L’omofobia, puntuale, ha bussato alla porta del piccolo Greer. “I miei modi femminili mi mettevano spesso nei guai. Ero vittima di bullismo, senza sosta. Le scuole medie sono state un inferno. Salivo in macchina dopo scuola quasi ogni giorno e piangevo con mia madre. I ragazzi erano cattivi. Perché muovi i fianchi in quel modo quando cammini? Perché fai quella voce? Sei una ragazza o un ragazzo? Sei gay? Era incessante. Non passava giorno che qualcuno mi chiamasse gay o prendesse in giro i miei capelli, i miei vestiti o la mia voce. Per questo motivo, tenni per me la mia scoperta. Non feci coming out. Non lo dissi a nessuno, nemmeno accennai al fatto che potessi essere gay – o almeno così pensavo… Non riuscivo a nascondere la mia affinità per il femminile come pensavo. Non volevo dare ai bulli più indizi e dimostrare loro che avevano ragione. Ho sempre odiato il fatto che fare coming out avrebbe significato che tutte quelle persone che mi bullizzavano per la mia omosessualità avrebbero avuto ragione. Non avevo mai visto un ritratto positivo dell'”uomo gay”. Erano tutti così sfacciati, e mi veniva sempre detto che era sbagliato. Così ho represso la mia verità ancora più duramente, ancora più a lungo. Mi sono odiato per anni. Pregavo ogni notte che tutto passasse. Chiedevo sempre a Dio: “Perché proprio io?”. Sono andato in luoghi davvero bui in cui non vorrei mai più tornare. Per tutto il tempo ho sofferto da solo, perché avevo paura di dire ad alta voce: “Sono gay”.
Ma alla fine Jeremy ha trovato la forza di fare coming out, di dirlo ai propri genitori, e di cominciare a vivere realmente il proprio io, senza più paura
. “È stato solo al liceo che ho finalmente trovato il coraggio di fare coming out. Sapevo che sarei andato in un posto dove le mie differenze sarebbero state celebrate e dove avrei finalmente potuto vivere veramente me stesso. Il secondo martedì del primo anno di liceo è stato il giorno in cui finalmente l’ho fatto. Mi sono svegliato e mi sono preparato per andare a scuola come al solito, e quando sono uscito, ho lasciato un biglietto sul bancone. Era breve, dolce e diretto. Diceva: “Mamma e papà, ci ho messo molto tempo, ma sono pronto a dirvelo. Sono gay”. I miei genitori mi hanno sempre amato e sostenuto. Ho ricevuto il classico “Lo abbiamo sempre saputo, ma non ci è mai importato”. A quei tempi del liceo, pensavo di essere arrivato alla fine di quel viaggio. Ero gay e basta. Mi sbagliavo di grosso. Ancora oggi, quasi 3 anni dopo, non riesco a dirvi chi sono. Lui, Loro, Gay? Tutto? So solo che il mio viaggio queer è tutt’altro che finito, e non credo nemmeno che – o mi dispiacerebbe – si troveranno mai delle risposte. Attualmente sto lavorando per far emergere al mondo il Jeremy senza scuse. Smettetela di nascondervi. Smettetela di scusarvi. Smettetela di vergognarvi di essere chi siete. Ora è molto più facile predicarlo sulla carta che metterlo in pratica nella vita di tutti i giorni. Continuo a cercare di ricordarmi che l’unica persona a cui faccio male quando mi nascondo sono io“.
La danza come attivismo LGBTQIA+
Attraverso la danza Jeremy ha trovato la sua principale forma espressiva, che si intreccia alla sua vita e alla sua esperienza di uomo gay.
“La danza è creata sulle emozioni, non sul percorso queer, ma come ho detto, il percorso queer ha evocato le emozioni, quindi l’opera è in qualche modo un cenno al percorso queer. Questo significa anche che la danza è una forma di attivismo. Sebbene siano stati fatti grandi passi avanti nella lotta per l’uguaglianza per la comunità queer, c’è ancora tanto odio e omofobia in questo mondo. Anche se il mio lavoro non è concepito per essere usato come attivismo, penso che lo sia. Porta alla luce le esperienze di una persona queer e ci sono molte persone che vogliono mettere a tacere quelle voci. Impedire loro di dire qualcosa. Impedire loro di cambiare il mondo. Forse la mia danza diventerà più apertamente una forma di attivismo. Chissà cosa mi riserva il futuro? So solo che il viaggio non è ancora finito e, andando avanti, sarà dannatamente difficile farmi tacere.”
Greer è ora pronto a seguire le orme di Quinton Peron e Napoleon Jinnies dei Los Angeles Rams, ovvero i primi cheerleader maschi ad esibirsi al Super Bowl nel 2019.

