20 anni di Brokeback Mountain, Ang Lee confessa: “Volevo ritirarmi, mi ha riportato ad amare la vita”

"Sono ancora in piedi e continuo a fare film grazie a quel film. È stato l'unico film in cui ho pensato: "C'è un Dio del cinema che mi ama. Vuole che continui". Era così perfetto. Cosa ho fatto per meritarmelo?".

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Brokeback Mountain
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20 anni fa Brokeback Mountain vinceva il Leone d’Oro alla Mostra del Cinema di Venezia, riscrivendo la storia del Cinema LGBTQIA+ ad Hollywood. A lungo rimasto in un cassetto, a causa di produttori, registi (Gus Van Sant, Lee Daniels e Pedro Almodovar) e attori in fuga (Leonardo DiCaprio, Matt Damon, Ryan Phillippe, Mark Wahlberg, Josh Hartnett e Brad Pitt), l’adattamento dell’omonimo romanzo di Annie Proulx incassò oltre 178 milioni di dollari in tutto il mondo e vinse di tutto, compresi 3 premi Oscar.

Per celebrare i 20 anni Focus Features ha annunciato il ritorno di I Segreti di Brokeback Mountain nei cinema d’America, a fine giugno, con Ang Lee, che vinse il suo primo Oscar alla regia grazie ai cowboy gay interpretati da Heath Ledger e Jake Gyllenhaal, che ha ora confessato a Deadline quanto quel film gli abbia cambiato la vita.

 Ang Lee e la voglia di abbandonare il Cinema

Nato a Taiwan, Lee ha raccontato come suo padre, preside di una scuola, non fosse inizialmente rimasto impressionato dall’avere un figlio regista. Suo papà era convinto che prima o poi Ang Lee si sarebbe dovuto dedicare a qualcosa di “più serio”. Eppure si era già fatto un nome, avendo girato film come Il Banchetto di nozze e Mangiare bere uomo donna, fino all’arrivo ad Hollywood con Ragione e sentimento e Tempesta di ghiaccio. La svolta nel 2000, con La tigre e il dragone, che sbanca i botteghini e vince 4 premi Oscar, compreso quello come miglior film straniero. Ma le riprese della pellicola furono estenuanti, anche perché Lee non aveva mai girato un film di arti marziali, con quelle innovative e mirabolanti sequenze di combattimento di rara complessità.

Ci sono voluti poco più di cinque mesi per girare, ed erano giornate lunghe perché viaggiavamo in molti posti e quelle scene di arti marziali richiedono molto tempo. Ogni scena di lotta richiedeva almeno due settimane di lavorazione, dalle 16 alle 20 ore al giorno. Per i primi due mesi ho girato più di 12 ore al giorno”. “È stato il film più difficile che abbia mai fatto. Non ce la facevo più. Pensavo di ritirarmi dopo La tigre e il dragone perché ero letteralmente esausto. Alla fine, mentre mixavo il suono, non riuscivo nemmeno a sedermi. Ero sdraiato sul divano. Era così terribile. Mi dissi: ‘Ne ho abbastanza. Mio padre aveva ragione’. E poi, tre mesi dopo, cosa faccio? Giro Hulk. Sono stati altri cinque mesi di riprese estenuanti.”

L’arrivo di Brokeback Mountain riscrive la (sua) storia (del Cinema)

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Brokeback Mountain

Una volta terminato Hulk con Eric Bana, Lee, che all’epoca aveca 49 anni, pensò di abbandonare il Cinema, ma fu proprio suo padre a dirgli di andare avanti. Almeno per un’altra pellicola.


“Mio padre, per la prima volta nella sua vita, mi disse: ‘Vai avanti e fai un altro film. Hai solo 49 anni. Sarebbe un cattivo esempio per tuo figlio’. E poi, due settimane dopo, morì”.

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Un segno del destino. Ang Lee aveva scelto di girare Hulk scartando proprio Brokeback Mountain. Quando venne a sapere che i diritti del racconto breve di Annie Proulx erano ancora disponibili li acquistò subito. L’esperienza vissuta nel girare Brokeback Mountain, purtroppo mai visto da suo papdre, fece capire al regista che non voleva realmente ritirarsi.

“Credo che Brokeback Mountain mi abbia riportato indietro, mi abbia riportato ad amare la vita, ad amare il cinema. E sono ancora in piedi, continuo a fare film, grazie a quel film. È stato l’unico film in cui ho pensato: “C’è un Dio del cinema che mi ama. Vuole che continui”. E il film era così perfetto. Cosa ho fatto per meritarmelo? Era tutto perfetto. Non so cosa abbia di speciale quel film. È un film triste, ma parla d’amore. È così toccante. Tutti sono innamorati. Ed è stato fantastico. Ogni attore si è rivelato fantastico. Non ho fatto molto, mi sono solo occupato del coverage. Non avevo ambizioni cinematografiche. Ho semplicemente portato a termine ogni giornata e mi sono assicurato le interpretazioni. E poi, al primo montaggio, ho capito di aver ottenuto qualcosa. La gente ne è rimasta profondamente colpita.”

D’altronde ancora oggi, passati 20 anni, Brokeback Mountain viene considerato un capolavoro, uno dei pochi classici del nuovo millennio. Il film vinse decine e decine di riconoscimenti, tra i quali 4 Golden Globe, 4 Bafta, 3 Critics’ Choice Movie Award e 3 premi Oscar su 8 nomination (Migliore regia, Migliore sceneggiatura non originale, Miglior colonna sonora). Mai una pellicola a tematica LGBT aveva raccolto tanto, mai un film con due personaggi gay protagonisti era diventato ‘mainstream’. I segreti di Brokeback Mountain cambiò la percezione di Hollywood nei confronti del cinema a tematica queer. Per sempre. C’è stato un prima e un dopo Brokeback Mountain, poi arrivato anche a teatro con un musical ad hoc che nei prossimi mesi debutterà in Italia. Protagonisti due cowboy di origini molto diverse che si incontrano e si innamorano mentre lavorano insieme in un ranch, nell’estate del 1963. Le loro vite, però, prenderanno direzioni diverse. Film epocale che, con la rappresentazione dell’esplosione di un sentimento amoroso tanto inatteso quanto intenso, scardinò la visione romantica del Far West e smontò definitivamente la mitologia del cowboy. Con personaggi indimenticabili, intensi, veri. E un’alchimia tra i due protagonisti semplicemente ipnotica.

Nei 20 anni successivi a Brokeback Mountain Ang Lee, oggi 70enne, ha diretto solo 5 film, vincendo un altro Oscar come miglior regista per Vita di Pi. Nel mezzo ci sono stati Lussuria – Seduzione e tradimento, suo secondo Leone d’Oro a Venezia, Motel Woodstock, Billy Lynn – Un giorno da eroe e Gemini Man, sua ultima pellicola datata 2019. Ma una nuova fatica sarebbe dietro l’angolo grazie a Thrilla in Manila, film sceneggiato da Peter Morgan che racconterà  l’epico scontro tra Muhammad Ali e Joe Frazier Quezon City, Filippine, nel 1975.

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