“LGBTIAQ+ malati mentali”: ora è possibile scriverlo su Instagram e Facebook, la svolta a destra di Meta

Addio fact checking su Instagram, Facebook e Whatsapp, via libera all'odio: le parole di Mark Zuckerberg che cambieranno tutto.

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Meta Fact Checking
Meta annuncia l'eliminazione del Fact Checking e una serie di misure che allineano Facebook Instagram e Whatsapp alle nuove linee dettate dalla destra suprematista USA
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Non ci vuole un indovino per capire che un colosso dei social network abbia sempre avuto più a cuore il portafoglio degli azionisti che il benessere dei suoi utenti. Quando nel 2018 Meta – all’epoca ancora Facebook – si trovò invischiata nel ciclone mediatico di Cambridge Analytica, ci fu la prima chiara illuminazione: se qualcosa è gratuito, il prodotto siamo noi. 

Non è più una teoria da cospirazionisti con il cappellino di stagnola: il prezzo da pagare per quell’oceano infinito di contenuti gratuiti è un bombardamento pubblicitario sempre più martellante, sempre più invadente, e l’assoggettamento a un algoritmo cucito su misura e da cui è quasi impossibile distogliere lo sguardo. Una tassa occulta, fatta di notifiche e scrolling infinito e soffocanti camere dell’eco, che paghiamo senza nemmeno accorgercene. 

Eppure, fino a poco tempo fa, c’era una sottile linea di demarcazione. Una fragile impalcatura etica che teneva in piedi l’apparente ordine delle città digitali. I team di moderazione e di fact-checking erano gli instancabili vigili urbani delle polis virtuali, pronti a intervenire per arginare bufale, discorsi d’odio e post velenosi. Un sistema non esente da critiche, soggetto spesso a malfunzionamenti e talvolta controverso. Eppure, fondamentale. 

Ma è il il 7 gennaio quando arriva la notizia che potrebbe cambiare tutto: Meta – società madre di Facebook e Instagram, i due social più popolati al mondo – annuncia l’eliminazione del programma di fact-checking gestito da terze parti, sostituendolo con un sistema di moderazione basato sulle “Community Notes. Per capirci, lo stesso modello adottato da X – l’ex Twitter – diventato paradiso delle fake news e delle bufale a ciclo continuo sin dalla sua acquisizione da parte di Elon Musk.

È lo stesso Mark Zuckerberg ad annunciarlo, in un reel che non ammette repliche o domande, chiaro e perentorio:

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Un annuncio che ha spiazzato, in primis, i consulenti del gruppo: 

Abbiamo appreso la notizia nello stesso modo di chiunque altro – racconta Alan Duke, cofondatore e direttore del sito di fact-checking Lead stories, che ha iniziato a collaborare con Meta nel 2019 – Senza alcun preavviso“.

L’annuncio di Zuck parla di “più libertà di parola, meno errori”, proprio nel momento in cui viene revisionata, in sordina, la politica contro l’Hateful Conduct – la “condotta odiosa” – che regola il modo in cui vengono moderati i contenuti offensivi, discriminatori e carichi di odio sulla piattaforma, eliminando restrizioni chiave che un tempo proteggevano categorie vulnerabili come l’orientamento sessuale e l’identità di genere.

Cosa significa tutto questo? Semplice. Il vecchio Meta, con le sue regole e i suoi controllori digitali, potrebbe scomparire. Anzi, potrebbe trasformarsi in qualcosa di irriconoscibile. Un Far West digitale frequentato da quasi tre miliardi di persone in cui le fake news diventano alimento continuo per l’odio e viceversa. 

Perché ci mancherà il programma di fact-checking di Meta 

Basta scalfire la superficie per scoprire che le recenti mosse di Meta potrebbero  avere implicazioni ben più profonde. Molti osservatori, infatti, intravedono una correlazione, seppur indiretta, tra questa decisione e l’ascesa dei movimenti ultraconservatori che ha trovato il suo culmine nell’elezione di Donald Trump alle presidenziali statunitensi di fine novembre. Insomma, una volontà di accontentare quella che è diventata la maggioranza.

Del resto Trump, paladino di una campagna elettorale costruita sulla guerra alla cultura woke, sulle fake news (per stessa ammissione del vice JD Vance) e su promesse di restaurare quel “free speech” (libertà di parola) tanto sbandierato quanto frainteso. Se la libertà di parola si traduce in libertà d’odio, il confine tra opinione e aggressione diventa pericolosamente sottile.

Non è un caso se l’ultimo Barometro dell’Odio 2024 di Amnesty International fotografa una realtà preoccupante: su 100 contenuti analizzati, 15 risultano offensivi o discriminatori, con un’incidenza triplicata dell’hate speech che supera ormai il 3%, a braccetto con la diffusione sempre più pervasiva di notizie false su comunità vulnerabili sfruttate come feticci per il consenso politico.

Eppure Meta, anziché rafforzare i suoi argini contro la disinformazione, ha deciso di smantellarli. Perché? La risposta ufficiale è quasi un déjà vu: la stessa di Elon Musk quando ha introdotto un sistema simile su X. Più libertà d’espressione, meno restrizioni sui grandi temi del dibattito pubblico, come immigrazione, diritti LGBTQIA+ e questioni di genere. 

Il nuovo sistema si affida alle Community Notes, modello che punta tutto sui contributi degli utenti per segnalare contenuti fuorvianti o falsi. Una soluzione che, sulla carta, potrebbe sembrare democratica, ma che nella pratica solleva più di una perplessità.

Perché in un’epoca di polarizzazione estrema su tematiche esistenziali – l’autodeterminazione delle persone trans, il diritto all’uguaglianza matrimoniale, la non discriminazione, per citare soli esempi attinenti alla comunità LGBTIAQ+ – delegare a un’umanità sempre più divisa il compito di discernere tra verità e falsità è come costruire una diga con sabbia bagnata. 

Il rischio, denunciano critici e analisti, è che questa apparente apertura finisca per trasformare le piattaforme in un Far West digitale, dove la disinformazione e l’incitamento all’odio possano proliferare senza controllo.

Non è un timore infondato: uno studio pubblicato su Science già nel 2018 dimostrava che le fake news si diffondono su X/Twitter sei volte più velocemente delle notizie vere, raggiungendo un pubblico immensamente più vasto. E se questa è la traiettoria, la domanda non è più se il nuovo sistema funzionerà, ma quanto ci costerà la sua inevitabile deriva. 

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Meta elimina anche le limitazioni al discorso d’odio 

Come accennato, contestualmente all’eliminazione del fact-checking, Meta ha anche rivisto la sua Politica sulla Hate Conduct, e non in senso restrittivo. Alcune delle clausole che un tempo proteggevano categorie vulnerabili, come l’orientamento sessuale e l’identità di genere, sono state spazzate via, sul modello dichiarato di X di Elon Musk.

Twitter ha silenziosamente rimosso la policy che proteggeva gli utenti trans da deadnaming e misgendering

Meta ha eliminato le restrizioni contro l’uso di insulti per attaccare individui sulla base di caratteristiche protette e ha introdotto “eccezioni” solo per determinate tematiche politiche o religiose.

Tradotto in termini pratici: certe espressioni, un tempo considerate offensive e bandite, trovano ora uno spazio di legittimità. Non serve andare troppo lontano per trovare conferme. Tra le pieghe della nuova politica sulla Hateful Conduct si legge: 

“Consentiamo accuse di malattia mentale o anormalità basate su genere o orientamento sessuale, considerando il contesto di discorsi politici e religiosi su ‘transgenderismo’ e ‘omosessualità’ e l’uso comune e non serio di termini come strano.” 

Via libera, dunque all’utilizzo di termini come “transgenderismo” e le accezioni più patologizzanti di “omosessualità“. Il linguaggio è asciutto, burocratico, degno di Mark Zuckerberg – che nel comunicato stampa che annuncia le novità sul blog ufficiale di Meta ci mette anche la faccia. Ma le implicazioni sono tutto tranne che anodine.

La rimozione dei programmi di fact-checking e delle politiche contro i discorsi di odio standard del settore da parte di Zuckerberg rende le piattaforme di Meta luoghi insicuri sia per gli utenti che per gli inserzionisti – avverte Sarah Kate Ellis, presidente di GLAAD, dirigente e attivista media americana – Senza queste politiche necessarie, Meta sta di fatto dando il via libera a chi vuole prendere di mira persone LGBTQ, donne, immigrati e altri gruppi emarginati con violenza, odio e narrazioni disumanizzanti. Con questi cambiamenti, Meta continua a normalizzare l’odio anti-LGBTQ a scopo di lucro, a scapito dei suoi utenti e della vera libertà di espressione. “.

Le nuove direttive, che Meta giustifica con un’affermazione tanto inquietante quanto chiara – “le nostre politiche sono progettate per dare spazio a questi tipi di discorsi” – permettono ora espressamente “linguaggio offensivo nel contesto di discussioni su argomenti politici o religiosi, come quando si parla di diritti transgender, immigrazione o omosessualità”. Dove finisca la politica ed inizi la tematica esistenziale, non ci è dato sapere.

Se questo non bastasse, l’azienda ha eliminato le clausole che vietavano l’uso di insulti mirati a caratteristiche protette e l’auto-ammissione di intolleranza – frasi come “sono omofobo” o “sono razzista” non violeranno più le linee guida.

Tra le tante modifiche preoccupanti, come riportato da GLAAD e riscontrabile nelle politiche di Hateful Conduct rese pubbliche da meta:

  • Meta consente ora discorsi che giustificano esclusione o linguaggi offensivi in contesti politici o religiosi, inclusi temi come bagni genderizzati, ruoli lavorativi specifici o diritti transgender.
  • le nuove politiche permettono di sostenere limitazioni basate su genere o orientamento sessuale in ambiti lavorativi e spazi pubblici, spesso giustificate da “credenze religiose”.
  • le accuse di malattia mentale basate sull’orientamento sessuale o sul genere non sono più vietate, purché inserite in un contesto “serio” o “non offensivo”.
  • paragoni tra donne e oggetti, o l’uso di pronomi sbagliati o deumanizzanti per riferirsi a persone transgender, non violano più le regole della piattaforma.

Ma c’è di più. In contemporanea, Meta ha annunciato il trasferimento del suo team di revisione dei contenuti dalla California liberal alla sede nel Texas roccaforte storica dei repubblicani. Una scelta che alcuni leggono come una mossa per allinearsi al corpo politico della nuova destra suprematista americana.

Secondo molto osservatori, tali mosse rappresentano una concessione dichiarata alle pressioni politiche: rinunciare al tentativo di imparzialità delle politiche di moderazione sull’altare dell’opportunismo elettorale. 

In altre parole, ciò che Meta presenta come un’evoluzione potrebbe in realtà segnare una pericolosa regressione. Con l’odio che trova nuove vie per infiltrarsi e una moderazione sempre più svuotata, non è difficile immaginare che le piattaforme digitali stiano per diventare ancor più il teatro di scontri ideologici senza regole. Con conseguenze devastanti. 

In tutto questo, si inserisce la nomina di John Elkann, presidente di Stellantis e del Gruppo Repubblica, nel consiglio di amministrazione di Meta. Una scelta che potrebbe ulteriormente influenzare le future strategie dell’azienda, in particolare per quanto riguarda le politiche editoriali e la moderazione dei contenuti. In modo piuttosto evidente, Repubblica e La Stampa, pur essendo entrambe parte del Gruppo, stanno però in queste ore evitando di trattare l’argomento: silenzio totale sulle loro homepage. 

© Riproduzione riservata.

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