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From Ground Zero, 22 registi palestinesi raccontano l’assedio a Gaza – INTERVISTA

"In un'ottica pienamente intersezionale, siamo tutti e tutte chiamati a guardare oltre la nostra comunità e a interessarci anche alle oppressioni che colpiscono altri popoli".

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From Ground Zero, regia di Rashid Masharawi, 2024
9 min. di lettura

C’è qualcosa di profondamente stridente nell’immagine di una donna che, in mezzo a un cumulo di macerie e avvolta dal silenzio soffocante della distruzione, infila le chiavi nella serratura di casa. Un gesto che, altrove, è talmente ordinario da passare inosservato, ma che a Gaza assume il peso di un raro privilegio.

Dal 7 ottobre 2023, il conflitto israelo-palestinese domina i notiziari. Eppure mettere in discussione il minuzioso distacco con cui le narrazioni mediatiche dipingono un conflitto ormai evidentemente impari mette molti in difficoltà. Ci sono troppe cose da mettere in discussione. E, dopotutto, dovremmo tornare a parlare di de-umanizzazione.

Un tema che tocca da vicino la comunità LGBTQIA+, paradossalmente sfruttata dalla macchina propagandistica per tracciare un confine netto tra “noi” e “loro”.  Riuscendo a instillare una profonda dissonanza cognitiva in popolazioni oppresse che diventano esse stesse strumento di oppressione, a sua volta inserita in una famigerata culture war dai retroscena ben più complessi della semplice separazione netta tra il bene e il male.

In From Ground Zero, tuttavia, non si parla né di Israele, né di Hamas. Non è una pellicola politica, quella del regista palestinese Rashid Masharawi, bensì un aggregatore di esperienze che sfrutta la potenza del cinema per offrirci uno scorcio neutrale di come si vive, oggi, nella zona di guerra.

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From Ground Zero, regia di Rashid Masharawi, 2024

Un progetto antologico, che riunisce le voci di 22 registi palestinesi, ciascuno dei quali ha realizzato un cortometraggio che esplora la realtà quotidiana nella striscia di Gaza in una varietà di generi, spaziando dal documentario alla fiction, dall’animazione, fino a opere cinematografiche sperimentali.

Attraverso stili narrativi diversi, From Ground Zero offre una visione frammentata e insieme potente della vita sotto assedio, senza cadere in facili dicotomie, ma mettendo al centro l’essere umano e l’inestimabile valore della sua vita, per “avere traccia di quanto vissuto e preservarne la memoria”.

Sarà presentato – dopo l’anteprima mondiale al Festival del Cinema di Taormina – al Gender Bender, kermesse cinematografica di riferimento per la celebrazione della cultura queer e dei suoi molteplici linguaggi, in programma a Bologna dal 31 ottobre al 9 novembre 2024.

Una decisione destinata a far discutere all’interno di una comunità LGBTQIA+ spaccata a metà sulla questione israelo-palestinese, che quest’anno ha diviso i nostri Pride e ha infuocato i dibattiti sui social.

Abbiamo dunque chiesto a Mauro Meneghelli, direttore del Gender Bender, la motivazione che ha spinto il festival ad accogliere From Ground Zero e La Belle de Gaza, documentario francese diretto dalla regista Yolande Zauberman, che esplora invece la condizione delle sex workers trans palestinesi in fuga a Tel Aviv.

Gender Bender, festival di riferimento in Italia per quanto riguarda le tematiche di genere, sceglie quest’anno, in un momento di forte polarizzazione, di dare spazio alla questione palestinese. Qual è stata la ragione principale dietro questa scelta e come è nata la collaborazione che ha portato alla selezione di questi film?

Innanzitutto, direi che c’è una dichiarazione forte, sia politica sia poetica, alla base di questa scelta. Gender Bender, come del resto anche il Cassero LGBTI+ Center che, da capofila, si occupa dei diritti delle persone LGBTQIA+ e delle questioni di genere. Ma c’è una convinzione profonda che non possiamo pensare ai nostri diritti come se fossero gli unici in discussione.

In un’ottica pienamente intersezionale, siamo tutti e tutte chiamati a guardare oltre la nostra comunità e a interessarci anche alle oppressioni che colpiscono altri popoli. Quello che sta succedendo nella Striscia di Gaza dall’8 ottobre dell’anno scorso, e più in generale la situazione che si è sviluppata tra Gaza, Cisgiordania e Israele negli ultimi decenni, ci interroga profondamente. Lo fa in modo drammatico e straziante, lasciandoci con la domanda su cosa possiamo fare di fronte a tutto questo.

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From Ground Zero, regia di Rashid Masharawi, 2024

Come festival artistico e culturale, abbiamo cercato di capire quali contenuti stessero emergendo da quella terra così martoriata dall’occupazione e dalla devastazione. È così che abbiamo incontrato i due film che abbiamo programmato quest’anno, tra cui From Ground Zero. Questo film è davvero emblematico: Rashid Masherawi (regista e curatore dell’opera ndr) ha aperto una chiamata a giovani registi e registe palestinesi, invitandol* a raccontare, attraverso cortometraggi di massimo sei minuti, cosa stesse succedendo a Gaza. E qui emergono due elementi per noi cruciali.

Il primo è che si tratta di una visione interna alla Striscia di Gaza, qualcosa che raramente arriva con questa chiarezza e autodeterminazione. Le voci dall’interno sono spesso poche e frammentate, mentre questo film porta alla luce un racconto potente e diretto delle persone che vivono lì.

Inoltre, la diversità di approcci è notevole. Alcuni cortometraggi sono più documentaristici e mostrano senza filtri la devastazione del territorio e della vita quotidiana. Altri invece scelgono la strada della fiction o si avventurano in sperimentazioni cinematografiche. C’è addirittura un corto parzialmente realizzato in stop motion, frutto di un laboratorio per insegnare questa tecnica ai bambini e alle bambine della Striscia. Qui si crea quasi un effetto metacinematografico: nel risultato finale del corto vediamo il processo stesso di creazione, un elemento che ci ha colpito molto.

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From Ground Zero, regia di Rashid Masharawi, 2024

E questo è uno dei motivi per cui abbiamo sentito la necessità di includere From Ground Zero nella nostra programmazione. Da questo film emerge con forza un altro aspetto che spesso viene trascurato: a Gaza, nonostante tutto, ci sono molte persone che continuano a coltivare tenacemente la propria creatività e la propria voglia di esprimersi. Questo è particolarmente rilevante oggi, quando il dibattito è spesso polarizzato in posizioni contrapposte. In questo film, invece, ci troviamo di fronte a un’evidenza inconfutabile: quella di chi racconta la propria quotidianità, di chi ha vissuto in prima persona o ha visto amici, parenti e vicini colpiti dalle violenze. Si va oltre le retoriche di contrapposizione e si entra nel cuore di ciò che queste persone stanno vivendo, mostrando una realtà concreta e vissuta.

Ultimamente, il conflitto tra Palestina e Israele, soprattutto alla luce delle recenti escalation, viene spesso affrontato con toni da tifoseria, e in molti casi il supporto a una delle due parti diventa quasi uno statement ideologico. Considerando questo clima così polarizzato, siete pronti ad affrontare le critiche che potrebbero sorgere in seguito alla scelta di includere questo tipo di produzioni nel programma di Gender Bender?

Noi cerchiamo sempre di rispondere in maniera molto concreta alle critiche, invitando prima di tutto chi critica a vedere l’opera stessa, perché spesso le critiche sono fatte a priori, senza conoscere il contenuto. In secondo luogo, immaginiamo il festival come uno spazio aperto al confronto, ma un confronto che passa anche dal mettersi in ascolto di ciò che il film racconta.

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Come dicevamo, questi cortometraggi vanno oltre le dinamiche di contrapposizione: non nominano Israele, non nominano Hamas, non parlano degli attori principali di cui si discute continuamente in Occidente. Perché la vita delle persone a Gaza non è solo quello, c’è molto altro. Non si tratta di schierarsi, ma di dare voce a chi vive in un territorio devastato, senza essere sempre ingabbiati nelle logiche contrapposte a cui siamo abituati.

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From Ground Zero, regia di Rashid Masharawi, 2024

Per noi, questa scelta è del tutto coerente con la filosofia di Gender Bender. Raccontare le storie delle persone LGBTQIA+ e delle minoranze significa permettere loro di raccontarsi in prima persona, senza essere filtrati o strumentalizzati. E questo film fa proprio questo: restituisce la parola a chi è stato spesso usato come simbolo, ma raramente ascoltato.

Questa mi sembra un’argomentazione solida, difficile da contestare, e siamo tranquilli nel vedere le polemiche passare mentre il film resterà come testimonianza, non solo per il suo valore artistico, ma anche politico. Credo che tra vent’anni, quando si parlerà di cosa è accaduto tra il 2023 e il 2024 nella Striscia di Gaza, questo film sarà ricordato come un punto di riferimento, un modello.

Spesso si dipinge la Palestina come un luogo dove i diritti umani sono costantemente violati e dove, di conseguenza, non esisterebbero soggettività queer o non conformi, ed è un’argomentazione che viene spesso utilizzata per giustificare quanto sta accadendo. Quale pensate possa essere l’impatto di Gender Bender nel contrastare questo paradigma che, in un certo senso, deumanizza la popolazione palestinese, riducendola a uno stereotipo di estremismo islamico, di un popolo che opprime e perseguita le persone LGBTQIA+?

Credo che le storie abbiano la capacità di andare molto oltre le stereotipizzazioni. La forza di questo film sta proprio nella varietà dei punti di vista, degli approcci e delle esperienze che vengono raccontate, e questo restituisce un’urgenza umana che va oltre le singole identità.

Spesso ci rifugiamo dietro queste identità perché sono rassicuranti e ci permettono di polarizzare il dibattito, ma è proprio questo atteggiamento che dobbiamo superare. L’invito a guardare il film senza pregiudizi è fondamentale, perché queste storie parlano da sole e riescono a far emergere la complessità delle vite di chi vive in territori devastati.

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From Ground Zero, regia di Rashid Masharawi, 2024

Non esiste un luogo idilliaco per le persone LGBTQIA+, nemmeno in Occidente, purtroppo. E concordo pienamente con l’idea che le persone LGBTQIA+ non siano solo soggettività queer: sono anche uomini, donne, persone trans, con famiglie, amici, affetti, che vivono in territori di guerra. Quando un conflitto colpisce un popolo, colpisce tutti, ma lo fa con particolare violenza contro chi già si trova in situazioni di fragilità. Le persone LGBTQIA+ soffrono di più in queste situazioni, così come le donne, i bambini, gli anziani, le persone disabili, i migranti e chiunque viva una condizione di marginalità o vulnerabilità.

Parlando di migranti, Tel Aviv viene spesso vista come una sorta di terra promessa per le persone queer palestinesi. Voi, però, avete scelto di portare La Belle di Gaza, un film che racconta la parte più dura e cruda del viaggio delle migranti trans palestinesi verso quella che viene idealizzata come questa “terra promessa”. 

Certamente, perché la realtà è complessa e a volte persino contraddittoria. Mostrare le sue sfaccettature aiuta davvero a comprendere questa complessità, a capire cosa significhi vivere in determinati contesti e tempi. Le storie che emergono da La Belle di Gaza raccontano di donne trans che si prostituiscono e che sono schiacciate da una serie di oppressioni intrecciate: per il loro essere donne trans, sex worker, migranti e per la loro religione.

Ciò che il film mette in luce è la loro autodeterminazione, una lotta che pagano a caro prezzo. Non è un sacrificio causato da una singola identità, ma dalla complessità stessa delle loro vite. È l’intreccio di queste identità che rende la loro esistenza così sfidante e, allo stesso tempo, incredibilmente resiliente.

Il film è un documentario, girato da Yolande Zauberman, che ha già lavorato in Medio Oriente e che ha un’attenzione particolare verso Palestina e Israele. Il suo sguardo, molto limpido, riesce a far emergere le voci di queste donne, voci che spesso non hanno l’opportunità di raccontare la propria storia. Quello che ne esce non è un’immagine idilliaca: la strada di Tel Aviv in cui vivono e lavorano non è la “terra promessa”. È piuttosto una soluzione che hanno trovato in mezzo a un contesto estremamente complesso e pieno di oppressioni.

Quello che colpisce è la loro straordinaria forza. Nonostante tutto, queste donne riescono a vivere e a trovare un modo per affermarsi come persone, decidendo di andare avanti. È un paesaggio oscuro e difficile, ma la loro capacità di resistere e di affermare la propria identità emerge con potenza, ed è questo che rende la narrazione così forte e significativa.

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La belle de Gaza, regia di Yolande Zauberman, 2024

E vivere autenticamente la propria identità porta inevitabilmente delle conseguenze. A Gaza, purtroppo, le conosciamo bene, ma a Tel Aviv la realtà è diversa: parliamo di marginalizzazione e invisibilizzazione.

Molte di queste donne sono fuggite da contesti familiari repressivi, ma si ritrovano a vivere in una realtà altrettanto difficile. In Israele, sono sex worker arabe e berbere in uno Stato che, soprattutto negli ultimi anni, ha rafforzato la sua identità etnica. Di conseguenza, subiscono discriminazioni su più livelli: in quanto migranti, in quanto sex worker e in quanto arabe o berbere. Questo mette in luce quanto siano complesse e stratificate le loro vite, che sfidano tutte le polarizzazioni a cui spesso ricorriamo. Dal nostro punto di vista privilegiato, osserviamo un conflitto e un’occupazione da lontano, ma le loro esperienze ci mostrano quanto sia limitante vedere tutto in bianco e nero.

Ci tengo a precisare una cosa: oltre alla scelta di contenuti e programmazione che abbiamo fatto, è in programma anche una proiezione di From Ground Zero al Cinema Modernissimo di Bologna il 4 novembre. Abbiamo deciso di devolvere l’intero ricavato della proiezione alla causa. Una parte andrà al Masharawi Fund, creato da Rashid Masharawi per sostenere giovani registi e registe palestinesi, e un’altra parte sarà destinata a Women with Gaza, una raccolta fondi attiva da qualche settimana per fornire alle donne palestinesi servizi essenziali come prodotti igienici per il ciclo mestruale e uno sportello psicologico dedicato.

 

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