
Travolta dalle critiche e dalle polemiche, con i principali stadi tedeschi illuminati d’arcobaleno e 10.000 tifosi tinti di rainbow prima del match che ha visto l’Ungheria di Orban tornare a casa, l’UEFA ha ieri ufficialmente informato la Federcalcio ungherese “che i simboli color arcobaleno non sono politici”, bensì “in linea con quelli della campagna UEFA #EqualGame, che combatte contro ogni discriminazione, anche contro la comunità LGBTQI+. Tali bandiere saranno ammesse nello stadio”.
Una tardiva precisazione che l’UEFA ha diramato sui social per smentire quanto “riportato dai media olandesi”, secondo cui la Union of European Football Associations avrebbe bandito tutti i simboli arcobaleno dalla fan zone di Budapest, che in realtà è sotto la responsabilità delle autorità locali. “La UEFA accoglierebbe con favore qualsiasi simbolo del genere nella fan zone”. Qualsiasi responsabilità, in sostanza, è stata scaricata su Victor Orban.
Parole che hanno scatenato reazioni piccate su Twitter, perché arrivate ad eliminazione avvenuta dell’Ungheria allenata dall’italiano Marco Rossi, nonché dopo aver detto no allo stadio rainbow di Monaco. Un niet che ha costretto l’UEFA a tingere di arcobaleno il proprio logo Twitter, ribadendo la sua ferma posizione contro l’omotransfobia. Peccato che a giochi fatti tutto sia più facile. Quando c’era da prendere una posizione netta, semplice, inequivocabile, hanno infilato la testa sotto la sabbia e guardato altrove.

