Nel marcio mondo dei social che sta devastando generazioni, in quella palude melmosa e assai poco fluida nella quale il plauso digitale diventa valuta e la viralità è potere, ecco nelle ultime ore farsi avanti un nome familiare ai giovani follower di TikTok: Sespo, al secolo Edoardo Esposito.
Sespo è un creator nato per intrattenere, oggi auto incoronato protagonista di una narrazione che fa leva su temi delicati come l’omofobia, con quella posa dei nuovi idoli social: un occhio rivolto allo specchio dello smartphone, l’altro alla barra dei like, e l’ansia nel cuore in attesa di entrare nel flusso dei “Per te”. Così, da TikTok a Instagram, il racconto della sua esperienza si snoda tra accuse e sfoghi, con un’attenzione puntata più sull’indignazione personale che sulla battaglia.
L’episodio è crudo, certo:
Milano, notte fonda, un’aggressione improvvisa, uno schiaffo che lascia un segno, non solo sul volto, ma anche sull’umore del giovane influencer. Un insulto, a Sespo danno dell’omosessuale. Con un termine offensivo che il creator non riporta per essere politcally correct (e non far precipitare le performance dei suoi contenuti). “Questa è Milano,” dichiara con un piglio da cronista vissuto. E nel suo sfogo c’è tutto: la rabbia per l’omofobia in Italia, l’indignazione per la superficialità del giudizio altrui. Sembra un messaggio di denuncia, un grido di dolore autentico. Chi può metterlo in dubbio?
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Sespo ci ha abituati ai suoi racconti accesi e al contempo misurati, che nascono dalle sue esperienze più “umane” – ma sempre opportunamente filtrate. Chi lo segue, chi lo ammira, sa bene come il creator romano non abbia mai disdegnato di sfruttare ogni elemento di vita quotidiana per generare contenuti. Dalla relazione intima resa pubblica con la Youtuber Rosalba Adinolfi (ora si sono lasciati?) agli alterchi occasionali con i buttafuori, ogni dettaglio è un’opportunità.
Ora, questo schiaffo improvviso diventa l’ennesima scintilla, che Sespo mutua in voce contro l’odio, tuttavia senza mai senza perdere la performante architettura del linguaggio social che lo ha reso celebre. Chi osserva con occhio critico potrebbe restare perplesso. Le parole di Sespo ricalcano un copione noto. L’indignazione per l’omofobia in Italia si traduce immediatamente in una “call to action” per i follower. Gli appelli, però, non arrivano mai del tutto “puliti”; sono sempre accompagnati dalla patina lucida dei filtri social, delle parole misurate, degli hashtag.
“Questa persona credeva che fossi omosessuale. Milano, che bella”
Questo è ciò che afferma il giovane autore digitale. Lasciando trapelare anche un vago insulto a Milano. E tutto suona un po’ come un’altra strumentalizzazione: l’ennesimo personaggio social scopre un lato tragico della realtà, ma solo finché questa può essere mediata attraverso l’occhio dello smartphone.
Si potrebbe dire che Sespo cavalchi l’onda dell’attivismo? È opinione comune ormai che l’attivismo faccia alzare le performance dei propri account e instauri tiranni alla Casa Bianca. No, non è colpa del povero Sespo se gli Americani hanno eletto Donald Trump, ma Roberto Saviano ci ha recentemente pungolato in materia, denunciando la deriva dei social, strumenti di superficialità e manipolazione che, con la loro logica d’ingaggio rapido e di massima esposizione, hanno trasformato il dibattito politico in spettacolo, dando spazio a “nullità” influenti grazie a follower spesso comprati. Il problema, sostiene Saviano, non è solo l’uso dei social, ma la loro struttura, che massimizza il profitto delle big tech e manipola gli utenti, chiusi in bolle di consumo e disinformazione.
Torniamo al povero Sespo che s’è pure preso uno schiaffone in faccia al grido “fr*ci*” (o “r*cch*0n*2, non s’è capito, qui la guida agli insulti omofobi). Ecco, la sua denuncia si inserisce perfettamente nell’estetica della corrente “callout culture”, dove un’aggressione diventa contenuto, un dramma una “storia”, una ferita uno sfogo da condividere e dimenticare. Siamo lontani dalla vera lotta contro l’odio, vicini, invece, alla rappresentazione plastica di un disagio che si auto-alimenta in rete, con commenti, reazioni, like, e quindi aziende che comprano contenuti, escalation di engagement e flussi di dati che rimbalzano intorno a un ombelico.
Restiamo sul povero Sespo, che pare abbia anche qualcosa da raccontarci sul proprio orientamento affettivo? È gay? Ma meno male! È bi? Fantastico! È una cosa nuova? Ancora meglio. Vuole tenerlo per sé? Ci mancherebbe! Non ci interessa, qualsiasi cosa egli sia, va bene così, gli vogliamo un gran bene, soprattutto per la sua unicità, come si dice adesso.
@sespoQuesito di vitale importanza. Ho bisogno di avere delle delucidazioni.♬ suono originale – Sespo👼🏻
Ma se guardiamo un po’ più in là, troviamo anche un Sespo che qualche anno fa postava sui social, truccato e fiero, dichiarando che “Fondotinta e blush non hanno mai definito l’orientamento sessuale di nessuno e né lo faranno con il mio. Mi diverte leggere la vostra stupidità mentre io mi sento bene con me stesso”. Ecco, subito gli davano del “gay”. Un giornaletto per teenager alla deriva titola: “A Sespo piacciono gli uomini, è gay“. Titolo tra i più omofobici mai apparsi negli ultimi anni, ma quel che conta sono i click per la pubblicità. Gay, come se fosse un insulto.
Anche allora, non era altro che una nuova forma di spettacolarizzazione del pregiudizio, che lo vedeva attaccato non per ciò che diceva, ma per come lo rappresentava. I commenti discriminatori nei suoi confronti erano (e sono) un pretesto per confermare la sua indipendenza, ma sempre sotto i riflettori di una piattaforma digitale, sempre con l’obiettivo implicito di una visibilità più grande e verticale, da uno a molti. Non una comunità, ma una bolla di debosciati passivi che pendono dallo schermo di un unico accentratore di attenzioni. E di Sespo ce ne sono milioni (povero Sespo, capro espiatorio di questa mia missiva assai poco tenera, anch’essa performativa? Anche io a caccia di click?).
Milioni di bolle divise tra loro che si vomitano addosso la propria indignazione, senza che questo crei minimamente alcun senso di comunità.
In questo secolo (millennio?) social, cosa vale un messaggio senza engagement? Un soggetto che denuncia, senza follower che sostengono, sarebbe una patetica voce nel vuoto. Ma il creator di successo di oggi è tutto, tranne che una voce persa. È un’abile narratore di sé stesso, uno stratega che sa mescolare dramma e denuncia con intrattenimento e virilità digitale. In fin dei conti, quando proprio Sespo dice di “essere stanco dell’omofobia” ha ben poco della stanchezza reale: è una stanchezza fatta per brillare sotto i riflettori, per garantire che ogni lacrima virtuale, ogni segno sulla pelle diventino simboli, non tanto di una causa, ma di un personaggio in continua crescita di engagement.
Così, forse, il più grande spettacolo è proprio questo: l’abilità di trasformare ogni insulto, ogni schiaffo, in un riflesso di sé. La lista degli sponsor cresce. Presto arriveranno apparizioni in tv. Scommettiamo uno schiaffone?
