Referendum per il matrimonio LGBT: cosa implicherebbe?
Il referendum per il matrimonio egualitario mira a eliminare le differenze normative tra le unioni civili, introdotte nel 2016 con la Legge Cirinnà, e il matrimonio, garantendo così pieni diritti alle coppie dello stesso sesso. Tra questi, l’adozione, la parità ereditaria e il riconoscimento delle famiglie arcobaleno, ancora esclusi dall’attuale quadro legislativo.
Non è però la prima volta che il Partito Gay cerca di promuovere un’iniziativa referendaria in tal senso. Già nel 2022, un primo tentativo fu bloccato in attesa di una sentenza della Corte Costituzionale su uno dei quesiti, che successivamente abolì una norma discriminatoria verso le persone trans sposate.
L’attuale strategia punta dunque a modificare i commi della Legge 76/2016 che mantengono una separazione tra unioni civili e matrimonio, rendendo quest’ultimo accessibile anche alle coppie dello stesso sesso. Tuttavia, questa apparente semplicità nasconde alcune criticità (qui es presse). I critici del referendum sostengono infatti che trattandosi di una procedura abrogativa, non può introdurre nuove norme, ma solo eliminare quelle esistenti.
Di conseguenza, anche se i commi discriminatori fossero aboliti, non si otterrebbe automaticamente il matrimonio egualitario: si rischierebbe invece di creare un vuoto normativo, generando incertezze e lasciando spazio a interpretazioni giuridiche divergenti o a resistenze istituzionali. Un’istanza a cui però Marrazzo risponde con determinazione:
“Fin dalla sua ideazione, sin dagli anni ’90, la legge sulle unioni civili è stata costruita sulla base della normativa matrimoniale, seguendo due linee principali: da un lato l’abolizione delle pubblicazioni delle unioni civili, che un tempo segnalavano cause di inapplicabilità come la bigamia. Questo metodo obsoleto è stato sostituito da controlli amministrativi più efficaci, garantendo maggiore privacy alle coppie. Inoltre, è stato previsto il divorzio veloce e semplificato, che avviene in un unico atto, superando il meccanismo di separazione richiesto per il matrimonio. Dall’altro lato” prosegue Marrazzo “la legge assicura una parità di diritti con il matrimonio, salvo alcune eccezioni come le adozioni e la fecondazione assistita. Il referendum mira proprio ad abolire queste eccezioni, equiparando completamente i due istituti. Se passerà, le unioni civili saranno pienamente equiparate al matrimonio dal punto di vista dei diritti, senza necessità di ulteriori interventi legislativi o il rischio di vuoti normativi. La distinzione rimarrà solo nel nome dell’istituto, che potrà eventualmente essere unificato successivamente con una decisione politica. Ma questa differenza sarà puramente simbolica, senza alcun impatto sostanziale”.
Ma dal punto di vista operativo e strategico, se la raccolta delle 500.000 firme necessarie rappresenta una sfida già di per sé complessa, il vero ostacolo risiede nel raggiungimento del quorum del 50% degli aventi diritto al voto per rendere valido il referendum. Nell’Italia dell’esecutivo FdI, è infatti facile immaginare che la campagna referendaria possa trasformarsi in un terreno fertile per strumentalizzazioni e narrazioni divisive, volte a scoraggiare la partecipazione o a rafforzare l’opposizione di chi considera il matrimonio egualitario una minaccia ai valori tradizionali.
“Siamo ben consapevoli delle difficoltà e degli ostacoli che accompagnano il percorso verso il referendum” spiega però Marrazzo “Innanzitutto, la raccolta firme rappresenta una sfida complessa, sia per i costi organizzativi che per quelli legati alla comunicazione. Per questo stiamo valutando l’opzione dei cinque consigli regionali, una strategia che abbiamo suggerito alla segretaria Schlein. Questo approccio, già utilizzato per il Referendum sull’Autonomia con il sostegno delle regioni governate da PD, M5S e AVS, potrebbe essere applicato anche alla nostra battaglia.
Ad oggi, possiamo contare sul sostegno del Movimento 5 Stelle, ma stiamo lavorando per coinvolgere altri partiti e ottimizzare il processo di raccolta firme. Un altro ostacolo rilevante è il pronunciamento della Corte Costituzionale. Siamo consapevoli dei rischi legati non solo agli aspetti giuridici, ma anche alle opinioni personali di alcuni giudici, considerando che le loro nomine sono spesso influenzate dalla politica.
Basti ricordare che l’ex Presidente della Corte Costituzionale, Marta Cartabia, espresse pubblicamente la sua contrarietà al matrimonio LGBT+. Infine c’è la sfida del raggiungimento del quorum, un obiettivo certamente impegnativo. Tuttavia, siamo convinti che il referendum catalizzerebbe l’attenzione dell’opinione pubblica e porterebbe i temi LGBT+ al centro del dibattito nazionale, sottraendoli alla marginalità attuale. Anche un risultato parziale potrebbe rappresentare un segnale importante per la politica, fungendo da stimolo per superare l’immobilismo che, ad oggi, blocca ogni progresso sostanziale”.
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Il Partito Gay resta dunque fiducioso nella sua battaglia “L’iniziativa referendaria consentirebbe alla comunità LGBT+ di agire direttamente per i propri diritti, come accaduto in paesi come Irlanda, Svizzera, Slovenia e Cuba. Per ora attendiamo gli atti ufficiali a sostegno del Referendum sul Matrimonio Egualitario da parte delle Regioni progressiste” spiega Marrazzo a Gay.it.
