Che lo si voglia ammettere o meno, il pregiudizio è una componente intrinseca dell’essere umano. Una sorta di istinto primordiale che ci aiuta a distinguere potenziali minacce e a organizzare il mondo in categorie semplificate e facilmente interpretabili. Tuttavia, è compito di ciascuno vigilare affinché questo meccanismo non si trasformi in un confine rigido che limita le nostre percezioni, consolidandosi in stereotipi o aspettative pericolose.
Proprio un caso simile è emerso quest’estate, quando una storia apparentemente tragica ha monopolizzato l’attenzione dei media. Al centro del racconto, un sedicenne togolese che sarebbe stato abbandonato dal padre nel suo paese d’origine per “curare” la sua omosessualità. La narrazione, ripresa anche da Gay.it e da altre testate, sembrava quasi scolpita nel marmo: il tragico destino di un giovane vittima di una cultura oppressiva e di un genitore omofobo.
Un quadro che molti – compresa la nostra testata – hanno accettato senza riserve, complice il contesto drammatico dei diritti LGBTQIA+ in molti paesi africani e il diffuso sentimento anti-queer che li caratterizza. Eppure, scavando più a fondo, nulla è come appare.
Il caso del minore “abbandonato” in Togo: la prima versione dei fatti
Nell’estate del 2024, molte testate rilanciano una notizia drammatica: un ragazzo di 16 anni, costretto dal padre a tornare in Togo con il pretesto di una vacanza, viene privato del passaporto e trattenuto per reprimere la propria omosessualità. Il caso emerge grazie alla denuncia di un imprenditore “eroe” del milanese, spinto dalla figlia a intervenire per salvaguardare il giovane, temendo per la sua sicurezza.
La versione iniziale della vicenda sembra cristallina e priva di ambiguità: un giovane adolescente, perfettamente integrato nella società italiana e studente di un liceo scientifico, viene brutalmente sottratto alla sua vita quotidiana, ai suoi amici e ai suoi sogni da un padre descritto come oppressivo e incapace di accettare il suo orientamento sessuale. Costretto a tornare in Togo, il ragazzo si ritroverebbe in condizioni di estrema povertà, convivendo con la madre – separata ormai da suo padre – in una situazione di grave indigenza, al punto che l’imprenditore, protagonista della denuncia, afferma di avergli inviato del denaro per aiutarlo a sopravvivere.
L’indignazione monta rapidamente, indignando non solo la comunità LGBTQIA+, ma chiunque si imbatta nel racconto. Eppure, in questa narrazione così netta, nessuno mette in dubbio la storia, perché si adatta perfettamente ai giudizi a priori che molti di noi nutrono – anche inconsciamente – verso l’Africa: un continente percepito come arretrato, intollerante e distante dai valori occidentali. Lo stesso senso di divisione e superiorità culturale di cui siamo tutti colpevoli e che, nel tempo, ha contribuito ad acuire il distacco politico e sociale, spingendo alcune nazioni africane a posizioni di sfida e aperta opposizione alle influenze occidentali.
Il padre sotto accusa: Essé Allagbe
Al centro della tempesta mediatica c’è Komlanvi Mawusse “Essé” Allagbe, padre del ragazzo, rapidamente dipinto come un tiranno omofobo e un genitore abusante, trasformato in un perfetto simulacro dello “straniero incompatibile”, incapace di abbracciare i valori di integrazione e rispetto che caratterizzano la società italiana, narrazione diffusa a macchia d’olio dalle principali testate italiane.
Ma cosa emerge dalla sua versione dei fatti? Sarà pur concesso a quest’uomo l’opportunità di raccontare la propria versione?
Lo abbiamo scoperto direttamente attraverso un’intervista con Essé, ingegnere informatico di 38 anni, arrivato a Milano nel 2017 e diventato cittadino italiano lo scorso maggio. Qui, l’uomo racconta di essere stato travolto da una campagna di diffamazione nata da una questione privata, diventata pubblica senza che gli fosse mai concessa la possibilità di spiegare il suo punto di vista.
Il caso, che ha suscitato un’eco mediatica in tutta Italia, si fonda su dichiarazioni attribuite a Marco Guarnieri, un imprenditore milanese e padre di una ex compagna di scuola del ragazzo, che avrebbe segnalato ai carabinieri il presunto abbandono del giovane in Togo. Restano però ancora oscure le motivazioni che avrebbero spinto l’imprenditore milanese a intervenire. Matteo Koffi Franceschini, giornalista italo-togolese residente a Lomé e profondo conoscitore del contesto, ha ipotizzato che Marco Guarnieri, noto per la sua vicinanza a Forza Italia, potrebbe aver sfruttato la vicenda come strumento nell’ambito del dibattito politico sullo Ius Scholae, in quelle settimane in cui Forza Italia cercava di smarcarsi dalla coalizione di governo di cui fa parte insieme alla destra di Fratelli d’Italia e Lega. La versione del padre del ragazzo, in effetti, lascerebbe intuire la possibilità che la vicenda sia stata manipolata. Si tratta, naturalmente, di una versione di parte. Di seguito la nostra intervista.
Intervista a Essé Allagbe padre del ragazzo
Partiamo dall’inizio: puoi presentarci il contesto e spiegarci come è iniziata questa vicenda?
Sono nato in Togo e ho quasi 38 anni. Da giovane ho avuto un figlio, che chiameremo “B.” per rispetto della sua privacy, da una relazione con una donna togolese. Non ci siamo mai sposati, e dopo la nostra separazione sono rimasto vicino a mio figlio. Nel 2017 mi sono trasferito a Milano con mia moglie italiana e ho iniziato a costruire una nuova vita. Due anni dopo, nel 2019, ho deciso di portare anche B. in Italia. Aveva 11 anni all’epoca e ha iniziato il percorso scolastico qui: un anno di elementari, poi le medie e infine il liceo Vittorio Veneto.
Come si sono evoluti i rapporti con tuo figlio una volta che si è trasferito in Italia?
È un ragazzo molto intelligente, ma estremamente influenzabile e vulnerabile alla manipolazione da parte degli adulti. In questi anni si è sempre comportato bene con tutti, tranne che con me e mia moglie. A casa mentiva, ci insultava e a volte ci mancava apertamente di rispetto. Questa situazione ha reso la vita quotidiana molto difficile. Nonostante tutto, l’abbiamo sempre sostenuto, anche quando era in crisi.
Hai mai cercato aiuto esterno per gestire questa situazione?
Sì. Nel 2021 abbiamo deciso di mandarlo in Togo per trascorrere le vacanze con sua madre, sperando che un cambio di ambiente lo aiutasse. Al suo ritorno, però, il comportamento era peggiorato. Abbiamo quindi consultato una psicologa che lo ha seguito per sei mesi, ma i miglioramenti erano minimi. Dopo una discussione con i miei suoceri, abbiamo deciso di fargli trascorrere un anno con loro, per abbassare la tensione a casa e cercare di capire cosa fare. Purtroppo, quando è tornato a casa nel giugno 2023, il suo atteggiamento era ancora più arrogante. Diceva bugie ai professori su di me, prendeva decisioni senza il nostro consenso e cercava persino lo scontro fisico.
Qual è stato il momento in cui la situazione è precipitata?
Quest’estate siamo tornati in Togo per un viaggio di famiglia e, non vedendo miglioramenti, abbiamo convocato una riunione con la mia famiglia e quella di sua madre. Dopo un confronto aperto, tutti hanno concordato che fosse meglio prolungare il suo soggiorno lì per cercare un dialogo costruttivo. Ma questo non ha mai avuto a che vedere con la sua presunta omosessualità. Ho lasciato il suo passaporto a un mio caro amico che si è occupato di lui anche quando viveva in Italia. Non c’è niente di vero, non c’è mai stato alcun gesto violento o coercitivo, come invece riportato dai giornali.
Come si è arrivati alle accuse di abbandono e maltrattamenti nei tuoi confronti?
Mentre ero all’aeroporto in Togo, ho ricevuto un messaggio da Marco Guarnieri, il padre di un’amica di mio figlio. Mi ha chiesto spiegazioni sulla situazione di B. e, quando gli ho risposto che l’avrei richiamato al mio rientro in Italia, mi ha detto di avermi denunciato all’Ambasciata italiana ad Accra, alla Farnesina e ai carabinieri. Non capivo il motivo di queste accuse. Una volta arrivato a Milano, ho scoperto che molti giornali avevano pubblicato la nostra storia, dipingendomi come un padre che aveva abbandonato il figlio perché omosessuale. Questa accusa è completamente falsa.
Qual è stata la tua reazione a questa esposizione mediatica?
Mi sono sentito disperato. Nessun giornale mi ha mai contattato per ascoltare la mia versione. Ho dovuto andare personalmente dai carabinieri per capire cosa stesse succedendo e ho presentato una denuncia per diffamazione contro Marco Guarnieri. Questa vicenda ha danneggiato i rapporti con la mia famiglia italiana e ha complicato ulteriormente una situazione già delicata.
Che ruolo ha avuto Marco Guarnieri in questa vicenda?
È difficile da dire con certezza. So che si definisce un esponente di Forza Italia e che era coinvolto nella campagna per lo Ius Scholae. Molti giornali hanno pubblicato simultaneamente una versione distorta della nostra storia, come se ci fosse una regia dietro. Guarnieri sembra aver orchestrato parte di questo attacco mediatico, ma non conosciamo ancora tutti i dettagli.
Ma adesso io voglio solo ristabilire la serenità per la mia famiglia. Spero che mio figlio possa crescere senza pressioni esterne o manipolazioni. Continuerò a lottare per dimostrare la verità e proteggere mio figlio da chi vuole sfruttarlo per altri scopi.

Ma siamo sicuri che si veramente la verità ? Perché il ragazzo è ancora nel Togo ? Perché parla di rapporti tesi con la famiglia italiana ? Nel senso se una ragazza viene picchiata dal padre e qualcuno denuncia , il padre se intervistato mai andrà dire che sì è vero ... sicuramente se il padre avesse mandato il figlio in Tongo perché omosessuale , non verrebbe certo a dirlo a Gay .it