Vivere bene con l’HIV oggi è un’ambizione che va ben oltre la battaglia per tenere il virus sotto controllo. Significa prendersi cura della salute cardiovascolare, prevenire i tumori, gestire la sessualità senza vergogna, conoscere la propria terapia abbastanza da non temerla. Il dottor Lorenzo Badia, Infettivologo dell’Azienda AUSL di Imola, e il dottor Davide Moschese, Infettivologo dell’ASST Fatebenefratelli Sacco di Milano, lo spiegano con precisione: l’empowerment del paziente è una pratica quotidiana che si costruisce nell’ambulatorio, nella relazione con il medico, nella capacità di fare domande anche scomode e nella fiducia nell’intera rete di risorse che oggi sono a disposizione.

Gilead Sciences ha lanciato Choose You = La scelta sei Tu, una campagna dedicata alle persone con HIV che mette al centro il benessere a lungo termine: fisico, emotivo, relazionale. Nell’ambito di questa iniziativa è in corso una serie di tre webinar chiamata Long Term Health Conversations: incontri virtuali che riuniscono infettivologi, esperti e rappresentanti delle principali associazioni di pazienti italiane, pensati per aprire un dialogo più libero su temi che spesso restano inespressi.
Dopo il primo appuntamento su come cambi la vita con l’HIV quando si smette di avere paura, e l’intervista all dott.ssa Rizzo, infettivologa, il secondo appuntamento, tenutosi il 21 maggio 2026, era dedicato alla salute a lungo termine, alla prevenzione delle infezioni sessualmente trasmesse e all’empowerment nel percorso terapeutico. A entrambi i medici abbiamo rivolto alcune domande sui temi affrontati durante il webinar. Per chi non c’era.
Salute a lungo termine: oltre il controllo del virus
Quando si parla di salute a lungo termine per le persone con HIV, il rischio è restare nel vago. Il dottor Moschese chiarisce subito il perimetro: oggi le terapie permettono nella maggior parte dei casi di vivere a lungo, ma l’obiettivo deve essere vivere anche bene. Questo significa guardare alla salute mentale, alla salute cardiovascolare, alle relazioni interpersonali, al benessere sessuale e alla qualità della vita complessiva. La vera sfida, sottolinea, è permettere alle persone di invecchiare in salute, non semplicemente di convivere con il virus.
Il dottor Badia entra nel dettaglio clinico. Due sono le complicanze che meritano attenzione particolare: la salute cardiovascolare, con un rischio aumentato di infarto e ictus rispetto alla popolazione generale, e le malattie tumorali. Su entrambi i fronti, la qualità dell’aderenza terapeutica fa la differenza: anche i farmaci di vecchia generazione, più tossici, garantivano risultati migliori a chi li assumeva correttamente rispetto a chi non li prendeva affatto. A dimostrazione di quanto il virus non controllato sia il nemico principale.
In termini pratici, Badia individua tre priorità su cui le persone con HIV dovrebbero porre attenzione aggiuntiva rispetto alla popolazione generale: le vaccinazioni (in particolare contro il papillomavirus, rilevante nella prevenzione dei tumori della cervice uterina e dell’ano), le campagne di screening oncologico, e l’astensione dal fumo. Quest’ultimo punto è cruciale: il fumo amplifica un rischio cardiovascolare e tumorale già di per sé più elevato.
«Le persone con HIV sono in qualche modo fortunate, perché i controlli semestrali dal medico consentono un monitoraggio più frequente rispetto alla popolazione generale. È un vantaggio che vale la pena sfruttare.»
Dott. Lorenzo Badia
Il tabù della sessualità: da entrambe le parti del tavolo
Esiste ancora un tabù intorno alle infezioni sessualmente trasmesse? Il dottor Badia risponde con un mea culpa: il tabù, spesso, lo alimentano anche i medici. La tendenza a non affrontare il tema della sessualità quando non viene esplicitamente sollevato dal paziente porta a trascurare aspetti fondamentali della cura, soprattutto in categorie che lo stereotipo vorrebbe “a basso rischio”: le donne, le persone anziane, le persone non conformi al binarismo di genere.
La soluzione è più semplice di quanto sembri: chiedere. Introdurre il tema già dalla prima visita, normalizzarlo, dare al paziente le parole per raccontarsi. «Con l’infettivologo non c’è motivo di imbarazzo», dice Badia. «Studiamo esattamente queste cose. Siamo qui per sentirci raccontare anche questo.»
C’è però un’area dove lo stigma persiste anche all’interno della comunità medica: il chemsex. Molte persone con HIV non lo dichiarano al proprio infettivologo per paura del giudizio. Un silenzio che ha conseguenze concrete: il chemsex espone a rischi di interazione farmacologica con la terapia antiretrovirale, aumenta la vulnerabilità dal punto di vista psicologico e dell’aderenza, e richiede protocolli di screening sessuale più intensivi.
«Figuratevi, ne sentiamo di tutti i colori. Non sarete la persona che mi ha raccontato le cose più insolite. E il segreto professionale tutela al cento per cento.»
Dott. Lorenzo Badia
Conoscere la propria terapia: informarsi fa bene (e non fa paura)
Conoscere meglio la propria infezione è un vantaggio o una fonte di ansia? Per il dottor Badia, la risposta è netta: nell’HIV, più ci si informa sui canali giusti, più ci si tranquillizza. Il motivo sta nella solidità scientifica di alcune certezze fondamentali.
U=U, per esempio, è ben più di uno slogan: è il risultato di due studi su oltre 1.000 persone seguite per otto anni, con più di 112.000 rapporti sessuali non protetti analizzati. Zero trasmissioni registrate. «Ci sono poche cose così certe nella medicina», ci spiega il dottor Badia. «Non c’è quasi mai il cento per cento, come invece c’è con U=U.»
Le resistenze: quando la paura diventa un ostacolo
Il tema delle resistenze, cioè la capacità del virus di adattarsi e rendere meno efficaci alcuni farmaci, è uno dei più temuti. Il dottor Moschese invita a ridimensionarlo: le terapie moderne sono molto potenti, e i controlli regolari permettono di intercettare rapidamente eventuali problemi. La paura non deve trasformarsi in un ostacolo alla cura, anzi: il dialogo aperto con il medico e l’informazione corretta sono il miglior antidoto all’ansia.
Il dottor Badia aggiunge un elemento rassicurante: con i farmaci di nuova generazione, i casi di resistenza sono diventati rari. E le terapie oggi disponibili in prima linea hanno un profilo di efficacia e tollerabilità che non costringe più a scegliere tra potenza e qualità di vita. «Abbiamo tre o quattro regimi davvero interscambiabili», spiega. «Possiamo variare in base alla tollerabilità individuale, alle preferenze del paziente, a eventuali coinfenzioni, ad aspetti metabolici. Non dobbiamo sacrificare la tollerabilità per aumentare l’efficacia.»
La forgiveness: perché saltare una compressa non è una catastrofe
Un’ulteriore evoluzione riguarda la cosiddetta forgiveness, ovvero il margine di tolleranza delle terapie moderne rispetto alle dosi mancate. Alcuni regimi sono stati sviluppati appositamente affinché il farmaco resti attivo in circolo ben oltre le ventiquattr’ore successive alla dose. Questo significa che una compressa saltata saltuariamente non compromette l’efficacia terapeutica. «In una terapia che si assume per tutta la vita, è impossibile non dimenticarne mai una», osserva Badia. «La farmacologia moderna tiene conto di questo.»
La rete di cura: usarla davvero
Medico, psicologo, associazioni, checkpoint: intorno alle persone con HIV esiste oggi una rete articolata.
Il dottor Moschese invita a utilizzarla pienamente. Le persone con HIV possono avere bisogno di supporto psicologico, di informazioni pratiche, o semplicemente di confrontarsi con chi ha vissuto esperienze simili. Rivolgersi ad associazioni e servizi territoriali significa avere il coraggio di prendere in mano la qualità della propria vita, signirica fare uso intelligente di tutte le risorse disponibili per vivere una vita piena.
Il dottor Badia porta invece una riflessione sul versante della salute mentale e dell’autostigma, che può arrivare a tradursi in forme estreme di isolamento: persone che non rivelano la propria condizione nemmeno al cardiologo, nemmeno agli altri specialisti che le hanno in cura, in certi casi neppure durante un ricovero ospedaliero.
«Prima o poi tutti arrivano a convivere con la diagnosi. Il problema è come ci si arriva: attraverso un’accettazione consapevole, oppure attraverso una vergogna interiorizzata che alla fine si traduce in rischi concreti per la salute.»
Dott. Lorenzo Badia«Chiedere aiuto non significa essere più fragili. Significa utilizzare tutte le risorse a disposizione per stare meglio e vivere una vita piena e soddisfacente.»
Dott. Davide Moschese
Il prossimo appuntamento delle Long Term Health Conversations si terrà il 24 settembre alle ore 18:00 e sarà dedicato al benessere fisico, psicologico ed emotivo. Per iscriversi: chooseyouhiv.it.



