Palestinese, queer e hiv+: sopravvivere a Gaza occupata, la storia di resistenza di ES

Una continua lotta contro il tempo per avere accesso ai farmaci salvavita contro la malattia, tra il silenzio e lo stigma: la racconta un reportage di The Intercept.

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Queer Hiv+ Palestina Gaza
Storia di una persona queer sieropositiva nella Gaza occupata e flagellata da Israele
9 min. di lettura

Nella rassicurante certezza occidentale, il Medio Oriente –  termine che già nel suo nome tradisce lo sguardo di chi lo ha coniato – è ridotto a una semplificazione. Lo osserviamo attraverso il filtro opaco di una superiorità ereditata e affinata da decenni di propaganda.

Una narrazione che, con abile opportunismo, ha saputo perfino appropriarsi delle battaglie per i diritti LGBTQIA+ per confermare la nostra presunta ineffabilità morale, cancellando però nel contempo identità collaterali che nella nostra visione non trovano spazio.

ES, ad esempio, ha 27 anni e vive con la madre, sopravvissuta al cancro, e il fratello minore. Abitano a Tel al-Hawa, un quartiere di Gaza City in Palestina, dove il rumore continuo dei droni, le esplosioni, e le grida disperate dall’assedio hanno da più di un anno sostituito il canto degli uccelli e il rumore del mare. Qui si esce di casa solo per cercare sopravvivere fino al giorno dopo. Anche il cibo è diventato un miraggio: “Dobbiamo risparmiare“, ha detto ES, osservando le file chilometriche per ottenere una scatola di aiuti umanitari.

Bombardamento a Rafah nella Striscia di Gaza il 4 marzo
Bombardamento a Rafah nella Striscia di Gaza il 4 marzo, Fotogramma

Ma non è solo la fame a tenere ES sveglio la notte. Lui è sieropositivo, e nel suo corpo si combatte un’altra guerra.Il mio medico mi ha detto che gli antiretrovirali sono finiti. Non c’è più nulla“, racconta, sotto pseudonimo, per paura dello stigma e delle ritorsioni.

Sono i reporter Afeef Nessouli e Steven W. Thrasher di The Intercept a dar voce alla sua storia, una sfumatura che spezza il rassicurante bianco e nero di certe narrazioni. Non è la storia delle “persone queer palestinesi salvate da Tel Aviv” né quella delle “persone queer palestinesi uccise da Hamas“. È qualcosa di più complesso, più vero: la vita di ES, che resiste.

Perché, nonostante la tragedia scorra nelle sue vene, ES è vivo, in una Gaza occupata e devastata, tra macerie e bombe. Gli servirebbero il tenofovir e il lopinavir/ritonavir, farmaci che rallenterebbero il deterioramento del suo sistema immunitario. Ma anche questi, come le scorte di acqua e cibo, sono bloccati. “Non ci sono più rifornimenti“, scrive ES, ben consapevole che, senza quelle pillole, il suo corpo è destinato a cedere da un momento all’altro. Già ora, neanche trentenne, si muove con un deambulatore; presto, teme, non riuscirà più nemmeno a camminare. E in un territorio dove l’immobilità può costarti la vita, questa è potenzialmente una sentenza di morte.

Quando The Intercept inizia a seguire la sua storia, la guerra infuria, ed ES trascorre le sue giornate in casa, in compagnia dei suoi due amati gatti che, a modo loro, gli offrono una parvenza di normalità. Molti vicini sono fuggiti verso sud, ma lui e la sua famiglia sono rimasti. La sua mobilità limitata rende il viaggio una roulette russa. Ma, racconta, anche restare è un azzardo: “Ho visto una famiglia colpita dai cecchini proprio davanti a casa mia. I genitori sono morti, i bambini sono sopravvissuti“.

Prima del conflitto, ES si procurava i farmaci in una clinica locale. Ora quella stessa clinica è diventata rifugio per sfollati.Non so cosa accadrà alla mia salute“, scrive.

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Una delle opere di ES, artista queer palestinese e sieropositivo | Fonte: The Intercept

Gaza e l’HIV: la guerra dentro la guerra

Se a Gaza, sopravvivere è già un miracolo, farlo da sieropositivo, senza farmaci né un sistema sanitario funzionante, è come cercare di trattenere l’acqua con le mani. C’è un terrore aggiuntivo per chi vive con l’HIV: non solo devono affrontare la fame e le bombe, ma anche il peso di una malattia che, senza cure, consuma dall’interno. E la ricerca dei farmaci si trasforma in una caccia disperata, resa ancora più crudele dallo stigma che avvolge la sieropositività.

Secondo un rapporto del 2020 pubblicato sull’International Journal of Infectious Disease, i casi di HIV documentati in Palestina sono pochi: appena un centinaio. Una cifra che potrebbe quasi sembrare trascurabile, se non fosse per il contesto. Il Medio Oriente e il Nord Africa sono aree in cui è molto più facile che l’HIV possa sfogare nella sua forma più terrificante, l’AIDS, e la Palestina, con le sue infrastrutture mediche precarie, è una delle zone più vulnerabili. Le infezioni opportunistiche — che altrove potrebbero essere prevenute o trattate con facilità — trovano terreno fertile in corpi indeboliti e ospedali malfunzionanti.  A Gaza, mancano guanti di lattice, acqua per lavarsi le mani e protocolli di base per prevenire infezioni trasmesse dal sangue. Gli ospedali sono diventati bersagli: distrutti dalle bombe, privati dei loro operatori sanitari, uccisi o imprigionati.

Il Ministero della Salute, in uno sforzo disperato, ha cercato di anticipare la tragedia. All’inizio della guerra, i pazienti sieropositivi sono stati contattati e dotati di trattamenti per tre mesi. Una misura tampone: dopo 15 mesi di incessante conflitto, però, quei farmaci sono finiti da tempo.

La “queerness” palestinese che sopravvive al doppio assedio

ES è molte cose: palestinese, queer, sieropositivo, artista. Ma se gli chiedi di definirsi, sorride e ti risponde con una parola semplice e potente: libero. “Mi piace la parola queerness, rappresenta il mio desiderio di essere fluido, senza vincoli“. È una libertà che a Gaza, tra bombardamenti e tabù, ha il sapore di un’utopia.

È nato e cresciuto in questo lembo di terra stretto tra il mare e il filo spinato, un luogo che ama con tutto sé stesso. “Gaza è l’amore della mia vita, soprattutto la sua spiaggia. È l’unico posto dove mi sento in pace“. Ma Gaza, per lui, è anche solitudine.  

Il suo viaggio verso la diagnosi è stato lungo e doloroso. Nel 2016, negli Stati Uniti, ha scoperto di essere sieropositivo e ha iniziato la terapia. Ma quando è tornato a Gaza, non sapeva a chi rivolgersi per continuare il trattamento. La scorta di antiretrovirali importata dagli Stati Uniti si è esaurita in fretta. La sua salute è peggiorata, e con essa la sua mobilità, compromessa dalla neurosifilide.Non potevo chiedere aiuto ai miei genitori. La sieropositività, la sessualità: erano argomenti tabù“.

Quando i suoi genitori hanno saputo della sua condizione, l’hanno incolpato, temendo che avrebbe portato vergogna alla famiglia. “Per loro, la mia vita era un’apocalisse pronta a distruggere tutto”. Suo padre, nonostante il dolore, cercava però di aiutarlo a modo suo: lo portava sulla spiaggia e si spendeva in lunghe chiacchierate, ma solo per ricordargli che avrebbe dovuto cambiare vita. “Mi diceva di mentire ai medici, di non rivelare nulla”.

Eppure, c’è stato un momento di svolta. Nel 2022, un amico medico della famiglia convinse suo padre a portarlo in una clinica per malattie infettive. In forma anonima, ES potè dunque finalmente ricominciare la terapia.Quell’uomo mi ha salvato la vita” dice. E nonostante tutto, non prova rabbia. “Do la colpa ai miei genitori, ma poi penso che questa condizione viene da Dio. L’ho accettata”. 

Tra la solitudine e lo stigma, ES trova però piccoli spiragli di luce. Camminando per le strade di Gaza, a volte scorge, silenziosamente, altre persone queer. Un uomo con un vestito perfettamente coordinato, con una borsa sulla spalla; due ragazzi che si incrociano e si scambiano uno sguardo carico di significati. “C’è un’eccitazione nel riconoscersi. Ma c’è anche paura. Mi chiedo: se li ho notati, significa che anche loro hanno notato me?”.

ES esprime la sua identità attraverso l’arte e piccoli rituali, come decolorarsi le sopracciglia.Da bambino avevo i capelli biondi. È un modo per tornare a quella purezza, a quel passato“. Ma oggi, più che mai, la sua identità è definita dalla sopravvivenza.In questo momento, sono solo un palestinese che cerca di restare in vita”.

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Per ES, “era però super tardi” quando i medici iniziarono finalmente a curarlo adeguatamente. L’HIV aveva ormai fatto il suo corso, trasformandosi in AIDS. Le sue cellule T, quei globuli bianchi che proteggono il corpo dalle infezioni, erano crollate a livelli pericolosi. Una risonanza magnetica suggerì che un’infezione opportunistica potesse già essersi infiltrata nel suo cervello.

Ma il ritorno alla terapia, per quanto tardivo, segnò l’inizio di una nuova lotta. ES cominciò lentamente a risalire la china. “Ho iniziato a capire come tornare alla vita” dice. Gesti piccoli ma pregni di significato, come indossare abiti colorati invece che neri, o registrare storie su Instagram solo per sé stesso, per ricordarsi chi era. Eppure, ogni passo avanti veniva accolto con sospetto da suo padre. “Pensava che stessi tornando su quella strada” dice, riferendosi alla sua identità queer. Quelle intuizioni si trasformavano spesso in “discorsi motivazionali”, che erano tutto tranne che incoraggianti. Una volta gli disse, senza mezzi termini, che lo avrebbe ucciso se avesse continuato a “comportarsi come un frocio“.

C’era poi la questione economica. Le cure di ES avevano un costo che suo padre non gli lasciava mai dimenticare. Piuttosto che concentrarsi sulla riabilitazione, ES si buttò a capofitto nel lavoro. Insegnava inglese sette giorni su sette, sacrificando la propria salute per mettere da parte i soldi necessari a un futuro trattamento fuori da Gaza. Ma il programma massacrante peggiorava la sua condizione.

Un raro sabato libero sembrava un’occasione per riprendere fiato. Dopo tanto tempo, aveva accettato un invito per andare in spiaggia a fare una nuovata con suo padre e i fratelli. Ma quella mattina, mentre preparava il caffè, vide l’orizzonte riempirsi di razzi. Era il 7 ottobre 2023.

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La notizia che alcuni palestinesi erano riusciti a rompere l’assedio inizialmente gli fece ben sperare. “Sembrava di evadere da una prigione” ricorda. Ma quella speranza si trasformò rapidamente in un incubo. La reazione militare portò mesi di violenza incessante, peggiorando la sua disabilità e aggravando la scarsità di cibo e medicine. Il suo corpo, già provato, cominciò nuovamente a cedere.

In quel momento, ES capisce che il tempo è contro di lui. I farmaci per l’HIV finiscono di nuovo, e la prospettiva di un ritorno della sifilide lo terrorizza. “Non credo che ci saranno più medici ad aiutarmi” ammette. Ma dentro di lui, qualcosa si ribella. Non vuole che il silenzio diventi la sua condanna. Ricorda una frase degli attivisti di ACT UP: “Il silenzio equivale alla morte”. È un pensiero che lo spinge a muoversi, a cercare aiuto.

E così, a novembre 2023, nel caos della guerra, un filo di umanità trova la sua strada verso ES. Il fratello del suo medico riesce a recuperare i farmaci essenziali dal deposito sanitario per le malattie infettive nel nord di Gaza, portandoli al sicuro nella propria casa. “Temevano che sarebbero andati distrutti se lasciati alla clinica” racconta. Era una scorta per tre mesi, sufficiente per comprare un po’ di tempo, ma non per spegnere l’ansia costante di ciò che sarebbe accaduto dopo.

“Sembrava imbarazzante chiedere aiuto” racconta ES. Come si può reclamare qualcosa per sé quando intorno a te i vicini muoiono di fame o perdono tutto? Ma a marzo 2024, con le scorte in calo e nessun segnale di rifornimenti, il silenzio divenne insostenibile. Contattò Afeef, uno dei co-autori di questa storia, attirato dal suo lavoro sulle storie queer arabe condivise su Instagram.Ho circa due mesi di farmaci per l’HIV” scrisse. “Sto cercando possibili modi per accedere ad altri”

Gaza, il collasso della normalità

A giugno, la vita di ES tocca un nuovo fondo. Con i confini chiusi da settimane, Gaza era paralizzata. “La Striscia di Gaza settentrionale sta morendo di fame” scrive su Whatsapp ad Afeef. Non ci sono né più aiuti umanitari, né prodotti freschi, carne o latticini. Anche le scorte di cibo in scatola, ormai rare, vengono vendute a prezzi proibitivi. “La gente sta esaurendo i contanti” aggiunse, “e le banche sono ferme“.

Ma la fame non è l’unico nemico quando gli attacchi israeliani si fanno sempre più mirati e spietati. ES racconta di droni che piombano sui civili, sparando a gruppi di persone nei mercati.

A luglio, con le pillole quasi esaurite, ES chiede però a suo fratello di rischiare un viaggio verso la casa dove il medico aveva custodito altre scorte. Un’impresa pericolosa, che però va a buon fine e gli compra altri tre mesi di vita. Ma ben presto, anche quella scorta finisce, ed ES è costretto a razionare i farmaci, saltando alcune dosi per allungare la scorta. “L’ho fatto per un paio di giorni” ammette, ma il medico gli diede un avvertimento chiaro. “Mi ha detto che non posso farlo in nessun caso. È meglio restare senza che razionare o pasticciare con le dosi.” Era una verità difficile da accettare. Senza farmaci, l’HIV avrebbe ripreso il controllo, ma razionarli avrebbe potuto portare a resistenze ancora più pericolose.

A novembre del 2023, quando la vita di ES sembra appesa a un filo,  una nuova scorta di farmaci raggiunge la sua casa, sottratta al rischio di essere distrutta nei magazzini presi di mira dagli attacchi. Altri tre mesi di grazia. “Sto cercando di resistere” scrive “affidandomi alla mia fede e cercando di trovare una via d’uscita, anche se lavorare sotto pressione non è mai stato facile per me”.

Tra morte e rinascita

A luglio, la guerra bussa direttamente alla porta di ES. Un missile colpisce la sua casa, distruggendo il muro contro cui dormiva suo fratello. Miracolosamente, lui, la madre e il fratello sopravvivono, ma i suoi due gatti, compagni di tante notti solitarie, vengono trovati morti sotto le macerie. In un video condiviso su Instagram, ES, il deambulatore davanti a sé, lascia quella che una volta era la sua casa, guidato da una soccorritrice che sussurra un “Alhamdulillah” per la loro sopravvivenza. Ma il prezzo è altissimo: “Tutto ciò di cui la mia psiche ha bisogno è tornare a casa e riposare” scrisse, “ma non posso”.

Nonostante la devastazione, a ottobre arriva una notizia che suona quasi miracolosa. Il medico di base di ES riesce a garantirgli una nuova fornitura di farmaci, anche se in una forma insolita: pillole pediatriche che richiedevano una dose di due e mezzo al giorno. Un rimedio temporaneo, ma sufficiente per dare a ES un altro po’ di tempo.

Intanto, dall’altra parte del mondo, il dottor Tarek Loubani e la sua organizzazione medica Glia lottano per portare medicinali a Gaza, ma è una sfida titanica: farmaci confiscati al confine, restrizioni d’accesso, depositi trattati come bersagli militari. Eppure, Loubani non molla. Alla fine, a dicembre, tre mesi di Lopinavir/Ritonavir erano pronti per essere consegnati.

E per ora, dunuqe, ES ha qualche mese di tregua. La sua salute mentale, dice, è migliorata. Ma l’ombra della precarietà non si allontana mai del tutto. Il suo sogno più grande è lasciare Gaza, evacuare prima che la prossima crisi lo lasci nuovamente senza medicine. Nel frattempo, si aggrappa alla fede e a quei piccoli atti di grazia che, in un luogo come Gaza, valgono più di qualsiasi altra cosa. “Non importa quanto Israele lavori per garantire che nulla funzioni per noi” dice ES. “La magia e il potere di Dio sono troppo grandi“.

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