The Last of Us Parte 2 tra omosessualità, transessualità e omotransfobia

The Last of Us Parte 2 è la più importante esclusiva PlayStation 4 del 2020, e una rara occasione di avere personaggi omosessuali e transgenere in una simile opera.

Omosessualità, transessualità e omotransfobia in The Last of Us Parte 2
6 min. di lettura

Sin da prima della sua uscita The Last of Us Parte 2, nuovo videogioco dello studio Sony Naughty Dog per PlayStation 4, è stato al centro di polemiche e di attacchi sessisti e omotransfobi, come spesso accade quando queste grandi produzioni indirizzate all’esercito dei “gamers” includono personaggi femminili, di colore o appartenenti al mondo LGBTQ+. E The Last of Us Parte 2 dedica molto spazio a questi personaggi, a partire da una delle sue protagoniste, Ellie, che è omosessuale. Le cose non sono andate meglio al momento del lancio, quando sull’aggregatore di recensioni Metacritic il videogioco è stato vittima di un fenomeno noto come “review bombing:” la pubblicazione, in questo caso pianificata e orchestrata, di un gran numero di recensioni negative da parte degli utenti (che magari neanche lo hanno giocato). Un attacco in parte dovuto ai vari colpi di scena della trama e alla fine di alcuni personaggi amati, ma soprattutto guidato, di nuovo, dall’odio verso la rappresentazione di donne e persone omosessuali e transgenere nel videogioco.

Omosessualità, transessualità e omotransfobia in The Last of Us Parte 2

In questo clima, discutere di The Last of Us Parte 2 è diventato rapidamente molto difficile, ma quando un’opera di intrattenimento vende quattro milioni di copie al lancio parlarne diventa invece quasi necessario, perché per una delle principali industrie dell’intrattenimento al mondo, l’industria del videogioco, The Last of Us Parte 2 sarà nei prossimi anni un punto di riferimento nella rappresentazione dei personaggi omosessuali, bisessuali e transgenere. Nel bene e nel male. ATTENZIONE: L’articolo contiene spoiler sul finale di The Last of Us e anticipa alcuni dettagli sui personaggi di The Last of Us Parte 2.

Dove eravamo rimasti

Nel primo The Last of Us, uscito per PlayStation 3 nel 2013, uno dei sopravvissuti a un fungo parassita che ha trasformato gran parte dell’umanità in zombie carnivori, Joel, accompagna la quattordicenne Ellie in un viaggio attraverso gli Stati Uniti d’America. Ellie è, per quello che sappiamo, l’unica persona che ha sviluppato un’immunità al fungo, e la mutazione occorsa nel suo corpo potrebbe aiutare a sviluppare una cura contro il parassita e salvare l’umanità.

È una storia molto convenzionale raccontata con strumenti convenzionali: Ellie ricorda a Joel la figlia morta, e Joel diventa per Ellie un padre adottivo durante un viaggio lineare a base di uccisioni furtive e sparatorie contro zombie ed esseri umani. Uccidi tutti i nemici e raggiungi l’uscita dall’area per ricevere in premio un filmato che fa avanzare la trama. Ma quando Joel ed Ellie raggiungono il laboratorio delle Luci, l’organizzazione capace di sviluppare la cura, Joel scopre che per studiare Ellie saranno costretti a ucciderla, e l’uomo non accetta di perdere per la seconda volta una figlia. Nell’ultima parte di The Last of Us, controllando Joel, mi faccio quindi violentemente strada tra le Luci per salvare Ellie. Condannando così, forse per sempre, l’umanità.

The Last of Us Parte 2 comincia dal finale di The Last of Us, ma alterna stavolta due punti di vista diversi e contrapposti: quello di Ellie, ora cresciuta e impegnata in una relazione con una sopravvissuta che vive nel suo stesso insediamento (Dina), e quello di Abby, soldatessa di un gruppo militare stanziato a Seattle e noto come Washington Liberation Front. L’idea di Naughty Dog è mostrare entrambi i punti di vista all’interno di un conflitto.

Omosessualità, transessualità e omotransfobia in The Last of Us Parte 2

Transessualità in The Last of Us 2

Giocando come Abby incontro Lev, un ragazzino transgenere di tredici anni destinato a diventare compagno di avventure della ragazza. Interpretato e originariamente doppiato dall’attore transgenere Ian Alexander (ma in Italia la sua voce è della doppiatrice cisgenere Annalisa Longo), Lev è un raro esempio di personaggio transgenere in un videogioco ad altissimo budget di uno dei più importanti editori e produttori di console del mondo. E per una volta, e anche questa è una rarità, questo personaggio non esiste per ridere della sua “devianza” o per negarne l’identità di genere ma per raccontare una storia di transfobia attraverso una rappresentazione che prova a essere rispettosa, anche se Lev è sempre visto dal punto di vista di persone cisgenere. Per esempio, quando a un certo punto Abby sente chiamare Lev con il suo dead name, il nome assegnato alla nascita e poi abbandonato, Lev chiarisce che non vuole affrontare l’argomento, ma Abby invece di rispettare questa scelta finisce per parlarne con la sorella (cisgenere) del ragazzino. Lo sguardo cis che investiga (e svela) la transessualità.

La storia di Lev è poi totalmente incentrata sulla violenza transfoba che il personaggio subisce. Tutti i personaggi subiscono la violenza, esagerata a livelli a volte grotteschi, del mondo post-apocalittico di The Last of Us Parte 2, un futuro basato sull’idea che homo homini lupus, senza altra legge che quella della vendetta personale, in cui le persone si riuniscono in comunità spesso gestite attraverso la forza e costrette allo scontro con le comunità vicine. Ma solo i membri della comunità LGBTQ+ subiscono un’ulteriore violenza, anche domestica, perché discriminati in quanto gay, o trans, e la loro esperienza come gay o trans si riduce effettivamente solo a questa discriminazione. Sarebbe stato invece interessante sapere qualcosa di più dell’esperienza di Lev come persona transgenere nella comunità in cui vive (una setta religiosa post-apocalittica) e in un mondo dove gli esseri umani diventano funghi, magari in una sezione effettivamente scritta da una persona transgenere o con l’aiuto di un consulente.

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Violenza in The Last of Us Parte 2

L’opera cerca anche di fare un qualche ragionamento su questa violenza che investe i suoi personaggi, descrivendo un ciclo infinito di vendetta da cui i le protagoniste faticano a liberarsi, ma resta un videogioco iperviolento che ci permette di strangolare, sgozzare e in generale uccidere con la semplice pressione di un tasto. Anzi, in The Last of Us Parte 2 la violenza è obbligatoria, perché è obbligatoria in un videogioco con tale budget e con una tale promozione, e la trama serve a trovare (anzi, a inventare) a posteriori un qualche senso a tanta violenza commercialmente necessaria. 

In alcuni momenti, The Last of Us Parte 2 si prende una pausa dalle sue lunghe sequenze di massacro ludicizzato. Ci porta nel passato attraverso un flashback, o si ferma in un momento di quotidianità e intimità in mezzo alla tempesta. Ellie e Dina si baciano, fumano insieme uno spinello, si curano le ferite dopo un combattimento. La loro storia d’amore è raccontata senza inutile sessualizzazione, con grande attenzione ai dettagli, ai moti dell’animo e dei volti e con una rara delicatezza. Poi l’intervallo finisce, e il gioco e i suoi personaggi devono tuffarsi di nuovo nella loro ripetitiva violenza. Potremmo dire che The Last of Us Parte 2, come la fine di The Last of Us, mostra la tragedia di personaggi che sanno confrontarsi con la realtà solo attraverso la violenza chiudendoli in un videogioco che sa confrontarsi con la realtà solo attraverso la violenza. E in questo modo l’opera può almeno diventare uno spunto per meditare sul sistema violento che ha creato sia (nel gioco) personaggi capaci solo di violenza sia (nella realtà) videogiochi capaci solo di violenza. 

Omosessualità, transessualità e omotransfobia in The Last of Us Parte 2

Penso che The Last of Us Parte 2 sarebbe potuto andare molto oltre questo contraddittorio contrasto tra una banale condanna della violenza e la sua necessaria spettacolarizzazione a fini commerciali. The Last of Us Parte 2 avrebbe potuto esplorare più in profondità cosa vuol dire per certe persone marginalizzate ricorrere alla violenza quando questa è l’unico modo di far sentire la propria voce, o cosa vuol dire, per chi appartiene alla comunità LGBTQ+, avere accesso alla violenza che solitamente viene usata contro la comunità stessa. Anche se in Naughty Dog ci sono persone che fanno parte della comunità LGBTQ+, The Last of Us Parte 2 è però prima di tutto un’opera pensata da e per persone eterosessuali, cisgenere e piuttosto conservatrici, e si vede. È una fantasia sulla violenza pensata da chi non ha mai conosciuto quella violenza, è l’ennesima fantasia per appassionati di armi, costruita costringendo chi ci ha lavorato a orari e ritmi di lavoro insostenibili, ma stavolta ha una protagonista lesbica e un personaggio trans.

The Last of Us Parte 2 di Naughty Dog è disponibile in esclusiva per console PlayStation 4.

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