28 anni, Katie Archibald è una leggenda del ciclismo inglese, avendo vinto due medaglie d’oro nell’inseguimento a squadre alle Olimpiadi di Rio 2016 e nell’americana alle Olimpiadi di Tokyo 2020. Non contenta ha conquistato anche un argento olimpico, 4 ori, 5 argenti e due bronzi mondiali, 17 ori agli europei su pista e quattordici prove di Coppa del mondo. Sei anni or sono eletta Membro dell’Ordine dell’Impero Britannico, Katie Archibald ha preso ufficialmente posizione a sostegno delle atlete trans nello sport, da mesi al centro di una bufera mediatica e politica.
Intervistata dalla BBC, Archibald ha sottolineato come le atlete trans siano state “deluse” dalle politiche di inclusione nello sport internazionale. “Ritengo che gli organi di governo di diversi sport abbiano deluso gli atleti transgender, in particolare le donne transgender, con le loro politiche di inclusione”, ha detto Katie alla vigilia della Coppa delle Nazioni che si terrà Glasgow questo fine settimana. “Queste politiche hanno messo le atlete, il loro coinvolgimento nello sport e le loro vite personali sotto un intenso controllo quando tutto ciò che le atlete hanno fatto è stato seguire le regole ed entrare in una categoria in cui erano state incoraggiate a entrare. Anch’io mi sento delusa da queste politiche“, ha tuonato la ciclista, che ha puntato il dito contro l’Union Cycliste Internationale (UCI) – l’organo di governo mondiale del ciclismo – per aver vietato alla ciclista trans Emily Bridges di poter partecipare a eventi femminili.
“L’organo di governo globale del ciclismo, per ammissione del suo stesso presidente, sapeva che avrebbe partecipato ai Campionati Nazionali Omnium britannici. Ma hanno scelto di ritardare la decisione fino a quando non è diventata tristemente personale per lei. Non è giusto”. “Ho il massimo rispetto per le persone transgender e rispetto ugualmente il loro diritto a un’inclusione equa e sicura nello sport”, ha ribadito Archibald. “Gli organismi sportivi globali, invece di lavorare per creare un ambiente accogliente e inclusivo per garantirne l’equità, hanno sbattuto la vita personale di queste atlete sulle prime pagine dei giornali scandalistici. Non è giusto e non possiamo continuare così”.
Katie ha poi chiesto che le atlete trans siano accolte nei “nostri club, nei nostri allenamenti e nelle nostre gare“, ma non a scapito dell'”equità” nello sport. Ed è qui che Archibald ha preso le distanze dal CIO.
“Mi sento delusa dal Comitato Olimpico Internazionale che mi dice che non dovrebbero esserci presunti vantaggi per un’atleta con un’identità di genere diversa dal proprio sesso di nascita. Ho letto questo e ho sentito che i miei titoli mondiali, le mie medaglie olimpiche e le maglie delle campionesse che ho in casa sono stati tutti vinti in una categoria di persone che semplicemente non si impegnano tanto quanto gli uomini. Che perdere a causa dell’androgenizzazione maschile non riguarda la biologia, ma la mentalità. Si sbagliano. Il vantaggio conservato delle persone che hanno attraversato la pubertà maschile in termini di forza, resistenza e fisico, con o senza soppressione del testosterone, è stato ben documentato”.
Ma così non è, secondo quanto ribadito dal Comitato Olimpico Internazionale. L’anno scorso il CIO ha annunciato l’abbandono della sua politica per sportivi trans incentrata sulla definizione di limiti sui livelli di testosterone delle atlete. Dopo un’ampia ricerca durata anni, che ha coinvolto decine di studi e medici, il CIO ha affermato che i livelli di testosterone non devono più essere considerati il fattore decisivo nel determinare se le donne trans possano essere autorizzate a competere. Il direttore medico e scientifico del CIO, Richard Budgett, ha precisato a OutSports che la ricerca ha rilevato come sia “perfettamente chiaro” che le prestazioni atletiche “non sono proporzionali al testosterone endogeno e integrato“.
