Apparentemente, con la scoperta di sempre più generi e identità, non possiamo più usare la parola “donna”. A dirlo è Rosie DiManno, colonnista del Toronto Star, che in un suo articolo ha messo in dubbio l’attivismo trans come se fosse una minaccia alla femminilità e all’essere donna. Tuttavia non è stato l’articolo in sé a scatenare un’accesa polemica su Twitter, quanto il fatto che il pezzo è stato ritwittato nientemeno che da Margaret Atwood.

Per chi non la conoscesse, Margaret Atwood è una poetessa e scrittrice canadese che con le sue opere riflette sulla vita e sulla politica nella società occidentale. Il suo romanzo più famoso, Il racconto dell’ancella, è diventato un vero e proprio fenomeno dopo essere stato adattato in una serie tv ideata da Bruce Miller, in cui racconta di una società distopica in cui le donne sono destinate unicamente alla riproduzione. In generale la scrittrice, con alle spalle 81 primavere, si è sempre battuta sia per l’attivismo femminista sia per quello LGBTQ+. Nel 2020, infatti, si è unita a un gruppo di autori, tra cui Stephen King e Roxane Gay, in una lettera aperta rivolta alla comunità trans con un messaggio d’amore e di solidarietà: «Siamo con voi, vi ascoltiamo, vi vediamo, vi accettiamo, vi amiamo. Il mondo è migliore per avervi in esso. Le vite non binarie sono valide, le donne trans sono donne, gli uomini trans sono uomini, i diritti trans sono diritti umani». Questo il tenore della lettera. Si è unita anche alle proteste formali della parte più intellettuale contro il trattamento della comunità LGBTQ+ in Polonia. C’è stato quindi da stupirsi quando, sul profilo della scrittrice, è comparso questo articolo, senza nemmeno un messaggio attaccato per capire se sia d’accordo o no.
Comprensibilmente, i fan e i visitatori occasionali hanno prontamente risposto al tweet e alla diretta interessata, argomentando come l’attivismo trans non debba necessariamente significare l’eliminazione della parola “donna”. È un tema che spesso agita il dibattito attorno alle identità trans, con la paura dei conservatori sempre all’orizzonte su una possibile perdita del confine – che peraltro non esiste – ben delineato tra i due generi. Quello che tutti credevano, però, è che proprio Margaret Atwood facesse parte di questa schiera. Lei, che proprio nel suo romanzo cult rifletteva profondamente sulla femminilità e su cosa significhi essere donna.
Why can’t we say ‘woman’ anymore? https://t.co/ghcQDJgxWE via @torontostar
— Margaret E. Atwood (@MargaretAtwood) October 19, 2021
Il contraccolpo per la scrittrice è stato immediato e le risposte sono volate una dietro l’altra. Tra queste anche l’autrice Katie Mack, che ha scritto: «Nessuno sta vietando la parola “donna”. Molte organizzazioni stanno, giustamente, optando per un linguaggio preciso quando parlano di cose che hanno a che fare con tratti biologici piuttosto che con l’identità di genere. Non è un attacco alla femminilità NON equiparare il genere a una biologia specifica». E molti altri hanno seguito sulla stessa linea.
Margaret Atwood non ha ancora risposto o commentato l’accaduto. Quel che è certo è che qualsiasi sia il motivo che l’ha spinta a condividere quell’articolo, è necessario riflettere su come le parole e le azioni abbiano un meso. La validità delle persone trans è già messa abbastanza in discussione, metterle anche contro un’intera parte della comunità può solo fare ulteriori danni.
