La scena aveva tutti i presupposti per diventare un’iconografia della grandeur trumpiana: il primo presidente in carica ad assistere a un Super Bowl, l’Evento che incarna il mito dell’America vittoriosa, virile, coesa nella sua autocelebrazione sportiva. Eppure, prima ancora che il fischio finale sancisse la disfatta dei Kansas City Chiefs, Donald Trump si era già dileguato dagli spalti, lasciando dietro di sé la narrazione che avrebbe voluto costruire.
Non c’era alcun impegno istituzionale a richiamarlo altrove, nessuna emergenza diplomatica a giustificare la sua uscita anticipata. La verità era più semplice e, forse, più amara per il tycoon: il Super Bowl 2025 non gli stava restituendo l’immagine di sé che avrebbe voluto proiettare. In campo, la squadra trionfatrice erano i Philadelphia Eagles, franchigia che aveva già dimostrato in passato di non voler essere funzionale ai suoi teatrini politici.
Era successo nel 2018, quando gli Eagles, vincitori del loro primo Super Bowl, avevano rifiutato l’invito alla Casa Bianca in segno di dissenso contro le politiche suprematiste e discriminatorie verso le minoranze dell’allora presidente. Non tutti, insomma, erano disposti a prestarsi a un gioco di propaganda. Non tutti, oggi come allora, erano disposti a legittimare la retorica trumpiana con la propria presenza.
Philadephia Eagles, il rifiuto a piegarsi alla retorica escludente di Donald Trump e l’impegno sociale
Ma cosa ha spinto il presidente americano a lasciare lo stadio prima del fischio finale? Per capirlo, bisogna innanzitutto analizzare il football americano come un sofisticato strumento di soft power a stelle e strisce—e comprendere in che modo gli Eagles ne stanno ridefinendo il significato. Costruito per essere molto più di uno sport, è mitologia, simbolismo, narrazione collettiva.
Donald Trump non ha mai nascosto le sue simpatie per i Kansas City Chiefs, che ha sostenuto apertamente in occasione del Super Bowl 2025. Il suo appoggio è stato però, anche qui, una questione ideologica. In più occasioni, l’ex presidente ha elogiato il quarterback Patrick Mahomes e, soprattutto, sua moglie Brittany Mahomes, che in passato ha espresso il suo sostegno a Trump e al movimento MAGA.
“Ho osservato questo grande quarterback che ha, tra l’altro, una moglie fenomenale, ok? Lei è una fan di Trump. È una fan di MAGA. Quindi, io la adoro, ok. Ma è una persona straordinaria… Lei è fantastica e lui è fantastico,” aveva dichiarato Trump a Fox News alla vigilia della partita.
Non solo: in un altro intervento, aveva definito i Chiefs una squadra “con un grande allenatore, un grande quarterback e praticamente tutto il resto, inclusi quei fan fantastici, che hanno votato per me (MAGA!) in numero record”.
Al contrario, i Philadelphia Eagles hanno saputo plasmare l’immaginario collettivo del football americano in una direzione chiara, volutamente antagonista rispetto al machismo che tradizionalmente lo pervade, costruendo nel tempo un’identità che trascende il semplice successo sportivo.
Lo ha dimostrato Jalen Hurts, il quarterback che ha guidato la squadra alla vittoria del Super Bowl 2025, affidando la sua carriera a un team di gestione interamente composto da donne, sotto la direzione dell’agente Nicole Lynn. Una decisione che non è passata inosservata in un ambiente storicamente dominato da logiche machiste.
“Non l’ho fatto per aderire a un principio astratto” aveva dichiarato Hurts, smontando preventivamente le critiche a chi lo accusava di cavalcare la moda della DEI. “L’ho fatto perché erano le migliori per il lavoro”.
Nel maggio 2024, la sua presa di posizione è stata ancora più esplicita. Invitato all’Eagles Women’s Football Festival, Hurts ha ribadito:
“Le donne vengono costantemente spinte ai margini, costrette a dimostrare sempre di più per ottenere meno rispetto di quanto meritino. Io sono qui per sostenerle, nel football e ovunque. Sappiamo tutti che le donne sono la roccia di tutto”.
Il football come atto politico
Ma se Hurts rappresenta il presente e il futuro di questa traiettoria, il lavoro di attivisti come Malcolm Jenkins e Chris Long ha contribuito a radicarla nel tempo.
Jenkins, ex safety degli Eagles e co-fondatore della Players Coalition, ha strutturato un’organizzazione che dal 2017 agisce su più livelli, dalla riforma della giustizia penale all’equità economica, dall’accesso all’istruzione ai rapporti tra polizia e comunità nere.
Perché inginocchiarsi è un atto potente, ma costruire infrastrutture sociali lo è ancora di più. E Jenkins non si è mai sottratto alla sfida. Durante la settimana del Super Bowl 2025, ha partecipato a un panel sulla sistematica sottrazione delle terre agricole alle comunità afroamericane, fenomeno che affonda le radici nelle pratiche predatorie della segregazione e che continua a generare disuguaglianze strutturali.
Nel 2017, Chris Long ha invece devoluto l’intero stipendio della stagione – un milione di dollari – a programmi educativi per bambini svantaggiati. Poi ha lanciato Pledge 10 for Tomorrow, invitando tifosi e aziende a unirsi a lui nel finanziamento dell’istruzione pubblica. E nel 2018 ha rilanciato con First Quarter for Literacy, distribuendo libri e risorse per combattere l’analfabetismo infantile nelle comunità più povere.
Una risposta netta a chi continua a sostenere il mantra reazionario del shut up and play. Perché negli Stati Uniti, il football non è mai solo intrattenimento: è un veicolo di potere. E gli Eagles hanno scelto di usarlo.
Philadelphia Eagles e comunità LGBTQIA+
Nel 2023, per il Pride Month, la squadra ha poi inaugurato un murale arcobaleno all’interno della Pepsi Plaza del Lincoln Financial Field. Un’aquila con le ali colorate, realizzata dall’artista Tiff Urquhart, è diventata un simbolo permanente della loro alleanza con la comunità queer.
Anche la comunicazione ufficiale della squadra si è allineata a questa posizione. Quest’anno, inoltre, il Super Bowl 2025 ha visto la presenza di un unico cheerleader uomo proprio grazie agli Eagles, James Christian LeGette, che si è dichiarato apertamente gay.
We celebrate and stand with the LGBTQ+ community.
❤️🧡💛💚💙💜#Pride | #FlyEaglesFly | #EaglesEverywhere pic.twitter.com/GAgcR0nCY0
— Philadelphia Eagles (@Eagles) June 1, 2022
Taylor Swift, Trump e l’ultima guerra culturale
La popstar era sugli spalti per tifare Travis Kelce, star dei Chiefs e suo compagno. Una parte dello stadio l’ha acclamata, un’altra l’ha fischiata. Trump, ovviamente, non ha perso l’occasione di inserirsi nella narrativa.
“L’unica ad aver avuto una serata peggiore dei Kansas City Chiefs è stata Taylor Swift. È stata fischiata fuori dallo stadio. MAGA è implacabile”.
Eppure, quando il 9 febbraio 2025 gli Eagles hanno annientato i Chiefs, il messaggio era più chiaro di qualsiasi tweet presidenziale. Non si è trattato solo di una vittoria sportiva. Si è affermata, quando ce ne era più bisogno, un’idea di società, diametralmente opposta a quella incarnata da chi, sugli spalti, ha preferito alzarsi e andarsene prima del tempo.
