Mercoledì 27 settembre sarà un crocevia storico per la politica namibiana. La tornata elettorale di quest’anno vede, da una parte, il partito di governo SWAPO, padrone della scena politica dal 1990, puntare il tutto e per tutto su Netumbo Nandi-Ndaitwah, candidata alla presidenza. Potrebbe essere la prima donna alla guida del paese.
Ma è dall’altra parte dello spettro politico che si affacciano nuove, entusiasmanti discontinuità. Kevin Wessels, 28 anni, pansessuale, giovane candidato del Partito Repubblicano di centrodestra. William Minnie, 22 anni, omosessuale, portabandiera del socialdemocratico Landless People’s Movement. Due nomi, due visioni diverse, due sfide. Entrambi puntano a infrangere barriere finora incrollabili, preparandosi ad affrontare una società che, pur mutando, si aggrappa ancora alle certezze di un conservatorismo sedimentato.
Non è solo questione di numeri o dei seggi parlamentari a cui i due aspirano. È la presenza stessa di questi candidati, dichiaratamente LGBTQIA+ che fa rumore, coincidendo con un momento di tumulto e di transizione sulla scia dell’ultima storica sentenza della Corte Suprema, che quest’anno ha ufficialmente depenalizzato l’omosessualità.
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Namibia, Wessels e Minnie il volto di una generazione che chiede cambiamento
Wessels e Minnie sono, del resto, il volto di una nuova Namibia: giovane, impaziente, affamata di cambiamento, lontana dalle retoriche del post-apartheid. Un paese in cui la metà dell’elettorato ha meno di 40 anni e si rifiuta di accettare lo status quo.
“È emozionante vedere che i giovani dicano ‘ne abbiamo abbastanza’” ha dichiarato Wessels durante un intervento alla conferenza ILGA World di Città del Capo. Eppure, l’entusiasmo si scontra con la realtà di un progresso incompiuto. La recente abolizione della legge sulla sodomia maschile ha acceso una scintilla, ma il cammino verso una piena inclusione è disseminato di ostacoli.
I crimini d’odio contro la comunità queer continuano a crescere, alimentati da un tessuto sociale che fatica a spezzare le catene dei pregiudizi. Secondo Equal Namibia, negli ultimi 12 mesi sei persone LGBTQIA+ sono state uccise per la loro identità. Sei vite spezzate, sei accuse silenziose contro una società che fatica a vedere oltre i propri limiti.
William Minnie conosce bene le radici del fenomeno. Cresciuto in una famiglia che lo ha accettato senza riserve, ha trovato invece nelle istituzioni il vero specchio di un conservatorismo rigido e impenetrabile. “Quando ho letto la legge sulla sodomia e sulle pratiche innaturali, mi sono chiesto: ‘Chi può decidere chi dovrei essere?’” riflette su Openly News. La sua determinazione è la stessa che accomuna una nuova generazione stanca dei vecchi paradigmi. Che però dovrà scontrarsi con quella fetta di popolazione ancora disperatamente ancorata al passato.
Namibia e diritti LGBTQIA+: un paese spaccato a metà
Nonostante le sensazionali vittorie, compiute peraltro in un lasso di tempo brevissimo, il sostegno ai diritti LGBTQIA+ in Namibia rimane comunque fragile. L’All People’s Party, unico schieramento apertamente alleato, è poco più che una voce nel deserto, con appena due seggi nell’Assemblea Nazionale. Un recente sondaggio Afrobarometer dipinge un quadro ancora più fosco: il 60% della popolazione si oppone al matrimonio tra persone dello stesso sesso e al diritto delle coppie queer di diventare genitori.
“Bisogna iniziare dalla società” spiega Minnie. Il cambiamento legislativo non basta se non si accompagna a un’evoluzione culturale. Eppure, la determinazione non manca. Kevin Wessels, è pragmatico: “Indipendentemente da quanto siano progressiste le leggi, resta il problema di cambiare la mentalità delle persone. Serve un cambiamento culturale profondo, accompagnato da politiche che obblighino i funzionari pubblici a garantire un trattamento equo, che lo vogliano o meno”.
C’è molto da fare. Qui, le coppie omosessuali non possono sposarsi né adottare figli – il matrimonio egualitario è riconosciuto solo se contratto all’estero con stranieri – le persone transgender affrontano ostacoli burocratici che le privano di diritti basilari, e l’accesso a cure mediche specifiche è spesso una chimera.
“La discriminazione non si ferma alla legge” denuncia Wessels “la vivi ogni giorno, ovunque vai”.
In un paese che ha costruito la propria identità sull’indipendenza e sulla lotta contro l’apartheid, la sfida di ridefinire la cittadinanza inclusiva è tutt’altro che conclusa, specialmente in un periodo storico in cui diversi paesi africani si scontrano a viso aperto contro le imposizioni Occidentali su diritti umani e civili, spesso percepite come ricatti economici ed affondi alla sovranità dei singoli stati.

Invece che pansessuale potevi anche scrivere bisessuale, che e' il termine piu' comune rispetto al neologismo farlocco per esprimere lo stesso concetto.