Libertà contro profitto, tecnofascismo e plutocrazia: la fine delle illusioni inclusiviste e la lotta per la complessità del reale

Non possiamo arrenderci. Siamo stati troppo a lungo complici del sistema che ci sfrutta. È il momento di disobbedire.

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"Salò o le 120 giornate di Sodoma", ultimo film di Pier Paolo Pasolini (1975)
"Salò o le 120 giornate di Sodoma", ultimo film di Pier Paolo Pasolini (1975)
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Il mondo si accartoccia davanti all’avanzata di una plutocrazia che non ha più bisogno di maschere. Meta, Amazon, McDonald’s e altri giganti del capitalismo globale abbandonano le politiche di diversità, equità e inclusione. Rinunciano al fact-checking. Con spudorata avidità smantellano ogni parvenza di responsabilità sociale. Non servono più illusioni, non servono più compromessi.

Entriamo nell’era del tecnofascismo, data simbolica 20 gennaio 2025, giorno dell’incoronazione di Donald Trump alla Casa Bianca. Un’elezione nata, già nella sua prima tornata del 2016, grazie alle manipolazioni social (Cambridge Analytica), ma che otto anni dopo assume le forme plastiche di un cambio di regime a furor di popolo. Un popolo plasmato dai social. Per far spazio a un sistema che concentra la forza della tecnologia nelle mani di pochi, pochissimi, che ne dispongono il controllo. Un’oligarchia digitale che decide cosa conta e cosa no. Chi esiste e chi deve scomparire. Non c’è spazio per le sfumature, non c’è spazio per le complessità, non c’è spazio per chi non si piega. Esisti solo se sei funzionale. Esisti solo se produci, se consumi, se alimenti il sistema. Altrimenti sei un problema, un ostacolo, un residuo da eliminare.

C’era un tempo in cui ci si lamentava del rainbow washing. Forse anche allora barattavamo le nostre rivendicazioni con la compiacenza del mercato. Ma ora quel baratto non c’è più: qualcuno dice “si stava meglio con un po’ di rainbow washing“. Ma è davvero così, o nell’accettazione di quei meccanismi dettati dal profitto risiedeva la silenziosa catapulta che avrebbe rovesciato tutto, come di fatto è accaduto?  E che senso ha, oggi, rinnegare le scelte dettate dalla speranza di coniugare mercato e inclusione? E chi ha detto che hanno già vinto loro?

"Salò o le 120 giornate di Sodoma", ultimo film di Pier Paolo Pasolini (1975)
“Salò o le 120 giornate di Sodoma”, ultimo film di Pier Paolo Pasolini (1975)

Non possiamo e non dobbiamo arrenderci all’odio contro un presunto politically correct. È penosa quest’onda di reflusso che ancora una volta i performativi dell’attenzione provano a surfare, questa volta per cavalcare il trend (di ritorno) ben definito nel più classico: “È finita la pacchia“. Non c’è stata alcuna pacchia, ma soltanto la speranza di costruire complicità, collaborazione, comprensione reciproca. Per distribuire opportunità, garantire pari diritti e, dove ce ne fosse bisogno, protezione. L’enfasi con la quale, in questi tempi reazionari di ritorno alla volontà di potenza, il maschio bianco etero cis riemerge con foga liberatoria, è soltanto il ritratto di una patetica inadeguatezza.

Raccontano che le DE&I (Diversity, Equity and Inclusion) fosse una forzatura, una distorsione della meritocrazia. È la trita retorica che, adducendo abusate logiche liberali, nega la realtà: senza protezioni, senza politiche di inclusione, le minoranze sono spazzate via. Ieri in Cina, oggi anche in USA. In un atteso e prevedibile asse di alleanze sotterranee tra i plutocrati globali, eretti in piazze democratiche o imposti nelle stanze segrete dei regimi assoluti. Uomini che, in altri tempi  – e forse, a ben vedere, anche oggi – avremmo chiamato “I signori della guerra“.

È facile per un uomo maschio bianco cisgender etero ridere in riunione, fare battute, definirle innocue e affogare tutto in una bonaria risata. È semplice entrare in fabbrica o in ufficio senza dover nascondere chi sei. Per gli altri, per noi, è un’altra storia: nascondere le unghie smaltate, abbassare lo sguardo, silenziare l’identità.

Per anni abbiamo creduto che fosse possibile conciliare capitalismo e inclusione, profitto e diritti. Per anni ci siamo illusi che le multinazionali potessero essere alleate, che le piattaforme digitali potessero sostenere le nostre lotte, che i giganti del tech potessero condividere i nostri valori. Era una menzogna. Una menzogna comoda, utile, redditizia. Ora non ne hanno più bisogno.

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La plutocrazia vuole cancellare tutto ciò che la sfida. Vuole un mondo in bianco e nero, un mondo diviso in binari rigidi: giusto o sbagliato, dentro o fuori, utile o inutile. È il dominio dell’essere supremo, accentratore di una convivenza conformata e conformante, che non tollera deviazioni. È un sistema che celebra l’omogeneità come ordine naturale, che punisce chiunque osi discostarsi, chiunque osi esistere al di fuori dei suoi schemi.

"Salò o le 120 giornate di Sodoma", ultimo film di Pier Paolo Pasolini (1975)
“Salò o le 120 giornate di Sodoma”, ultimo film di Pier Paolo Pasolini (1975)

Il tecnofascismo non si limita a controllare, vuole plasmare. Gli algoritmi non sono neutri, sono strumenti di potere, controllo, esclusione. Decidono cosa vediamo e cosa no, cosa conta e cosa no, chi ha diritto di parlare e chi deve tacere. È un sistema che premia la semplificazione, la polarizzazione, l’omologazione. Non c’è spazio per le sfumature. Non c’è spazio per la complessità. Non c’è spazio per la realtà nelle sue multiformi e sfaccettate manifestazioni.

La realtà è complessa. Si rivela nell’insieme delle sue infinite sfumature, nelle contraddizioni, nelle pieghe che non possono essere ridotte a un post, a un meme, a un video di pochi secondi. E questa realtà non può essere raccontata da chi vive di profitto, da chi dipende dagli algoritmi, da chi risponde a investitori e azionisti. La realtà ha bisogno di libertà, di spazio, per essere raccontata. Ha bisogno di media indipendenti, di giornalisti liberi, di narrazioni che non si piegano al ritmo vorace del consumo.

Raccontare è un atto politico. Raccontare è resistere al tecnofascismo, alla plutocrazia, al dominio di chi vuole ridurre il mondo a una serie di binari predefiniti. Raccontare significa dare voce agli ultimi, a chi non trova spazio nelle narrazioni ufficiali, a chi viene cancellato dal sistema. Raccontare significa sfidare il potere, sfidare gli algoritmi, sfidare le regole che ci vogliono tutti uguali, tutti silenziosi, tutti sottomessi.

"Salò o le 120 giornate di Sodoma", ultimo film di Pier Paolo Pasolini (1975)
“Salò o le 120 giornate di Sodoma”, ultimo film di Pier Paolo Pasolini (1975)

Non possiamo arrenderci. Non possiamo permettere che il nostro spazio sia risucchiato da sistemi computazionali indifferenti, da multinazionali che ci cancellano senza scrupoli. Dobbiamo essere noi, con le nostre scelte, a ridefinire il sistema: dare sostegno ai media liberi, quelli che raccontano la verità quando tutti gli altri tacciono, quelli che resistono al peso soffocante del profitto. Pretendere che le aziende investano per e con la nostra comunità, che adottino politiche DE&I senza compromessi, senza finzioni. Discostarci dalle aziende che ignorano le nostre esigenze di inclusione. Fino a immaginare, presto o tardi, di dover prendere complicate decisioni di rinuncia. Rinunciare a un social. Rinunciare a uno streaming. Rinunciare a un cibo, a un vestito, rinunciare a un’automobile, a un viaggio. Senza strombazzare boicottaggi: il tempo degli hashtag è finito.

Siamo stati troppo a lungo complici del sistema che ci sfrutta. È il momento di disobbedire. Di scegliere chi è con noi, chi crede in noi, chi ci dà voce. E farlo nel silenzio, farlo per noi e per chi verrà dopo di noi.

© Riproduzione riservata.

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