ULTIMA FERMATA CHECK-IN

Si apre la 61a Mostra del Cinema di Venezia, col la coppia Spielberg-Hanks nel riuscito 'The Terminal'. Applausi per il bel Giorgio Pasotti nudo in 'Volevo solo dormirle addosso'.

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VENEZIA – Questo Festival nasce sotto il segno dell’inversione. Doppia fila agli accrediti, consegna e cassa (come in alcuni bar) con conseguente delirio per chi ha diritto al pass. Poi scambi di accrediti, problemi (è capitato a Marco Giusti) e gente che firma la ricevuta al posto tuo – a me è successo – ma poi si corregge. Seguono scambi di ‘locations’, un prodigioso restyling della facciata del Palazzo ‘Of the Movie’ con steli imponenti disegnate da Dante Ferretti e intelligenti ottimizzazioni dei percorsi.

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E già, la 61a Mostra Internazionale del Cinema di Venezia parte clamorosamente bene. ‘The Terminal‘ di Spielberg, film di apertura, non è tra i suoi migliori ma del grande regista c’è la bravura, lo spirito d’osservazione (è una metafora della nostro mondo in cui dove stai sta diventando più importante di chi sei) e una sintonia totale col suo attore Tom Hanks che è il padrino del settimo nato in casa Spielberg, Dextry.
Victor Navorski è isolato al J.F.K. perché il suo paese, l’inesistente Krakhozia, è appena avvenuto un colpo di stato, lui è scappato e si è trovato bloccato all’aeroporto poiché per complicate norme internazionali non possono farlo uscire in nessun modo. Certo, non manca la comicità slapstick di Victor che scivola sui pavimenti ma Spielberg, che è magro e ha uno sguardo magnetico, è sufficientemente scaltro nell’evitare le domande su Bush (Un seguito dal titolo ‘Saving Private Bush?’ «Non lo approverebbe») mentre Hanks ha dichiarato che l’aeroporto – interamente ricostruito artificialmente – era buio, polveroso e scomodo ma ha apprezzato il cibo cinese e il ‘pain-express’ alla francese. «Recitarci è stato come camminare in un campo di mine».

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«Schindler’s List è il mio film più incancellabile – ha continuato Steven – Le storie sono combinazioni di tre valori, ci vuole responsabilità per una storia». Evocato anche Frank Capra, con cui ci sono attinenze soprattutto nell’ultimo quarto del film, il più melassoso (Amelia, la Zeta Jones, è un’hostess di cui lui s’innamora e per lei arriva addirittura a creare una fontanona con mosaici dietro ai gabinetti) anche se la scena della ‘cena virtuale’ organizzata coi suoi amici in un angolo è divertente. Buffo e bravo il caratterista Kumar Pallana, giocoliere e attore che nel film è Gupta, il lavapavimenti che teme che Hanks sia una spia e poi ne diventa caro amico. E il gioco sul ‘reality airport’ (la scena con la telecamera fissa in rotazione che segue Victor è davvero spassosa) è narrativamente asciutto, quasi come un gioco di ruolo, e arriva da un soggetto scritto a quattro mani da Andrew Niccol (‘Gattaca’) e Sacha Gervasi che ha poi firmato la sceneggiatura con Jeff Nathanson.

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Un film ben realizzato, è il primo italiano apparso a Mezzanotte, ‘Volevo solo dormirle addosso‘ di Eugenio Cappuccio in cui emerge un giovane attore dagli occhi grandi ed espressivi, molto carino, il Giorgio Pasotti di ‘Dopo Mezzanotte’ che nel film appare nudo a letto e in bagno in più scene: «Non ho provato disagio nel girarle. Molto spesso categorizzano i timidi, ci si appoggia al personaggio. Non sono scene di nudo gratuito, si tratta del personaggio Marco Pressi. Avrei grossissimi problemi a fare calendari». E dire che il suo personaggio ha una scorza notevole, deve licenziare 25 persone (quasi come in ‘Risorse umane’ di Cantet) ma ripete sempre «Ti stimo molto!» e si trova immerso in un ambiente lavorativo difficile, ossia un’azienda di alto profilo, che ricorda la ‘Milano da bere’ ma anche da annusare prima. Ben recitato ma con un senso di déjà-vu forte, annovera Carlo Freccero in un ruolo cameo ed è tratto da un romanzo di Massimo Lolli, capo del personale della Marzotto.

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Un triangolo con sottotesti bisex è invece ‘Throw down‘, il quarantennesimo film di Johnnie To, regista popolare di gangster movie e arti marziali, che qui si cimenta in un film stilisticamente sofisticato su un triangolo tra una donna e due uomini che si vogliono bene ma se lo dicono menandosi: quando uno rifiuta la promessa delle botte, l’altro lo picchia. Nel cortocircuito delirante degli attori Louis Koo e Tony Leung Ka-Fai (si chiama così e Tony Leung c’entra poco) Johnnie To ha ammesso che «nel film c’è un po’ di sentimento tra i due attori ma vorrei crescesse in modo spontaneo, mi piace l’incognita della spontaneità, ci sono scene meravigliose tra i due protagonisti».
Insomma, il Festival è partito in settima, all’insegna di un décalage non solo orario e un po’ spiazzante ma se il buon giorno si vede dal mattino tanto buon cinema è tornato al Lido.

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