In Italia c’è chi si dimette dopo aver proposto di intitolare un parco pubblico al fratello di Benito Mussolini, all’estero c’è chi dibatte sul nome di un telescopio che sì, è stato tacciato di omofobia. Si tratta del JWST, sigla che indica il James Webb Space Telescope, avanguardia dell’astronomia, il più potente occhio sull’universo mai realizzato. Il telescopio sarà lanciato il prossimo 31 ottobre dallo spazioporto di Kourou, nella Guiana francese, e raggiungerà la sua posizione finale in circa quattro settimane.
Il telescopio, promosso dalla NASA, l’ESA e la CSA, è finito al centro delle polemiche per il nome che gli è stato attribuito circa venti anni fa, durante la fase di costruzione. Erede dell’Hubble, il JWST (originariamente Next Generation Space Telescope) rende infatti onore a James Edwin Webb, funzionario statunitense e secondo amministratore della NASA, carica ricoperta tra il 1961 e il 1968, negli anni precedenti alla missione Apollo 11. Un punto di riferimento per l’agenzia spaziale, che sotto la spinta di Webb iniziò a sviluppare tecnologie non solo a scopo militare, ma anche scientifico. Tuttavia, un gruppo di astronomi e scienziati non ritiene che sia corretto dedicare il telescopio alla memoria dell’uomo, di cui globalmente viene riconosciuto l’impegno speso per il progresso tecnologico. La ragione del rifiuto e della petizione per il cambio del nome, firmata da oltre 1.500 tra tecnici e operatori, va individuata nella responsabilità che Webb avrebbe avuto durante il cosiddetto Lavender Scare (“il panico color lavanda”), periodo di pressioni e persecuzioni nei confronti degli omosessuali, coincidente con gli anni Cinquanta. All’epoca, persone dichiaratamente appertenenti alla comunità LGBTQ+ vennero allontanate dai propri posti di lavoro con l’accusa di essere facili bersagli e burattini per le armate sovietiche. Una vera e proprio caccia alle streghe, che non lasciò esente da ripercussioni anche la comunità scientifica statunitense.
Un libro del 2004 dello storico David K. Johnson affronta l’argomento con alcuni indizi che vedrebbero parzialmente coinvolto proprio lo stesso James Webb, che appena due anni prima aveva ricevuto la dedica al telescopio. Dal canto suo, la NASA non ha ignorato le motivazioni degli scienziati e ha scelto di ascoltare le voci dei firmatari della protesta: Chanda Prescod-Weinstein, Sarah Tuttle, Lucianne Walkowicz e Brian Nord. Il decollo del JWST è però ormai alle porte e un cambio di nome comporterebbe gravi ritardi per via dell’aggiornamento di documenti, di dati digitali e di software. E il tempo è quasi scaduto, se consideriamo che il lancio in orbita era già previsto per il 2007, quasi 15 anni fa. Qualcuno paventa l’ipotesi del sabotaggio da parte dei manifestanti, qualora le loro richieste non venissero accettate, ma l’idea sembra da escludere. I costi per ripagare eventuali danni alla piattaforma di lancio e al telescopio sarebbero immani, insostenibili.
D’altra parte, molti sostengono che James Webb non abbia avuto un ruolo determinante nella definizione della politica americana anti-LGBTQ+ in piena Guerra Fredda. Il cosmologo e divulgatore scientifico Hakeem M. Oluseyi, ad esempio, ha escluso che Webb durante il suo incarico alla NASA abbia manifestato atteggiamenti ostili nei confronti dei suoi dipendenti non eterosessuali. Negli archivi dell’agenzia non ci sarebbe infatti traccia di episodi di intolleranza. In definitiva, prove concrete tanto della sua estraneità al Lavender Scare, tanto della sua partecipazione attiva, non ci sono. Nel frattempo, la polemica non cessa.
