Oggi parliamo di comunicazione su HIV. Lo rende necessario il fatto che un certo Valentino T., negli ultimi mesi, è stato additato da goffi scrivani, che si fanno chiamare giornalisti, come “l’untore dell’HIV“: un bel ritorno al Medioevo, a partire già dalla scelta dei termini.

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Sul caso di Valentino T. c’è una domanda che la stampa finora non si è posta, ed è una domanda di natura molto pratica: ammesso e non concesso che questo individuo abbia davvero deciso di trasmettere volontariamente il virus ad altre persone, considerando che ci vive da oltre dieci anni…come avrebbe fatto?
Spieghiamoci meglio: se hai l’HIV, il virus attacca il tuo organismo e indebolisce il tuo sistema immunitario, fino a generare una sindrome, l’AIDS, di cui si muore. Siamo d’accordo? Bene. Se non si vuol morire di AIDS, si fa ricorso alle terapie antiretrovirali, che bloccano la replicazione del virus all’interno del corpo e permettono una vita lunga e sana, ma NON SOLO: con una viremia efficacemente controllata dalla terapia, è praticamente impossibile trasmetterlo sessualmente. Adesso le possibilità sono due: o Valentino è un supereroe che, pur avendo l’HIV da oltre dieci anni, non prende farmaci e sta ancora benone nonostante la viremia alta, oppure prende regolarmente la sua terapia e dunque non è poi così probabile che abbia trasmesso il virus a tanta gente.

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In nessuno degli articoli relativi alla storia di Valentino T. si è parlato di questo aspetto. In Italia, la maggior parte delle persone neppure lo sa che grazie alla terapia il rischio di trasmissione si riduce fin quasi a zero. Non ci interessa, tuttavia, in questa sede, che non è legale e dove non abbiamo elementi sufficienti per farlo, indagare sulla colpevolezza o innocenza del soggetto in questione, o sindacare sulle sue analisi cliniche. Ma ci interessa, questo sì, attribuire le colpe a chi di questa notizia si è cibato senza scrupoli, a chi l’ha usata senza riserve, a chi ci si è arricchito.

Perché? Tanto per cominciare perché molte delle persone che hanno scritto sulla vicenda, di HIV non ne sanno praticamente nulla e questo è tristemente evidente . Questa notizia, sparsa ai quattro venti coi toni sensazionalistici e assoluti tipici della sempreverde caccia alle streghe, era troppo ghiotta per non utilizzarla al fine di essere letti un po’ più del solito. Dopotutto, fare informazione correttamente e documentandosi – o anche solo riflettendo e confrontandosi con la propria coscienza – è un lavoro faticoso e nell’era dei social network bisogna essere veloci, colpire l’attenzione a tutti i costi e chissenefrega dell’accuratezza dei contenuti . Ma soprattutto, chissenefrega delle conseguenze.

Oggi, invece, noi parliamo di comunicazione, e di conseguenze. Mi permetto di pubblicare, in forma totalmente anonima come è giusto che sia, questo Post scritto da un utente di un gruppo di cui faccio parte anche io:

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Ecco le conseguenze: hanno provato in tanti a raccontarci la favola che la storia di Valentino T. serve a riportare alla luce il tema dell’HIV. Invece no, ha riportato a galla la paura: la paura di testarsi, la paura di scoprire di essere sieropositivi e la paura di finire nelle fauci di una società crudele e spietata, che non vede l’ora di trovare un mostro contro cui scagliarsi. Questo tipo di comunicazione rinforza l’idea che, se hai l’HIV, è meglio non saperlo, perché se per caso lo trasmetti sapendolo sei un mostro, se invece non ti testi mai e lo trasmetti inconsapevolmente sei una povera vittima. Ma soprattutto rinforza l’idea che, se prendi l’HIV, è colpa di qualcun altro: naturalmente della persona da cui l’hai preso. Per chi vive con HIV, tutto ciò è un vero e proprio incubo. Un’informazione cieca e cattiva come quella fatta sulla storia di Valentino T., alimenta uno STIGMA già incredibilmente pesante, che avrebbe bisogno di essere eliminato, non ingrassato a suon di “interviste shock” de Le Iene. Quando facciamo informazione su HIV dovremmo mantenere fede a certi principi: la costruzione mediatica dell’untore può avere effetti molto pesanti. A farne le spese sono sempre i soggetti più vulnerabili. Da persona che vive con HIV mi domando: Dov’è finito il rispetto per la nostra dignità, per le nostre storie, per il nostro dolore? Davvero vogliamo chiamare un simile scempio “informazione”? Non ne abbiamo le scatole piene di servizi imprecisi e interviste fatte male?

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Criminalizzare è tanto sbagliato quanto facile: creare e far funzionare i servizi utili, invece, è difficile e richiede tempo e competenze; così com’è difficile informare secondo coscienza, creare consapevolezza, esercitare la delicatezza, preoccuparsi dei soggetti deboli. La tentazione della notizia facile è forte, irresistibile. Trascrivere in modo raffazzonato, travisare le cose fantozzianamente, infilando qua e là termini altisonanti, è semplice come bere un bicchiere d’acqua e funziona: ti leggono tutti all’improvviso. Il prezzo del plauso però si sconta sulla pelle degli altri. La stampa di questi mesi è stata invasa da titoli francamente inaccettabili: “I segreti di Valentino T, l’untore che fa tremare Roma“; “HIV, Valentino T. e le 31 contagiate” e così via. Facebook si è riempito di pagine inneggianti all’odio nei confronti del “mostro” Valentino T., il dito perfetto dietro cui nasconderci per non ammettere la nostra ignoranza, la nostra superficialità, la nostra mancanza di responsabilità nei confronti di noi stessi. Non vedevamo l’ora di avere qualcuno da odiare, che ci distraesse dal disastro della nostra compiaciuta disinformazione.

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Fortunatamente, le associazioni di lotta all’HIV hanno detto qualcosa di utile e sensato sulla vicenda (e su vicende simili).Lila, ad esempio, ci ha ricordato saggiamente due cose, prima di tutto che :”I casi limite non rappresentano la realtà” e poi un’altra grande verità:
“Dalla narrazione delle vicende di “Valentino T.” emerge l’idea che la prevenzione sia un “onere” a esclusivo carico delle persone con Hiv: sono loro a essere responsabili, a dover comunicare al partner la loro infezione. Tutti gli altri – anche coloro che non conoscono il proprio stato sierologico – sembrano poter restare tranquilli. Questa idea è fuorviante e pericolosa perché oggi, in circa il 50% dei casi, la trasmissione dell’HIV avviene da parte di persone che hanno contratto il virus di recente (1 anno) e che non sanno di esserne portatrici. Si tratta di individui che, pur avendo una carica virale altissima si percepiscono “sani” e non si sentono perciò in dovere di avvertire il partner che non hanno fatto un test per l’HIV da almeno un anno. Lo si può giudicare un comportamento responsabile il loro?”

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Anche il presidente di Plus, Sandro Mattioli, intervistato proprio da Gay.it, aveva detto la sua, nel novembre 2014, quando il programma TV “Le Iene” mandò in onda un terribile servizio di Nadia Toffa sui presunti “bug chasers“, ossia coloro che cercano volontariamente di contrarre l’HIV:
“Sono sicuro che quelle immagini spingeranno le persone HIV+ ancora di più nel limbo e le altre a mettere la testa sotto la sabbia, per paura. La paura è il punto cruciale di tutto. La paura del virus, ma anche la paura dello stigma, dell’isolamento. Perché non si parla di diagnosi? Bisognerebbe che tutti sapessero che ancora una persona sieropositiva su due lo scopre tardissimo, con tutto quello che ne consegue. E noi che messaggio diamo? Che se facciamo il test e risultiamo positivi, rischiamo di essere discriminati? È pericolosissimo.”
In quel servizio, fra le tante inesattezze, si diceva persino che i farmaci per HIVhanno effetti devastanti come quello chemioterapici: una balla assurda, che non sta né in cielo, né in terra, assolutamente errata dal punto di vista scientifico. Insomma, se l’intenzione di tutti questi “giornalisti” era quella di convincere spettatori e lettori a testarsi di più e a proteggersi meglio, sono sicuro che il risultato sarà un grande buco nell’acqua. Alimentare il terrore e poi sfruttarlo mi sembra un modo bieco e povero di fare il proprio mestiere, e soprattutto è un modo per danneggiare il lavoro delle associazioni che da trent’anni si battono per diffondere informazioni corrette, incoraggiare la prevenzione e cercare di fermare l’epidemia anche attraverso una precisa strategia culturale.

Quella contro l’HIV è una battaglia epocale e le grandi battaglie si vincono col coraggio, non con la paura.

Paolo Gorgoni

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