Dopo mesi di preoccupanti escalation nella repressione delle identità LGBTQIA+ in Africa, arriva finalmente una buona notizia. L’alta corte della Namibia ha affossato la legge che criminalizzava i rapporti sessuali tra persone dello stesso sesso.
Il paese ereditò tali pesanti norme coloniali – che penalizzavano la “sodomia” e “le offese contronatura” – quando diventò indipendente dal Sudafrica negli anni 90. Seppur quasi mai applicate, esse contribuirono a marginalizzare ed esporre alla violenza – anche quella istituzionale – la comunità LGBTQIA+.
La sentenza è arrivata grazie al successo di un’iniziativa dell’attivista Friedel Dausab supportata da un’ONG britannica, che al Guardian ha espresso sollievo e soddisfazione per una decisione destinata ad avere un grande impatto positivo sulla qualità della vita dell* cittadin* LGBTQIA+, ma anche per quella che definisce “una vittoria per la democrazia”.
The Namibian Pride Flag, expresses the Intersectional Pride flag, with the trans flag across and an intersex sun. It’s the LGBTQI+ version of the Namibian flag. And we’re so proud to have this beautiful representation of Patriotism with Pride belong to the community🏳️⚧️🇳🇦🏳️🌈 https://t.co/JuX5pIij2E pic.twitter.com/4n8FoK0tZ9
— Equal Namibia (@EqualNamibia) June 21, 2024
Tre giudici dell’alta corte hanno decretato l’incostituzionalità della normativa, che criminalizza l’esistenza stessa di un* cittadin*, perché discriminatoria. A detta dei giudici, se un determinato atto sessuale è vietato a una persona LGBTQIA+, o si vieta il sesso per tutti, o per nessuno.
“Quale minaccia rappresenta un uomo gay per la società? Chi dobbiamo proteggere da lui?” – si legge nei documenti processuali – “Siamo fermamente convinti che non sia legittimo imporre regole morali basate su nient’altro che pregiudizio”.
Non è però ancora chiaro se il governo ultraconservatore namibiano intenda cercare l’appello in Corte Suprema, anche se secondo gli osservatori è molto probabile.
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Intanto, arrivano le prime reazioni delle principali ONG, tra cui anche UNAids – impegnata nella lotta all’HIV – che in un comunicato ha elogiato il lavoro dell’alta corte, sostenendo come la legge estremamente discriminatoria avesse finora legittimato abusi e violenze contro l* cittadini* LGBTQIA+ anche all’interno del sistema sanitario. Oggi, molte più persone saranno inclini a sottoporsi ai test e seguire i trattamenti.
La Namibia è, dopotutto, uno dei paesi più tolleranti del continente africano, ma anche uno dei più democraticamente stabili. Le tutele ai diritti umani e civili sono prevalentemente robuste, ed il paese ha un punteggio di 77/100 nel Global Index di Freedom House, ONG di monitoraggio statunitense.
In un sondaggio condotto tra il 2019 e il 2021, il 64% dell* intervistat* ha inoltre espresso contentezza o indifferenza alla prospettiva di una o più persone omosessuali residenti nel loro vicinato.

Eppure, se da una parte troviamo una popolazione a maggioranza tollerante nei confronti delle minoranze sessuali, le istituzioni esprimono frequentemente una posizione nettamente opposta. Ed è proprio questa dicotomia ad aver ispirato l’iniziativa di Dausab.
Solo l’anno scorso, infatti, la Corte Suprema namibiana affossò la sentenza di una corte minore volta a garantire la cittadinanza all* figli* di coppie omogenitoriali nati con GPA o PMA. Per poi, ambiguamente, riconoscere solo pochi mesi dopo un matrimonio egualitario registrato all’estero da un cittadino e un coniuge straniero.
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Il parlamento procedette in seguito a redigere una proposta di legge, passata a pieni voti, per definire il matrimonio un unione esclusivamente “tra persone di sesso opposto”, anche se per la promulgazione si attende ancora la firma del presidente.
Come conseguenza, i gruppi di attivisti registrarono un’impennata di crimini d’odio. Sei cittadin* LGBTQIA+ furono assassinati a pochi mesi dall’approvazione della norma – stando ai dati di Equal Namibia, ONG per la tutela e la promozione dei diritti umani e civili.
Oggi, l’incoraggiante notizia della depenalizzazione degli atti omosessuali è accolta con entusiasmo da coloro che credono fermamente nel potere delle istituzioni di influenzare il discorso pubblico, e riqualificare le identità non conformi agli occhi della popolazione. Tuttavia, una rondine non fa primavera.
La situazione dei diritti LGBTQIA+ in Africa
Dei 64 paesi che nel mondo criminalizzano ancora le identità LGBTQIA+, 31 sono in Africa. Lo denuncia Dignity Trust, la stessa ONG britannica che ha supportato finanziariamente e materialmente la proposta di Dausab.
Se da una parte si riscontrano infatti sensazionali progressi – il Namibia si aggiunge infatti all’Angola e al Botswava nella lista dei paesi africani che dal 2019 hanno decriminalizzato l’omosessualità – le leggi emanate in paesi come l’Uganda e il Ghana, con i loro reati di “omosessualità aggravata”, continuano infatti a rallentare il progresso del continente verso una maggiore valorizzazione dei diritti umani.
Un sentimento anti-LGBTQIA+ profondamente radicato nell’eredità coloniale di diversi paesi africani. Tuttavia, la questione si complica ulteriormente quando molti leader africani vedono le pressioni internazionali per il rispetto dei diritti umani come una forma di “neo-colonizzazione culturale”, sostenendo che l’accettazione dei diritti LGBTQIA+ è imposta dall’Occidente come condizione per ottenere ingenti aiuti finanziari dall’Europa e dagli Stati Uniti. Ne è l’esempio la recente proposta di legge avanzata in Congo.
In questo modo, percepiscono le richieste di diritti LGBTQIA+ non solo come una sfida ai valori tradizionali, ma anche come una minaccia alla loro sovranità culturale e nazionale. Un tira e molla oggi inclinato a favore delle forze discriminatorie spesso appoggiate da influenze della Cina di Xi Jinping e della Russia di Putin, che hanno intensificato le loro azioni contro le identità non conformi.:
- In Nigeria, le leggi anti-LGBTQIA+ sono tra le più dure del continente. La legge del 2014 contro il matrimonio tra persone dello stesso sesso non solo vieta i matrimoni omosessuali, ma anche le associazioni per i diritti LGBTQIA+ e le manifestazioni pubbliche di affetto tra persone dello stesso sesso, con pene che possono arrivare fino a 14 anni di carcere.
- Il Senegal è un altro paese dove le persone LGBTQIA+ affrontano gravi persecuzioni. Il codice penale senegalese prevede pene fino a cinque anni di carcere e multe significative per atti di omosessualità. Le forze dell’ordine spesso perseguono aggressivamente individui sospettati di essere omosessuali, e le persone LGBTQIA+ vivono costantemente nel timore di arresti arbitrari e violenze.
- In Tanzania, le autorità hanno intensificato la repressione delle persone LGBTQIA+ negli ultimi anni. Nel 2018, il governatore della regione di Dar es Salaam ha annunciato una campagna per arrestare e perseguire individui sospettati di omosessualità, costringendo attivisti e membri della comunità LGBTQIA+ a nascondersi o a fuggire dal paese.
- Anche in Zimbabwe, le persone LGBTQIA+ affrontano discriminazioni sistematiche. Sebbene non ci siano leggi esplicite che criminalizzano l’omosessualità, le autorità utilizzano leggi sulla pubblica decenza per perseguitare le persone LGBTQIA+.
La stessa retorica politica dei leader ultraconservatori spesso incita all’odio e alla violenza, rendendo la vita quotidiana di migliaia di cirradin*, colpevoli solo del proprio orientamento sessuale o identità di genere, estremamente difficile e pericolosa.
