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Un Altro Ferragosto, recensione. Funereo ritratto di un’Italia accecata dall’odio, che ha perso memoria e speranza

Dal 7 marzo al Cinema il ritorno di Paolo Virzì con i Molino e i Mazzalupi, tra omofobia e caducità della vita, al cospetto di due Italie apparentemente inconciliabili.

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Un Altro Ferragosto, recensione. Funereo ritratto di un'Italia accecata dall'odio, che ha perso memoria e speranza - UAF 49 0109 - Gay.it
Un altro Ferragosto (Regia di Paolo Virzì)
6 min. di lettura

Nel 1996 l’Italia usciva dal suo primo divisivo biennio berlusconiano e Romano Prodi vinceva le sue prime elezioni, al cospetto di un Paese mai tanto spaccato in due, tornato a parlare di comunisti e fascisti a mezzo secolo dalla fine della Seconda Guerra Mondiale. In quel 1996 un giovane Paolo Virzì raccontava tutto questo in una commedia a dir poco iconica, in grado di vincere il David come miglior film. Ferie d’Agosto, con due famiglie agli antipodi in rappresentanza dell’italiano medio. Da una parte i Molino, dall’altra i Mazzalupi. Passati quasi 30 anni, e con un governo dichiaratamente di destra alla guida del Paese, Paolo Virzì è tornato in quello scoglio laziale dove il Duce spedì al confine oppositori politici, intellettuali e omosessuali, Ventotene, per ritrovare i Molino e i Mazzalupi, per raccontare l’Italia di ieri attraverso l’Italia di oggi, guardando con disarmante paura all’Italia di domani.

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In una sera d’agosto di quel 1996, nella casa di Ventotene dove il giornalista Sandro Molino trascorreva le vacanze, la sua compagna Cecilia gli rivelò di essere incinta. Oggi Altiero Molino è un ventiseienne imprenditore digitale che torna a Ventotene col marito fotomodello per radunare i vecchi amici intorno al padre malandato e regalargli un’ultima vacanza. Ma i Molino non si aspettavano di trovare l’isola in fermento per il matrimonio di Sabry Mazzalupi col suo fidanzato Cesare: la ragazzina goffa figlia del bottegaio romano Ruggero, è diventata una celebrità dei social e le sue nozze sono un evento mondano che attira i media e anche misteriosi emissari del nuovo potere politico. Due tribù di villeggianti, due Italie apparentemente inconciliabili, destinate ad incontrarsi di nuovo a Ferragosto, per una sfida stavolta definitiva.

Scritto da Paolo e Carlo Virzì insieme a Francesco Bruni, Un Altro Ferragosto è un sequel che trasuda malinconia, funereo nei toni, condito da sorrisi amari, inumiditi da lacrime che si specchiano in una tragicommedia che guarda alla politica di oggi e a quell’Italia che in poco meno di 30 anni ha perso il senso dell’indignazione, della vergogna, tanto da potersi permettere di dire tutto e il contrario di tutto trincerandosi dietro il paravento del “non si può più dire niente”. Andrea Carpenzano è Altiere, figlio di Sandro Molino che non è mai del tutto riuscito a legare con quel padre idealista, incapace di capire il perché del suo abbandono universitario, della fuga in America, del boom di un’app che l’ha reso miliardario. Sposo di Noah, interpretato da Lorenzo Saugo, è tornato in Italia proprio per stare accanto a quel padre malato. L’idea di riunire amici e familiari a Ventotene 30 anni dopo l’ultima volta lo affascina, se non fosse per i vicini rumorosi, fieramente fascisti, con cui è fisicamente costretto a scontrarsi. In una scena in spiaggia Altiere e Noah si baciano sotto l’ombrellone. Cesare, ovvero Vinicio Marchioni, omone tatuato e orgogliosamente fascio presto sposo di Sabrina Mazzalupi, li guarda con orrore, con sdegno. Fino a quando Noah non entra in acqua ed entra in contatto con suo figlio piccolo. I due parlano, Noah gli mette una mano sulla spalla. A quel punto Cesare si tuffa, lo raggiunge, lo affronta, lo prende per i capelli e lo spinge in acqua. Qualcuno riprende la scena, che diventa virale. Ma non succede niente, perché tendenzialmente tutti anestetizzati all’odio, all’omofobia. Cesare rivendica quanto fatto, “perché le mani addosso a mi’ fijo non je le metti, a casa vostra fate pure quello che ve pare ma non in pubblico. Io non so omofobo, ho tanti amici gay“, rimarca con il sorriso stampato sul volto tra gli applausi degli amici a lui politicamente affini.

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Lo scontro socio-politico dei nostri giorni riprende immediatamente forma, come nel 1996, in quella Ventotene che è Isola della memoria, culla da cui prese forma la resistenza, la nuova Italia, che si ribellò al fascismo mussoliniano con i vari Pertini, Spinelli, Ravera. Un Altro Ferragosto poggia le propria fondamenta sul passare del tempo e su come quest’ultimo si intrecci a quello della memoria, della morte della memoria e del racconto fondativo della storia di questo Paese. Attraverso continui flashback legati al film del 1996, Virzì cuce passato e presente provando a proiettarsi verso il futuro, raccontando esistenze il più delle volte alla deriva, sconfitte ma mai del tutto vinte. I fallimenti, i dolori, la disperazione, la tristezza, l’infelicità, i rimpianti, le aspirazioni frustrate hanno coinvolto tanto i Mazzalupi quanto i Molino, tra perdite mai del tutto elaborate e matrimoni disfunzionali, amori tossici e logori rapporti tra genitori e figli, in cui è l’incomunicabilità a trionfare.

Tornato alla coralità cinematografica, Virzì è maturato insieme a tutti i suoi protagonisti, dando quasi l’impressione di aver perso la speranza, nei confronti di un Paese che parrebbe continuamente rivivere i medesimi errori, di un’umanità allo sfascio che ha ripreso con forza a dividersi, di un mondo in cui è quasi diventato impossibile sognare. In tal senso c’è un monologo di Emanuela Fanelli, tanto improvviso quanto esilarante, che prende a pugni i suoi interlocutori, nel suo essere tanto violentemente concreto, reale. Un altro Ferragosto è un film cupissimo, per quanto dolorosamente divertente, in cui la morte prende il sopravvento, l’odio vince sull’amore e la memoria viene puntualmente resettata, se non riscritta, ad uso e consumo ideologico.

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Con Un Altro Ferragosto Virzì ha preso la proverbiale commedia di costume e di satira sociale per condirla con il melodramma duro e puro, dando forma ad un seguito che è il perfetto specchio di un’Italia ancora divisa tra ‘radical chic’ e ‘fascisti’, a 30 anni dalla nascita del berlusconismo, mentre a montare è il disprezzo nei confronti di chi è considerato ‘diverso’,  la prepotenza di chi si crede oltre le regole,  la presunta superiorità morale e socioculturale di un microcosmo politico ribattezzato ZTL, la futilità di un esibizionismo social in cui vivere perennemente sconnessi dalla realtà.

Ne è uscito fuori un film che spiazza e immalinconisce, dai profondi richiami contemporanei, segnato da un cast impeccabile. Persi Piero Natoli ed Ennio Fantastichini, scomparsi nel 2001, nel 2018 e qui profondamente omaggiati, Virzì ha richiamato sul set Sabrina Ferilli negli abiti di Marisa, lo sciupafemmine Gigio Alberti in quelli di Roberto, Agnese Claisse in quelli di Martina, Paola Tiziana Cruciani nei panni di Luciana Mazzalupi, Claudia Della Seta e Raffaella Lebboroni in quelli di Graziella e Betta, ancora oggi litigiose e innamorate; e ancora Laura Morante nei panni di Cecilia Sarcoli, moglie di Silvio Orlando aka Sandro Molino, Silvio Vannucci negli abiti di Mauro Santucci e Rocco Papaleo nella divisa del brigadiere. Novità di peso Christian De Sica, qui ex piacione fascistone, un imbroglione, un disperato che si vende alla Marisa di Sabrina Ferilli promettendole vacanze a Dubai in prima classe, se non fosse un morto di fame. Nel cast spicca anche Lorenzo Balducci, neli abiti di un deputato di destra che prova a convincere l’influencer Mazzalupi ad entrare in Parlamento, pur non sapendo niente di niente, perché così tira il vento nella politica di oggi, dove a contare sono più gli influencer che le capacità.

A pochi mesi dalle europee in cui Roberto Vannacci rischia non solo di essere candidato dalla Lega ma anche se non soprattutto di venire eletto all’Europarlamento, Un altro Ferragosto racconta un’Italia oltremodo divisa, segnata da estremismi e da una palpabile paura nei confronti del domani, che andrebbe riscritto guardando al proprio troppo spesso dimenticato passato, a quella Ventotene in cui le menti migliori di una generazione furono portate in manette e private della libertà, riuscendo comunque a nutrire idee che avrebbero contribuito ad edificare l’Italia del dopoguerra.

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