La storia ha come protagonista un ragazzo di soli 20 anni, rifugiato gay, originario del Ghana. Nel paese viveva ad Accra, la capitale. Qui aveva una relazione con un ex compagno di scuola. I fatti risalgono al 2016. Una volta scoperta la sua omosessualità, è stato il padre ad aizzare la folla contro il suo stesso figlio.

Il padre, assieme ad amici e parenti, lo avrebbe spogliato, picchiato fino a farlo sanguinare e infine cosparso di benzina. Sarebbe morto per decapitazione e poi bruciato, se non fosse riuscito a scappare dalla folla inferocita e dal padre omofobo. Dopo quanto successo, il ragazzo aveva deciso di fuggire dal Ghana per sempre, andando negli Stati Uniti.

Ma qui non è andata come sperava. Secondo quanto detto dal giudice, il rifugiato gay non aveva diritto all’asilo politico, poiché l’attacco ricevuto nel Paese natale era un fatto isolato, non abbastanza per ottenere lo status di rifugiato.

La minaccia di morte per un rifugiato gay non è sufficiente

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Secondo il tribunale, essere picchiato a sangue, cosparso di benzina e rischiare di essere decapitato all’istante non basta per ottenere l’asilo politico negli Stati Uniti d’America. 

Nel Regno Unito, l’asilo era stato rifiutato poiché il ragazzo non aveva un compagno. Un’altra volta, in Austria, il ragazzo non si “comportava da gay”. Il rifugiato gay, dopo il rifiuto, ha fatto ricorso e al momento la sua domanda è ancora sospesa. Finora, ha solamente ottenuto la riapertura del caso e la sua domanda verrà nuovamente discussa, sottolineando come la vita del ragazzo 20enne sia in pericolo in Ghana, Paese dove l’omosessualità è illegale.

Tornare lì, significa morte certa poiché non ha un posto dove andare e nel Paese le violenze verso i membri della comunità LGBT sono un fatto quotidiano, nel silenzio e nell’indifferenza anche delle autorità. L’odio nei loro confronti è aumentato negli ultimi mesi, dopo che alcuni leader hanno additato i gay come responsabili della pandemia di Coronavirus.

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