Zuckerberg vuole più energia maschia, il patriarcato come business: ecco le parole fasciste di Mark

Un ritorno agli antichi fasti di maschio adolescente intento a masturbarsi con le foto delle sue compagne.

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Marzk Zuckerberg chiede "Energia Maschia" nelle aziende.
Marzk Zuckerberg chiede "Energia Maschia" nelle aziende.
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Immaginate la scena: Mark Zuckerberg, avvolto in un kimono tech-bro su misura, sale sul tatami del podcast di Joe Rogan per affrontare la questione urgente del momento… la cultura aziendale demascolinizzata (questa la sua accusa).

Sì, dopo una settimana di fuoco di censure LGBTIAQ+, dopo aver fatto piazza pulita delle iniziative di DEI (Diversità, Equità e Inclusione) e fact-checking in Meta (Facebook, Instagram e Whatsapp), dopo aver ritoccato gli algoritmi per offrirci più caos politico, il nostro samurai ha deciso di illuminarci sulla necessità di più energia maschile nei vertici aziendali.

Un ritorno agli antichi fasti di maschio adolescente intento a masturbarsi con le foto delle sue compagne da parte di chi lanciò la propria carriera con una piattaforma nata per classificare le donne in base al loro aspetto: così infatti nacque Facebook, non dimentichiamolo. E vale la pena oggi rispolverare quel piccolo capolavoro di documentazione storica che fu il film “Social Network” di David Fincher nel 2010. A Mark Zuckerberg dev’essere tornata alla gola la nostalgia per quei giorni gloriosi, vera molla dietro questo ritorno di “mantra maschile” per martellare l’alzata di testa della siddetta cultura woke.

La nostra società è diventata molto… neutra o demascolinizzata” proclama Zuckerberg, con la stessa gravità di un monaco zen che lascia cadere una perla di saggezza. Ma attenzione, il buon Mark si affretta a rassicurarci: ha sorelle e figlie, come a dire, “Non sono sessista, ho donne in famiglia!”. Una precisazione sorella della famosa regina di tutte le code di paglia: “Ho anche amici gay“. Del resto è noto: nulla garantisce “rispetto le donne” come smantellare i programmi aziendali creati per sostenerle. La sfacciataggine puramente fascista dell’onnipotenza plutocratica.

Con una serenità quasi robotica, Zuckerberg prosegue:

L’energia maschile è una cosa buona, e ovviamente la società ne ha molta, ma penso che la cultura aziendale stesse cercando di allontanarsene.

Giusto! Perché chi mai potrebbe trovare tossico quel mix perfetto di testosterone e potere che domina il 90% delle posizioni di CEO nelle aziende Fortune 500? Se l’obiettivo era rassicurarci, Zuckerberg ha centrato il bersaglio: non ci sono rischi di sovversione, il patriarcato rimane saldo.

È la svolta trumpiana. Quel mix di genio tecnologico e autoritarismo che trasforma i leader della Silicon Valley in aspiranti übermensch. Come Musk, anche Zuckerberg sembra flirtare con l’idea che il futuro appartenga a un superuomo, a chi sa imporsi, a chi combatte, a chi elimina le “debolezze” — e niente è più debole, nella loro visione, del concetto di inclusività. Più plutocrazia, meno diversità: tanto a pochi e nulla agli altri, chiaro?

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Naturalmente, questa filosofia non è solo ideologica: ha implicazioni molto pratiche. Ridurre al minimo il DEI, come già fatto da Amazon e McDonald’s, significa tagliare costi e dare un segnale chiaro a chiunque osi parlare di equità. Il messaggio è limpido: l’era dell’inclusione è finita, ora inizia il “survival of the fittest” digitale, un darwinismo aziendale che strizza l’occhio al tecnofascismo (qualcuno ricorderà la selezione dei più intelligenti già lanciata da Elon Musk in prossimità del suo insediamento nella nuova amministrazione Trump).

Zuckerberg, con la sua retorica sul recupero dell’“energia maschia,” si allinea alla giungla dove impera il più forte, fieramente partecipe di quel coro di miliardari che sognano un mondo dominato da algoritmi e pugni di ferro.

"Salò o le 120 giornate di Sodoma", ultimo film di Pier Paolo Pasolini (1975)
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E mentre Meta moltiplica i conflitti sociali per farci restare incollati agli schermi, Zuckerberg ci offre una lezione di vita: l’aggressività non è solo utile, è necessaria. Utile per i profitti, necessaria per silenziare ogni voce dissonante. Così fa il maschio, cavoli!

Forse non dovremmo sorprenderci. Meta, dopotutto, è nata come “Facemash,” il laboratorio perfetto per il futuro distopico che Zuckerberg sembra inseguire. Un futuro dove ogni forma di opposizione è ridotta al silenzio e la vera inclusività esiste solo in un metaverso sterile, dove persino i pixel devono piegarsi alla disciplina del loro creatore.

Il discorso di Zuckerberg è un concentrato di patriarcato travestito da filosofia aziendale. Parlare di “energia maschia” come forza necessaria per il successo è il solito schema: glorificare l’aggressività e il dominio maschile, come se fossero virtù indispensabili, e ridicolizzare qualsiasi tentativo di inclusione. È un modo elegante per dire che il potere appartiene agli uomini e deve restare tale, senza sfumature, senza confronto. Il sottotesto è chiaro: il progresso dell’equità è visto come una minaccia, non come una risorsa. E la scelta del podcast di Rogan (per certi versi una specie di La Zanzara di Giuseppe Cruciani) come palcoscenico lo conferma: un club per pochi, dove la vulnerabilità e il rispetto non entrano. Invece di innovare, Zuckerberg rispolvera vecchi dogmi. Il patriarcato, ancora una volta, non solo sopravvive, ma si reinventa come strategia di business.

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j5c95 20.1.25 - 19:34

Queste aziende rispettano solo il denaro e il potere. Non diventeranno mai veri alleati della comunità LGBT+. Ma questa non è una ragione per combatterli, dobbiamo solo costringerli a schierarsi dalla nostra parte, come con Biden e i Democratici. Il fascismo è possibile senza queste aziende, guardate la Corea del Nord, l'Arabia Saudita o l'Iran P.S L'italiano non è la mia lingua madre