Brian Thomas è un laureando in infermieristica che mai avrebbe pensato di ritrovarsi sul campo nel pieno della pandemia da Covid-19. Brian, che è sieropositivo, sta completando un tirocinio in un grande istituto medico di Baltimora, ed è chiaramente costretto a prendere precauzioni estreme ogniqualvòlta torna a casa dal compagno e dai due coinquilini, come confessato a Queerty.

Quando arrivo a casa mi levo tutto e rimango in mutande sulla porta. Lascio le scarpe fuori, uso Lysol su tutto ciò che tocco e corro nella lavanderia per lavare immediatamente il mio camice nell’acqua calda, prima di farmi la doccia. Non voglio portare il virus nel nostro spazio. Dopo essere stato diagnosticato come sieropositivo nel 2015, ho abbracciato tutti i sentimenti che qualcuno potrebbe provare abitualmente. Colpa, vergogna e rimorso, solo per citarne alcuni. Quando ho capito che sono sano come qualsiasi altra persona al mondo, la mia prospettiva di convivere con l’HIV ha iniziato a cambiare. Alcune persone mi hanno chiesto se quando ho deciso di lavorare nell’assistenza sanitaria come infermiere mi sono preoccupato del mio stato di sieropositivo. Ma se il mio stato di HIV non rilevabile è una seria preoccupazione per un potenziale datore di lavoro, allora non è con lui che voglio comunque lavorare.

La carica virale non rilevabile, per chi non lo sapesse, equivale ad una non trasmissibilità dell’HIV. Poi per Brian, 5 anni dopo quella scoperta inizialmente traumatica, è arrivato l’incubo  Covid-19.

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Quando torno a casa dopo un turno di 12 ore, provo ora gli stessi sentimenti di vergogna e senso di colpa che con fatica mi ero lasciato alle spalle. Immagino che i miei coinquilini abbiano paura di vedermi, e questo mi riporta al disgusto in me stesso che una volta con fatica sopportavo. Capisco qualunque paura possano avere, perché anche io ho paura di baciare o abbracciare il mio stesso ragazzo. Ho la costante paura di infettare la mia famiglia, i miei amici. Ma il mio obiettivo era quello di diventare infermiere. Ora sono al mio ultimo semestre, lavoro in un’unità di terapia intensiva in un importante ospedale della mia zona. La crisi COVID-19 ha cambiato tutto per l’assistenza sanitaria e il mondo è stato capovolto, per tutti. So che ne uscirò come un praticante migliore e meglio attrezzato per affrontare circostanze a dir poco impreviste. Ho preso tutte le precauzioni più appropriate in casa. Tuttavia, voglio essere in grado di poter abbracciare il mio ragazzo senza sentirmi una minaccia virale. Non vedo l’ora.

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