Siamo a Napoli, quartiere di Poggioreale. Ha trascorso appena una manciata di giorni in carcere l’uomo che da tempo sottoponeva il figlio gay quindicenne a violenze fisiche e psicologiche, fino all’ennesima minaccia a metà gennaio che ha portato al suo arresto. Un fermo durato pochissimo: scarcerato in tempi record, è tornato nel quartiere, accolto come un eroe, tra applausi e fuochi d’artificio. Una degna di un film neorealista se non fosse lo specchio di un paese che affonda sempre di più nell’indifferenza verso la violenza omobitransfobica.
L’aggressore, un uomo di 48 anni con precedenti penali, è stato denunciato dopo che il figlio aveva trovato il coraggio di raccontare anni di vessazioni: botte, insulti, minacce di morte, e un’esistenza costretta tra quattro mura di un garage, senza cibo.
Quando l’orrore è emerso, la giustizia ha risposto con il “codice rosso”, portando all’arresto del padre violento. Ma il castello di carta è crollato nel giro di pochissimi giorni: scarcerato, riportato nel quartiere, celebrato. Per lui, la comunità si è mobilitata come si fa con i martiri, mentre il figlio continua a essere il bersaglio dell’odio. Non è noto, ad ora, se l’uomo affronterà un processo.
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Napoli, padre omofobo celebrato come un eroe
Il ragazzo, appena quindicenne, aveva trovato il coraggio di denunciare il padre dopo l’ennesima minaccia di morte ricevuta via WhatsApp mentre si trovava a scuola. Spaventato, si era rivolto ai suoi insegnanti, che avevano immediatamente allertato i carabinieri.
Il quadro emerso dalle sue testimonianze è agghiacciante: da anni subiva violenze fisiche e psicologiche in casa, costretto a vivere in un garage senza cibo, punito per il suo orientamento sessuale. Il padre, un uomo con precedenti penali, non si era limitato agli insulti e alle intimidazioni: lo aveva colpito con una chiave inglese, lasciandogli ferite al volto, al collo e alle gambe.
“Siamo indignati, chiediamo giustizia per il ragazzo e rispetto per tutte le vittime di omofobia, transfobia e in generale di violenza nel nostro paese”, ha dichiarato Antonello Sannino, presidente di Antinoo Arcigay Napoli. Indignazione è dir poco. Perché la vicenda di Napoli è solo l’ennesima dimostrazione che in Italia la violenza contro le persone LGBTQIA+ viene normalizzata, tollerata, a volte persino premiata.
Mentre il padre viene riaccolto con i festeggiamenti, il ragazzo resta infatti in pericolo. I conoscenti del quindicenne lanciano l’allarme: “Rappresenta una minaccia”.
L’omofobia come valore culturale
La vicenda di Napoli è il termometro di un paese ormai assuefatto a un clima di impunità per chi commette violenze omobitransfobiche. Chi maltratta, discrimina, aggredisce, ha la protezione della narrazione dominante: quella che parla di “ideologia gender”, che equipara l’antifascismo all’estremismo, che insinua che le persone queer siano una minaccia per la società. In questa Italia, chi picchia un figlio gay può diventare un simbolo.
E non è un caso isolato. L’ultimo mese si è aperto e chiuso nel segno della violenza omobitransfobica, senza che la politica o le istituzioni abbiano mosso un dito. Il 31 dicembre, a Caserta, una ragazza di 14 anni si è tolta la vita lanciandosi dal quarto piano. Seguiva un percorso di supporto per episodi di autolesionismo, e le indagini stanno considerando l’ipotesi che dietro al suo gesto possano esserci contrasti familiari legati alla sua identità sessuale.
A Roma, una coppia gay ha denunciato violenze costanti da parte dei vicini di casa, che li aggredivano con insulti, minacce e persino con l’acido, dicendo loro di andarsene perché “malati”. Nella notte di Capodanno, sempre a Roma, dieci ragazzi hanno brutalmente pestato una coppia gay al grido di “frci di mrda”, in un’aggressione che ricorda da vicino un vero e proprio linciaggio. Qualche giorno dopo, ancora a Roma, un altro episodio simile: due ragazzi, colpevoli di camminare a braccetto per Trastevere, sono stati circondati e presi a calci e pugni da un branco, riuscendo a salvarsi solo rifugiandosi su un autobus.
Ma l’odio non si manifesta solo con la violenza fisica. A San Giorgio a Cremano, il sindaco Giorgio Zinno, dichiaratamente gay, è stato bersagliato da un’ondata di odio sui social, con insulti omofobi provenienti proprio dai suoi giovani concittadini. A Teverola, in provincia di Caserta, il consigliere comunale Pasquale Gnasso ha denunciato di essere stato insultato con epiteti omofobi da un collega, Biagio Pezzella. Nel frattempo, a Bologna, continuano le intimidazioni neofasciste ai danni del Cassero, il primo storico circolo LGBTQIA+ italiano, su cui qualcuno ha lasciato l’ennesima scritta minatoria: “Via tutti i fr*ci”.

Perché non punirlo e picchiarlo!? In questo modo, puoi fargli capire che non puoi picchiare tuo figlio quando fa coming out! Finché la comunità LGBT+ lo tollererà, finché rimarremo divisi, non saremo presi in considerazione!