Da semplici piattaforme di interazione digitale ad attori chiave della politica globale: sin dal lancio di Six Degrees nel 1997, i social network hanno attraversato una profonda e rapidissima evoluzione che li ha trasformati in vere e proprie polis digitali transcontinentali, capaci di plasmare l’opinione pubblica in modi tanto imprevedibili quanto incisivi.
Da grandi poteri derivano però grandi responsabilità. Un concetto che le principali piattaforme sembrano però volutamente ignorare, in favore della loro abilità camaleontica di adattarsi, spesso senza scrupoli, ai venti politici del momento. Se in pochi si sono stupiti della virata populista di X – ex Twitter – dopo l’acquisizione da parte di Elon Musk, è infatti il cambio di paradigma di Meta – società madre di Instagram e Facebook – a destare maggiore preoccupazione.
Nelle ultime settimane, il colosso di Cupertino ha subito una metamorfosi inquietante: dall’eliminazione delle tutele DEI per i dipendenti, alla legittimazione del linguaggio d’odio, fino alla rimozione dei servizi di fact-checking, in una strategia che – in pieno stile neo-repubblicano – privilegia l’engagement a discapito della verità.
Ma mentre Meta sembra aver ceduto con disinvoltura alla pressione della politica dominante, un’altra piattaforma si è rivelata un avversario ben più ostico da piegare per la politica statunitense: TikTok. La popolare app di video brevi, proprietà del gigante cinese ByteDance, ha infatti deciso di opporre resistenza al provvedimento che, sotto il pretesto di “tutelare la sicurezza nazionale” contro lo “spionaggio cinese”, mira a forzare la vendita della piattaforma a un acquirente americano. In caso di rifiuto, l’app rischia un ban totale dai dispositivi statunitensi entro il 19 gennaio.
Una disputa che illustra chiaramente la capacità delle piattaforme social di sconvolgere delicati equilibri geopolitici: il popolo americano di TikTok è infatti immediatamente insorto contro la prospettiva di veder bandito uno degli strumenti più efficaci per la comunicazione politica e l’attivismo.
E così, i toni si sono leggermente placati. Nei giorni scorsi, si era ipotizzata addirittura un’acquisizione di TikTok da parte di Elon Musk – magnate di Tesla a capo del Dipartimento per l’Efficienza Governativa nella legislatura Trump. ByteDance ha però prontamente smentito tali voci.
Anche Donald Trump, fautore della proposta di bandire TikTok nel 2020 durante il suo primo mandato – adottata anche dall’amministrazione Biden, seppur con toni meno aggressivi – appare ora più cauto: la piattaforma, dove il tycoon conta milioni di follower, è del resto stata determinante nel consolidare la sua base elettorale.
Di primo acchito, dunque, il braccio di ferro tra il nuovo governo statunitense e Bytedance sembra destinato a protrarsi. Ma, intanto, coloro che avevano trovato in TikTok un alleato fondamentale per il proprio attivismo e libertà di espressione, stanno mettendo gli occhi su un’altra piattaforma cinese ancora estranea ai contenziosi dei colossi: RedNote.
Al via i negoziati per “salvare” TikTok negli USA
Per comprendere tutti i risvolti della vicenda, è però opportuno andare in ordine. È il 2020 quando Donald Trump, allora presidente degli Stati Uniti, decide di dichiarare guerra a TikTok, accusando la piattaforma di rappresentare un rischio per la sicurezza nazionale. Secondo l’amministrazione Trump, la proprietà cinese del popolare social, gestita dalla società ByteDance, sollevava il timore che i dati degli utenti americani potessero finire nelle mani del governo di Pechino, per scopi di spionaggio o propaganda.
L’offensiva si concretizzò con un ordine esecutivo che vietava alle aziende statunitensi di fare affari con ByteDance, un provvedimento che metteva TikTok di fronte a un ultimatum: o cedere la proprietà a una società americana o abbandonare il mercato statunitense.
Non mancarono i tentativi di acquisizione: colossi come Microsoft e Oracle si dichiararono immediatamente pronti a intervenire, ma l’operazione si arenò tra contestazioni legali e problemi diplomatici. ByteDance, da parte sua, presentò ricorso in tribunale, sostenendo che il provvedimento violasse il Primo Emendamento e accusando l’amministrazione Trump di strumentalizzare la questione per ragioni politiche.
Sorprendentemente, i tribunali diedero ragione alla società cinese, bloccando temporaneamente il bando. Con il cambio di amministrazione nel 2021, il presidente Joe Biden scelse di adottare una linea meno dura, senza però modificare il risultato finale. Se il contenzioso rimane ancora sospeso in Corte Suprema, il Congresso ha infatti dato il proprio parere favorevole alla cacciata di TikTok dagli Stati Uniti nell’aprile dell’anno scorso.
E si arriva ad oggi, con l’imminente insediamento di Donald Trump alla Casa Bianca per i prossimi quattro anni. In netto contrasto con l’atteggiamento aggressivo mostrato durante il suo primo mandato nella guerra commerciale con la Cina, il presidente eletto sembra però scegliere oggi la strada della moderazione – almeno per quanto riguarda il ban a TikTok. Trump starebbe infatti valutando un ordine esecutivo da firmare subito dopo il suo insediamento di lunedì, che sospenderebbe il ban per 60-90 giorni.
Una dimostrazione di amicizia che però potrebbe non bastare a neutralizzare una legge già approvata con sostegno bipartisan e firmata dal presidente uscente Joe Biden. Come sottolinea Alan Rozenshtein, ex consigliere per la sicurezza nazionale al Dipartimento di Giustizia, “gli ordini esecutivi non sono documenti magici, ma dichiarazioni di intenti stampate su carta più elegante”.
E così, mentre il braccio di ferro continua, molti utenti statunitensi di TikTok iniziano già a guardarsi intorno, valutando nuove piattaforme dove trasferire il loro lavoro di attivismo e preservare la propria libertà di espressione. Una migrazione che potrebbe rivelarsi un boomerang per Donald Trump, aggravando una situazione già delicata: tra le alternative emergenti c’è infatti RedNote, piattaforma cinese ancora lontana dai radar di monitoraggio delle autorità statunitensi.
Cos’è RedNote, l’app rifugio per i “profughi di TikTok”
RedNote è il nome con cui gli utenti statunitensi hanno ribattezzato Xiaohongshu, una piattaforma cinese che mescola le caratteristiche di Instagram, TikTok e Pinterest, diventando il rifugio preferito per i “profughi” dei social più noti. D’altronde, con X ridotto a cassa di risonanza per i movimenti populisti, Meta che abbandona le tutele per le minoranze e TikTok sull’orlo di un bando, dove avrebbero potuto rivolgersi questi utenti in cerca di una nuova casa digitale?
Fondata nel 2013 e nata come spazio dedicato a viaggi e lifestyle, Xiaohongshu è oggi pilastro della cultura digitale in Cina, con oltre 300 milioni di utenti che condividono esperienze, consigli e aspirazioni. Eppure, pochi fuori dal Paese avrebbero potuto immaginare che questo “libretto rosso” – il cui nome richiama il passato ideologico della Cina, ma con una connotazione del tutto diversa – diventasse il nuovo rifugio per i “profughi digitali” di TikTok.
Negli Stati Uniti, la piattaforma è emersa quasi all’improvviso grazie al tam tam degli utenti delle piattaforme occidentali, diventando oggi la piattaforma più scaricata sull’App Store americano e superando persino Lemon8, l’altra app emergente di ByteDance. Ma non è solo una questione di numeri: il passaggio a RedNote è diventato un atto di protesta.
Per molti utenti americani, abbandonare TikTok per un’altra piattaforma cinese – e quindi sottoporsi volontariamente alla “propaganda comunista” è una provocazione verso il governo statunitense, accusato di censurare la libertà digitale in nome della sicurezza nazionale. Ed i risvolti sono interessantissimi.
A sorpresa, gli utenti cinesi hanno infatti risposto con calore all’”invasione” di utenti USA, accogliendo i nuovi arrivati e guidandoli nel funzionamento della piattaforma, con una curiosità reciproca che raramente si vede nelle interazioni online tra due culture così distanti – secondo quanto testimoniano i primi “pionieri” occidentali sulla piattaforma.
E così l’afflusso di utenti non cinesi ha trasformato RedNote in un terreno fertile per un inaspettato scambio culturale: le chatroom audio dal vivo, dove utenti cinesi e americani discutono di politica, società e diritti umani, stanno creando un raro spazio di dialogo che trascende le divisioni geopolitiche. Un utente cinese ha descritto questa improvvisa interazione come “guardare oltre il Great Firewall”.
Smentite inoltre le voci che ipotizzavano una censura dei contenuti a tematica LGBTQIA+ su RedNote: con l’arrivo degli utenti americani, gli hashtag queer hanno registrato un vero e proprio boom sulla piattaforma, e i contenuti – almeno per ora – restano intatti e accessibili. Per quanto riguarda il master nella censura dei contenuti LGBTQIA+, dunque, è Meta a restare saldamente in cattedra.


Non condivido la tua gioia per la nuova app cinese. La Cina è un paese omofobo e transfobico.