USA, quando la supremazia bianca reprimeva le persone native non binarie

Trump raccoglie l'eredità coloniale. Un tempo erano i nativi americani a proteggere i propri "valori tradizionali", in cui il non-binarismo veniva riconosciuto e celebrato come un dono prezioso e una fonte di ricchezza culturale.

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Che i prossimi quattro anni sotto la presidenza di Donald Trump segnino l’inizio di un’epoca profondamente distopica è ormai evidente anche ai più scettici. Non bastasse il saluto nazista sfoggiato dal “First Buddy” Elon Musk durante il discorso inaugurale del 20 gennaio a insinuare il sapore marcio di questa nuova era, ci hanno pensato i più di 200 ordini esecutivi firmati dal presidente nel suo primo giorno di mandato a rendere inequivocabile la direzione intrapresa.

Tra questi, il famigerato “Defending Women From Gender Ideology Extremism and Restoring Biological Truth to the Federal Government” reinstaura la visione esclusivamente binaria del genere, formalizzando di fatto la cancellazione deliberata di chiunque non rientri nel paradigma eteropatriarcale che l’ultradestra statunitense intende rafforzare nei prossimi anni.

È un paradosso: un governo che accusa gli altri di estremismo ideologico utilizza come prima arma proprio l’estremismo, annullando le identità di genere che considera una minaccia al suo dogma.

Donald Trump non inventa però nulla di nuovo. La sua presidenza, per quanto venduta come “rivoluzionaria” o “senza precedenti”, non è altro che un déjà vu storico, un richiamo a quel passato coloniale dell’impero americano in cui l’imposizione di un ordine culturale e sociale serviva a mantenere intatto il potere di chi dominava. Anche attraverso la repressione delle identità non conformi. È una storia vecchia di secoli eppure nuova – se non bastassero le riflessioni astratte, il neopresidente ha già messo gli occhi su Canada e Groenlandia nelle sue mire espansionistiche -, che risale a quando i primi “pionieri” europei calpestarono il suolo delle Americhe.

Cambiano i simboli, dunque, i volti, le parole scelte per dare forma a certe retoriche. Una volta lo abbiamo chiamato colonialismo, poi supremazia bianca, nazismo, fascismo. Oggi assume forme nuove, meno esplicite ma non meno insidiose. Eppure, dietro la varietà di manifestazioni e terminologie, il disegno è sempre lo stesso: il dominio di un gruppo sull’altro, il perpetuarsi della dinamica tra oppressore e oppresso. È fondamentale mantenere uno sguardo ampio, che non perda di vista il legame tra le diverse lotte. Perché, senza intersezionalità, rischiamo di perdere il filo conduttore che collega le ingiustizie.

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L’oppressione delle identità non conformi come strumento del colonialismo

Il presupposto fondamentale è che l’antica concezione del genere sul modello occidentale, rigidamente basata sul binarismo, abbia radici non scientifiche, bensì sociologiche. Questo significa che il nostro modo di guardare al genere non è per forza quello adottato da altre popolazioni al di fuori della nostra bolla cristiana ed eteropatriarcale.

Ma fu proprio all’esterno di questa bolla che, a partire dal XV secolo, i “pionieri” spagnoli, inglesi e francesi esportarono nelle Americhe il rigido modello cattolico basato sull’eteronormatività e il binarismo, utilizzandolo come strumento di controllo sulle popolazioni indigene durante i primi moti colonizzatori.

Una posizione culturale e religiosa che andò a intensificarsi nei secoli successivi, raggiungendo il culmine tra il XVI e il XVII secolo, quando le potenze europee consolidarono il loro dominio attraverso la conquista militare e la conversione forzata al cristianesimo: tradizioni, spiritualità, modelli di organizzazione sociale venivano spazzati via in nome di un ordine ritenuto superiore, ma che, in realtà, era progettato per controllare, sfruttare e distruggere.

Tra le principali vittime di questa strategia di dominio vi erano le identità che oggi, nella nostra prospettiva etnocentrica, definiamo “non conformi”. Per molte popolazioni indigene, tuttavia, queste identità rappresentavano non solo una normalità culturale, ma spesso un motivo di prestigio e uno status di rilievo all’interno della comunità. E così, la violenza fisica e simbolica su quei corpi liberi fu dunque il primo tassello di una strategia più ampia: ridurre chi era considerato “altro” a un oggetto da dominare.

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Gli esempi abbondano, ma uno in particolare è emblematico delle autorità commesse in nome del controllo: nel 1594 Vasco Núñez de Balboa ordinò il massacro di quaranta membri della comunità Cueva, accusandoli di “sovvertire” i ruoli di genere tradizionali. Non si trattò di un caso isolato.

Gli spagnoli, i francesi e gli inglesi perseguitarono sistematicamente le persone di genere non conforme, etichettandole come immorali o aberranti. Deborah A. Miranda, storica indigena, ha definito queste pratiche come gendercidio, un termine che racchiude la brutalità sistematica mirata a cancellare identità considerate “scomode”.

Una logica che oggi ci appare lontana, ma non ha mai davvero smesso di esistere. Ha solo cambiato pelle, adattandosi ai tempi e ai contesti. Le strategie di dominio, dalla standardizzazione forzata all’oppressione, restano strumenti di chi detiene il potere.

La resistenza delle popolazioni indigene

trump-colonialismo

Se dunque il cavallo di battaglia della destra trumpiana è la difesa dei “valori tradizionali”, resta da capire chi ne abbia davvero bisogno oggi e, soprattutto, a quale scopo. Non certo le popolazioni indigene americane, che da decenni lavorano per ricostruire e valorizzare la propria cultura, cancellata e repressa da secoli di colonialismo spietato. In questo percorso di riscoperta identitaria, troviamo una figura che rappresenta una straordinaria sintesi tra storia, spiritualità e resistenza: i Two Spirits.

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Parliamo di una terminologia moderna, sì, ma radicata in tradizioni antichissime. Il termine Two Spirits nasce ufficialmente nel 1990 durante un raduno a Winnipeg, in Canada, organizzato da attivisti e leader indigeni LGBTQIA+. La sua funzione? Creare un ponte tra il linguaggio contemporaneo e i concetti di genere delle culture native, che da sempre sfuggono alle gabbie binarie imposte dal pensiero occidentale. I Two Spirits, infatti, incarnano una fusione unica di identità maschili e femminili o si identificano al di là di esse, occupando ruoli sociali e spirituali centrali per le loro comunità.

Prima dell’arrivo dei colonizzatori europei, i Two Spirits erano infatti figure rispettate, spesso venerate. Guaritori, custodi delle tradizioni, narratori e mediatori spirituali: la loro capacità di trascendere i confini di genere non era vista come una deviazione, ma come un dono. Per molte tribù, la loro esistenza era simbolo di armonia e connessione tra gli opposti.

Poi è arrivato il colonialismo. E con esso, il cristianesimo, il patriarcato e il binarismo di genere. Quella che era una ricchezza è stata ridotta a “peccato” o “devianza”. Le scuole residenziali, le leggi discriminatorie e la violenta assimilazione culturale hanno tentato di cancellare non solo i Two Spirits, ma tutto ciò che rappresentavano: un mondo in cui l’identità non era una prigione, ma una possibilità.

Oggi, essere Two Spirits è un atto politico, una rivendicazione di esistenza e resistenza. Come spiega Harlan Pruden, uno degli attivisti più noti del movimento: “Two Spirits non è solo un’identità, è una battaglia per recuperare le nostre storie, le nostre lingue, le nostre vite“. Ed è una battaglia che continua attraverso l’arte, la politica e l’attivismo, sfidando non solo il colonialismo storico ma anche quello culturale che persiste. Chi decide, del resto, cosa è tradizione e cosa no?

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