Nel 2008, terminava la lunga e sanguinosa guerra che portò il Kosovo a costituirsi come nazione indipendente dalla Serbia.
Lo stesso anno, il neonato paese promulgava la sua moderna Costituzione, contenente tutele contro la discriminazione per l’orientamento sessuale, nonché una formula che avrebbe permesso, in futuro, di legalizzare con più facilità il matrimonio egualitario quando fosse stato il momento.

Un inizio apparentemente promettente per la comunità LGBTQIA+ kosovara, da sempre costretta a sopravvivere in uno dei paesi più omofobi della regione balcanica – influenzato da un pervasivo integralismo religioso che lascia poco spazio a tutto ciò che si discosta dalla tradizione.
Secondo uno studio compilato nel 2020 dall’Università di Boston, meno dell’1% degli abitanti si dichiara infatti ateo, mentre più del 90% della popolazione è di religione musulmana.
Il percorso del Kosovo verso una società più inclusiva verso la diversità è stato, e continua ad essere, irto di ostacoli e ambiguità. Da una parte, i governi progressisti che si sono susseguiti a partire dall’acquisizione dell’indipendenza hanno sempre, in qualche modo, tentato di rispondere alle istanze della comunità LGBTQIA+.
Dall’altra, una popolazione tradizionalista, diffidente e ancora traumatizzata da anni di conflitti e instabilità, ha sempre relegato il discorso sulle questioni LGBTQIA+ a un’istanza marginale.
Un tira e molla che ha rallentato i progressi in questo senso – in Kosovo non è ancora legale il cambio di documenti per le persone trans* – ma che non cancella i grandi passi avanti compiuti dal Kosovo in ambito di diritti civili.
All’inizio del 2023, il primo ministro progressista e socialdemocratico Albin Kurti ha infatti annunciato un possibile spiraglio per l’effettiva legalizzazione del matrimonio egualitario, in un paese in cui oggi non esistono ancora neanche le unioni civili – un tentativo di introdurle fallì nel 2022.
Se il disegno di legge dovesse passare, il Kosovo diventerebbe il primo paese a maggioranza musulmana a disporre di una simile tutela.
Le prospettive appaiono rosee: ne è passata di acqua sotto i ponti da quando, nel 2015, uno studio del National Democratic Institute (NDI) definiva il Kosovo il paese più omofobo dei Balcani. Un lavoro iniziato nel 2013 ha scosso la società civile kosovara dalle fondamenta, aprendo nuove prospettive per i diritti LGBTQIA+.
Emblematico fu, nel 2014, il primo rudimentale Pride in un paese a maggioranza musulmana, che assunse i connotati di una marcia contro l’omofobia in occasione del 17 maggio. Vi parteciparono diversi esponenti del parlamento kosovaro e diplomatici, incluso l’ambasciatore britannico Ian Cliff. L’evento fu accolto con favore dall’UE e costituì un ulteriore tassello per l’ingresso del Kosovo, oggi ancora in sospeso, nell’Unione.
Nel 2017, Pristina ospitò primo Pride ufficiale tenutosi nel paese.

Anche se dal 2021 il percorso verso l’acquisizione di diritti fondamentali quali il matrimonio e l’autodeterminazione di genere ha subito un significativo rallentamento a causa della posizione pavida – anche se non in diretta opposizione – del parlamento, la comunità LGBTQIA+ kosovara è riuscita a cavalcare la rinnovata ondata progressista che aveva travolto il paese dal 2014 in poi.
Le organizzazioni a supporto delle identità e degli orientamenti non conformi sono fiorite, sostenute – seppur con sforzi altalenanti – dai governi. Tanto che, nel giugno 2023, Kurti marciò fianco a fianco con il collettivo organizzatore del Pride di Pristina.
E si arriva a settembre 2023, con l’inaugurazione del primo Pristina Queer Festival per la celebrazione della cultura queer.
Una kermesse moderna, che quest’anno giunge alla sua seconda edizione e promette tre spumeggianti giorni di eventi, workshop, convegni, concerti e proiezioni, tutti incentrati non solo sulla celebrazione della diversità, ma anche e soprattutto sulla riscoperta di una storia solo in apparenza dimenticata.
Visualizza questo post su Instagram
Un post condiviso da Prishtina Queer Festival (@prishtinaqueerfestival)
Dan Sokoli, attivista di Dylberizm, piattaforma di supporto per la comunità LGBTQIA+ attiva in Albania e Kosovo, nonché organizzatore dell’evento, spiega: “La cosa più bella è che siamo riusciti a mostrare che la comunità queer in Kosovo ha una tradizione profonda, radicata nel folklore e nella musica popolare. Per molto tempo si è creduto che le persone queer fossero comparse improvvisamente dopo la guerra, alla fine degli anni ’90, e che prima non esistessero. Abbiamo voluto dimostrare che siamo esistiti prima della guerra, durante la guerra, e che esistiamo adesso”.
Nonostante le battute d’arresto e le resistenze culturali, la lotta per i diritti LGBTQIA+ in Kosovo continua, dimostrando che anche nei contesti più impensabili, con perseveranza e dialogo, il cambiamento è possibile.

