Lo sport è sempre stato un’arena politica, ma mai come oggi la sua governance si è trasformata in un campo di battaglia per il controllo dell’identità. Il voto per la presidenza del Comitato Olimpico Internazionale, in programma dal 18 al 21 marzo, arriva infatti in un momento in cui l’inclusione delle persone trans e intersessuali è ormai il fulcro di un’offensiva ideologica ben più ampia che attraversa governi, partiti e istituzioni.
Con quattro dei sette candidati favorevoli a un’ulteriore stretta sulle categorie femminili la posta in gioco va dunque oltre il mondo olimpico.
A partire dagli Stati Uniti, dove la nuova amministrazione repubblicana di Donald Trump non ha perso tempo a rilanciare la sua crociata contro i diritti LGBTQIA+, trasformando la questione delle persone transgender in un’arma per mobilitare la sua base elettorale. Ed anche qui, lo sport ha giocato un ruolo fondamentale, se pensiamo all’ordine esecutivo che vieta alle ragazze trans di competere nello sport scolastico. Lo sport diventa dunque palcoscenico perfetto per normalizzare le narrazioni esclusive, nascondendole dietro il linguaggio dell’equità e della protezione delle donne cisgender.
Dall’esclusione sportiva alla cancellazione politica
La strada per arrivare a questo punto è stata costruita pezzo dopo pezzo. Nel 2021, il CIO ha adottato un quadro normativo su equità e inclusione che stabilisce che nessun atleta dovrebbe essere escluso sulla base di un vantaggio “presunto” legato alla biologia o all’identità di genere. Un principio che sulla carta suona progressista, ma che nella pratica si è rivelato privo di peso: il documento non è vincolante, si applica solo ai Giochi Olimpici e lascia alle singole federazioni la libertà di imporre le proprie regole. E molte lo hanno fatto.
L’atletica, il nuoto, il rugby e il ciclismo hanno introdotto criteri sempre più restrittivi, che di fatto escludono la quasi totalità delle atlete trans e impongono limiti arbitrari alle atlete intersessuali. Un nome su tutti: Caster Semenya.
Due volte campionessa olimpica, Semenya si è vista imporre l’abbassamento medico del proprio livello di testosterone per poter competere nelle gare femminili. Una decisione che ha generato un contenzioso internazionale, diventando il simbolo della logica punitiva con cui lo sport sta affrontando le identità non conformi. Lei oggi ha vinto, ma in quante potranno dire lo stesso in futuro?
Il problema non si esaurisce infatti nelle competizioni d’élite. La stretta sulle categorie femminili nelle Olimpiadi si riflette a cascata su tutto il sistema sportivo, fino alle scuole e alle università. Gli Stati Uniti sono stati il primo paese a tradurre queste esclusive in politiche scolastiche, ma la stessa dinamica sta emergendo anche in alcuni paesi europei, dove le federazioni stanno tracciando linee sempre più nette per impedire l’accesso delle atlete trans alle competizioni, indipendentemente dalla loro età o dal livello di pratica sportiva. Un europarlamentare di Fratelli d’Italia, tra tutti, ha esplicitamente suggerito che l’UE dovrebbe adottare un regolamento simile a quello USA.
Il voto del CIO e il futuro dell’inclusione nello sport
Quella che si gioca nel voto del CIO è dunque, a tutti gli effetti, una battaglia politica. Il suo esito determinerà se il Comitato Olimpico Internazionale continuerà a promuovere almeno formalmente i principi di equità o se cederà definitivamente alla pressione di chi vuole ridefinire il concetto stesso di partecipazione sportiva.
Se la presidenza dovesse andare a uno dei candidati favorevoli a politiche più restrittive, le federazioni che ancora oggi applicano il quadro normativo del 2021 potrebbero essere costrette a rivedere le proprie posizioni, subendo pressioni per escludere le atlete trans e intersessuali sotto la minaccia di sanzioni. L’attuale presidente, Thomas Bach, ha del resto già dimostrato – seppur in positivo – che il CIO può intervenire direttamente quando lo ritiene opportuno: lo ha fatto nel 2023, proteggendo le pugili Imane Khelif e Lin Yu-ting da test di idoneità di genere non meglio specificati prima dei Giochi di Parigi. Tuttavia, la sua uscita di scena lascia un vuoto di potere che rischia di essere colmato da chi non ha alcuna intenzione di difendere i principi di inclusione.
Tra i candidati, il nome che più di tutti ha già dimostrato con i fatti la propria ostilità alla partecipazione delle atlete transgender è senza dubbio quello di Lord Sebastian Coe. Ex mezzofondista e due volte campione olimpico, oggi presidente di World Athletics, Coe ha trasformato il suo mandato in una crociata contro la presenza delle atlete trans nelle competizioni femminili. Sotto la sua guida, la federazione di atletica leggera ha imposto il divieto assoluto per le atlete transgender di competere nella categoria femminile, rendendo inequivocabile la sua posizione: se eletto alla guida del CIO, è plausibile aspettarsi un ulteriore inasprimento delle politiche escludenti su scala olimpica.
Kirsty Coventry, ministra dello Sport in Zimbabwe ed ex nuotatrice olimpica, si presenta invece come la candidata del cambiamento, puntando sulla sua esperienza da atleta per promuovere una leadership più dinamica e orientata all’innovazione. Tuttavia, dietro questa immagine progressista si cela una posizione ben più rigida sul tema delle atlete trans. Nelle sue recenti dichiarazioni, Coventry ha insistito sulla necessità di garantire “sicurezza ed equità” nello sport femminile, un refrain ormai tipico di chi spinge per l’esclusione delle atlete transgender. Pur senza dichiararlo apertamente, si è allineata a posizioni simili a quelle di Coe, sostenendo che le differenze biologiche vadano considerate attentamente e lasciando intendere che, in caso di elezione, potrebbe promuovere una revisione ancora più restrittiva delle attuali linee guida del CIO.
Un altro candidato con un profilo fortemente conservatore è Juan Antonio Samaranch Jr., attuale vicepresidente del CIO e figlio dell’ex presidente Juan Antonio Samaranch, figura simbolo dell’olimpismo più tradizionale. Samaranch Jr. ha dichiarato la necessità di stabilire una regolamentazione chiara sulla partecipazione delle atlete trans prima delle Olimpiadi di Milano-Cortina 2026, per evitare che il tema diventi oggetto di polemiche. In altre parole, il suo obiettivo sembra essere quello di chiudere definitivamente la questione con un divieto ufficiale, privando le atlete transgender di qualsiasi possibilità di competere. La sua presidenza segnerebbe la definitiva istituzionalizzazione dell’esclusione, con l’avallo diretto del massimo organismo sportivo mondiale.
Più defilato nel dibattito è Johan Eliasch, presidente della Federazione Internazionale di Sci, che ha scelto di rifugiarsi dietro il principio della “neutralità politica”. Secondo Eliasch, il CIO non dovrebbe imporre linee guida universali sulla questione, ma lasciare che siano le singole federazioni sportive a regolamentare il tema. Una posizione che, sebbene appaia moderata, rischia di consolidare lo status quo: in un contesto in cui molte federazioni stanno adottando politiche escludenti, l’assenza di una direttiva chiara da parte del CIO equivarrebbe di fatto a un via libera alle restrizioni.
Infine, vi è il trio del silenzio: David Lappartient (presidente dell’Unione Ciclistica Internazionale), Morinari Watanabe (presidente della Federazione Internazionale di Ginnastica) e il principe giordano Feisal Al Hussein. Nessuno dei tre ha ancora espresso una posizione chiara sul tema. Il loro silenzio potrebbe essere strategico: con il dibattito sulle atlete transgender ormai divenuto altamente divisivo, prendere una posizione netta potrebbe compromettere alleanze fondamentali in vista del voto. Tuttavia, l’assenza di dichiarazioni non implica necessariamente un’apertura: spesso, chi evita di esporsi lo fa perché sa che qualsiasi posizione progressista sarebbe destinata a fallire di fronte alla crescente pressione conservatrice all’interno del movimento olimpico.
