Vivere con Hiv: Riccardo e Luca, se nella coppia soltanto uno dei due è Hiv+

"Lui è HIV positivo e io sono Hiv negativo, quindi siamo quella che tecnicamente si definisce 'coppia siero-discordante', anche se noi preferiamo definirci 'siero-magnetici'."

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Vivere con Hiv: Riccardo e Luca, se nella coppia soltanto uno dei due è Hiv+ - Riccardo e Luca - Gay.it
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Le persone che vivono con Hiv in Italia sono circa 130.000, ma a causa dello stigma e della discriminazione nei loro confronti, i più continuano a vivere l’infezione in silenzio e nell’ombra. Sono tanti gli ambiti soggetti a discriminazione: il mondo del lavoro, il pregiudizio nella coabitazione fino allo stigma sessuale.
Per dare voce alle persone che vivono con Hiv ho intervistato tre persone con delle storie molto diverse: Miki, Danilo e Riccardo.

 

Riccardo D’Emidio

Vivere con Hiv: Riccardo e Luca, se nella coppia soltanto uno dei due è Hiv+ - Riccardo demidio scaled - Gay.it
Riccardo D’Emidio a sinistra e il compagno Luca a destra

Riccardo D’Emidio, 40 anni vive a Bruxelles
Hiv negativo in coppia con Luca, Hiv positivo.

 

Il racconto di Riccardo

Mi chiamo Riccardo, ho 40 anni e sto con Luca da 10. Lui è HIV positivo e io sono Hiv negativo, quindi siamo quella che tecnicamente si definisce “coppia siero-discordante”, anche se noi preferiamo definirci “siero-magnetici”.

La nostra storia ha sfidato confini geografici e temporali, perché è cominciata 20 anni fa all’università, quando lui studiava a Roma e io ad Exeter, in Inghilterra. Conobbi Luca che avevamo 20 anni, e ci piacemmo subito. Amici in comune ci permettevano di incontrarci spesso, nonostante, dopo l’università, il mio lavoro nella cooperazione internazionale mi portasse a vivere tra Messico, Brasile, Spagna e Thailandia.

Per capire che l’interesse era reciproco però, e concretizzarlo, ci abbiamo messo tanto e tanti occhiolini. Dopo altrettanti fidanzati, il timore, reciproco, di non essere all’altezza dell’altro è svanito, e 10 anni fa gli occhiolini non ci sono bastati più.

In quel momento vivevo a Città del Messico con un compagno con cui stavo da 7 anni, e per vivere l’amore con Luca dovetti riorganizzare completamente la mia vita. In questo processo arrivò anche il coming out sierologico di Luca, che per me ha segnato l’inizio di un percorso, emotivo ancor prima che nozionistico, e che ha reso a tutti gli effetti l’Hiv parte della nostra relazione. Una convivenza a tre se vogliamo.

Tra il 2009 e il 2010 lavoravo come cooperante in Brasile, e mi occupavo proprio di Hiv e inclusività. Era la fine del 2°mandato di Lula e l’inizio del mandato di Dilma Rousseff, la società civile brasiliana stava faceva un lavoro straordinario in materia di inclusività e diritti sessuali e riproduttivi, e io collaboravo con numerose organizzazioni di persone che vivevano con Hiv e altrettante associazioni di persone con disabilità, cercando di costruire un’agenda comune.

Molte persone neurodivergenti e con disabilità sono infatti estremamente vulnerabili all’Hiv, visto che c’è pochissima prevenzione accessibile e una tendenza a infantilizzarne la vita sessuale. C’era poi chi una disabilità l’aveva sviluppata proprio a seguito dei primissimi trattamenti per Hiv e Aids, perché nelle prime due decadi dell’epidemia chi è riuscito a sopravvivere spesso lo ha fatto al costo di effetti collaterali devastanti. I farmaci di oggi non esistevano.

Per me fu un’esperienza formativa, ma che mi fece percepire la positività all’Hiv come una condizione totalizzante, che portava a conseguenze molto invadenti se non invalidanti. Sul lavoro si parlava di carica virale e conta dei CD4, ma non avevo mai sentito parlare di carica virale non rilevabile (Undetectable) né immaginavo cosa comportasse. In quegli anni lavoravo ed ero amico intimo di tante persone che vivevano con Hiv, ma ero anche molto attento a non farci sesso.

Luca ci ha provato più volte a fare coming out e io senza rendermene conto gli ho messo qualche bastone tra le ruote. In uno dei nostri primi appuntamenti, a cena fuori gli chiesi quale fosse la sua più grande paura, e lui per prendere tempo mi disse “ci devo pensare… e la tua?”. Io senza pensarci troppo risposi “probabilmente prendermi l’Hiv”. Luca mi guarda sereno, mi sorride e va in bagno. Solo mesi dopo venni a sapere del profondo panico che lo assalì e delle telefonate dal bagno di quel ristorante in cui in lacrime chiedeva agli amici che fare.

Alla fine Luca aspettò sei mesi prima di parlarmi del suo stato sierologico. Lo fece online, lui era a Londra e io in Messico. Oltre allo stupore e allo sgomento, quel giorno mi sentii tradito, calpestato. Avevamo sempre fatto sesso con il preservativo ok, Luca era in terapia già da un paio di anni e aveva una carica virale non rilevabile – e dunque non poteva trasmettere il virus – ma a me non me ne importava nulla: ero io quello che doveva poter scegliere se fare sesso o meno con una persona che vive con Hiv. Lui così aveva scelto per me.

La verità invece era un’altra: durante quei mesi Luca di fatto non mi ha mai esposto a nessun rischio. Se Luca avesse fatto coming out il primo giorno che abbiamo fatto sesso io probabilmente non ci sarei stato e oggi non staremmo insieme. Aspettando quei mesi mi ha dato l’opportunità di innamorarmi, e di compiere una scelta informata e cosciente.

Oggi l’Hiv fa parte della nostra storia d’amore e della nostra vita in generale, sia per il lavoro di attivismo che facciamo assieme con i Conigli Bianchi, sia perché l’Hiv, oggi come ieri, non è un fatto puramente medico, ma è anche sempre una questione politica e sociale. È vero che oggi abbiamo la fortuna di avere farmaci fantastici che rendono l’Hiv una condizione cronica, e che ti permettono di avere una qualità e un’aspettativa di vita paragonabile a quella di chiunque altro. Allo stesso tempo però l’accesso ai farmaci e alle cure non è sempre facile, né garantito.

In questi 10 anni insieme abbiamo cambiato casa e paese ogni 2 anni spostandoci dal Messico, al Regno Unito, all’Italia, al Portogallo, e ora viviamo in Belgio. Ogni spostamento è accompagnato dall’incognita rispetto a come ciascun paese gestisce la sanità pubblica, a come ci si accede, a che trafila burocratica bisogna affrontare. D’altronde gli antiretrovirali arrivano a costare anche più di mille euro al mese e quindi l’accesso alla salute pubblica è sempre conditio sine qua non per qualsiasi nostro spostamento. E in più nessuna assicurazione privata copre condizioni pre esistenti come l’Hiv.

La medicina ha fatto dei passi da gigante, e Luca oggi prende una sola pasticca al giorno, sta bene, fa le sue analisi del sangue di routine ed è monitorato da vicino. Oggi quindi dò un’attenzione relativa alla dimensione medica dell’Hiv, ma quella politica, geopolitica e sociale continua a preoccuparmi. Mi preoccupa molto ad esempio che in Italia ci siano ancora così poche persone a loro agio nel comunicare il proprio stato sierologico, perché è sintomo di quanto ancora lo stigma sociale sia forte.

Se dovessi dire qualcosa a una persona che evita una relazione o di fare sesso con un partner Hiv+, gli direi che gli anni 80 sono finiti. Oggi avere un partner Hiv+ in terapia significa fare sesso con il partner sessuale più sicuro che ci sia, perché il rischio di contrarre HIV da chi si cura efficacemente è ZERO. E perché spesso si tratta di una persona monitorata da un team di medici, informata e aggiornata sulla sua salute sessuale verosimilmente molto più della media. Quindi gli direi “meglio di così non ti può andare! Approfittatene!”

 

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sergioca 29.11.22 - 10:56

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