Il 31 gennaio 1969, a Viareggio scomparve nel nulla Ermanno Lavorini, un bambino di appena 12 anni, in sella alla sua bicicletta rossa. Disse alla madre che sarebbe tornato dopo un’ora, ma non fece mai ritorno. Da quel giorno, l’Italia intera fu travolta da una spirale di paura, accuse infondate e bugie nei confronti degli omosessuali dell’epoca che portarono a conseguenze drammatiche, compreso un suicidio.
Marina di Vecchiano, un piccolo comune vicino a Viareggio, divenne il teatro di uno degli episodi più scandalosi della storia italiana del secondo dopoguerra.
Quello che avrebbe dovuto essere uno dei primi casi di rapimento a scopo di estorsione (il primo, alcuni mesi prima, fu il rapimento dell’allora tredicenne Maria Teresa Novara) si trasformò in una spaventosa storia di depistaggi, accuse infondate e linciaggi mediatici da parte di ambienti di estrema destra.

La storia di Ermanno Lavorini e la “caccia alle streghe” degli omosessuali
Il giovane Ermanno Lavorini, figlio di un negoziante di Viareggio, sparì senza lasciare tracce nella mattina del 31 gennaio 1969. Subito dopo la sua scomparsa, la famiglia ricevette una telefonata a cui rispose la sorella maggiore: “Ermanno non tornerà a casa, anzi ritorna dopo cena. Dica a suo padre di preparare quindici milioni e di non avvertire la polizia”.
15 milioni di lire, una cifra enorme per quei tempi.
La polizia, disorientata e in balia di falsi testimoni, invece di concentrarsi sulle reali dinamiche del caso, prese una direzione pericolosa concentrandosi sulla presunta frequentazione della pineta di ponente di Viareggio da parte di uomini omosessuali.
Secondo gli inquirenti, il bambino sarebbe stato coinvolto in un “festino tra omosessuali”, un’ipotesi che ha subito trovato spazio sulle pagine dei giornali, fomentando una vera e propria “caccia alle streghe”.
Nel mirino delle forze dell’ordine finiscono due ragazzi, Marco Baldisseri (all’epoca sedicenne) e Rodolfo Della Latta (quasi ventenne) che, sottoposti a interrogatori estenuanti, cambiano continuamente versione e accusano numerose persone senza fornire prove concrete.
Ad aggravare la questione anche Pietro Vangioni, leader del locale Fronte monarchico giovanile, formazione di estrema destra
La stampa dell’epoca non si fece scrupoli a etichettare gli indagati come “anormali”, “capovolti”, “mostri”, alimentando un clima di odio e violenza.
Alcuni di loro vennero persino linciati dalla folla.
La verità, purtroppo, arriverà solo mesi dopo.

Il ritrovamento del corpo di Ermanno Lavorini e la macchina del fango
Il corpo senza vita di Ermanno Lavorini fu ritrovato il 9 marzo 1969 nella pineta di Marina di Vecchiano, sepolto nella sabbia, con segni di morte che indicavano chiaramente che il bambino fosse stato ucciso poco dopo il suo rapimento.
Nessuno degli accusati aveva alcun legame con il delitto. Nel frattempo, però, la macchina della diffamazione aveva già mietuto vittime.

Uno dei nomi trascinati nel fango fu quello di Giuseppe Zacconi, figlio del celebre attore Ermete Zacconi. Interrogato e sottoposto a umiliazioni inimmaginabili, fu persino costretto a dimostrare la propria impotenza per “scagionarsi” dalla “accusa di omosessualità“.
Un giornale britannico scrisse: “Solo in Italia poteva accadere che un cittadino dovesse dichiarare di essere impotente per discolparsi dall’accusa di essere omosessuale”.
“Mi hanno tolto la merd* di dosso, ma non il puzzo”, confessò Zacconi. Morì di infarto nel 1970.
Ma il vero dramma colpì Adolfo Meciani, imprenditore viareggino, accusato da Marco Baldisseri e Rodolfo Della Latta – due ragazzi che frequentavano il Fronte Monarchico – senza alcuna prova. La sua unica “colpa”? Essere un uomo noto per il suo fascino e per possedere un’auto rossa.

Meciani, completamente estraneo ai fatti, venne accusato di pedofilia e dell’omicidio di Ermanno Lavorini. Il commerciante fu distrutto dalle parole della stampa che non ebbe scrupoli ad additarlo come “colpevole”.
Subì interrogatori estenuanti, venne arrestato più volte e fu vittima di un vero linciaggio mediatico. La pressione e la vergogna lo portarono a un crollo nervoso.
Ricoverato in una clinica, subì sette elettroshock e la seguente “diagnosi di bisessualità”: “Sin dalla pubertà ha avvertito sempre una certa tendenza omosessuale che non gli ha impedito di avere regolari rapporti e avventure anche con il sesso femminile. Dopo la scomparsa di Lavorini è subentrata in lui, ossessionante, la paura che questa sua tendenza potesse essere resa palese, che lo sapesse la moglie, che venissero rovinati reputazione, matrimonio, figlio e ha cominciato a non dormire, a diventare ansioso, irrequieto, depresso”.
Travolto dal peso dell’outing, dallo stigma, dal disprezzo popolare e da un sistema giudiziario più interessato alla condanna che alla verità, tentò ripetutamente il suicidio.
Il 7 maggio entrò in coma e, due mesi dopo morì da innocente.
La vicenda fu utilizzata da esponenti del Fronte Monarchico, gruppo eversivo di estrema destra, per seminare disinformazione, depistare le indagini e influenzare l’opinione pubblica.
Cos’è il Fronte Monarchico
Nato come espressione politica dei settori più intransigenti del monarchismo italiano, il Fronte Monarchico si caratterizzò per un’impostazione nazionalista, fortemente anticomunista e autoritaria. Pur avendo radici nel tradizionalismo monarchico, nel dopoguerra il Fronte Monarchico si avvicinò progressivamente agli ambienti della destra radicale, stringendo rapporti con formazioni come Ordine Nuovo e Avanguardia Nazionale. Questa evoluzione fu particolarmente evidente nel Fronte Monarchico Giovanile, il cui attivismo politico sfociò spesso in episodi di violenza. Negli anni, molti esponenti del Fronte Monarchico confluirono in organizzazioni dichiaratamente neofasciste, contribuendo a consolidare la sua collocazione nell’area dell’estrema destra.
Il processo e la condanna: i veri colpevoli
Il caso legale proseguì tra ostacoli e ritardi, e solo nel 1975 si arrivò alla verità: chi uccise Ermanno Lavorini? La risposta fu tanto scioccante quanto prevedibile: furono proprio i due giovani che avevano accusato Meciani, Marco Baldisseri e Rodolfo Della Latta
Baldisseri (condannato a 15 anni) e Della Latta (a 19 anni) erano legati all’estrema destra (Fronte monarchico giovanile): il rapimento del bambino non fu altro che un tentativo di estorsione per finanziare il progetto eversivo del gruppo. Quando il piano fallì, decisero di liberarsi del piccolo e, per deviare l’attenzione, additarono la comunità gay come carnefice.
Pietrino Vangioni, una delle figure centrali del Fronte Monarchico, fu assolto.

La stampa dell’epoca: come erano descritti gli omosessuali
La Chiesa cattolica e alcune testate giornalistiche di destra, sfruttarono la tragedia per attaccare i partiti di sinistra, nonostante PCI e PSI non fossero certo alleati delle persone omosessuali.
La stampa non ebbe alcuna pietà nel dipingere come “mostri” interi gruppi sociali. Mino Monicelli su L‘Espresso, descriveva in questo modo gli omosessuali che frequentavano la Pineta di Viareggio:
“Oggi il richiamo lo fanno gli omosessuali, che battono il sottobosco attorno al bocciodromo. È una zona frequentata da pervertiti di ogni sfumatura, appiedati e motorizzati: pederasti e procacciatori di ragazzi… tutta una variopinta fauna di satiri silvani”.
Carlo Cusani, tramite le pagine del settimanale Il Borghese scriveva: “Che l’uccisione di Ermanno Lavorini fosse maturata nell’ambiente degli omosessuali, Il Borghese, fu il primo a scriverlo a chiare lettere in data 20 marzo scorso […] settimane e mesi di indagini [confermano una] topografia del vizio [ove] se hai voglia di conoscere gente che si diverte in modo un po’ strano fai presto”.
E ancora: “I ‘ragazzi della pineta’ di Viareggio, esattamente come i ‘ragazzi di vita’ di Pasolini, sono tutti figli del popolo e provengono tutti (almeno quelli portati alla ribalta delle cronache) da famiglie irregolari… È questo, dunque, il ‘sano popolo lavoratore’ che dovrebbe fare giustizia della società borghese? La campagna comunista non è soltanto sfacciata: è patetica. È un messaggio d’amore a tutti gli omosessuali d’Italia”.
Epoca aggiungeva: “Non si tratta, dunque, di perseguitare gli omosessuali, ma di impedire che il loro vizio, tollerato quando è circoscritto, diventi oggetto di imitazione e quindi di ammirazione… dalle piazze, dai viali, dai caffè, dai giornali immorali, dai film indecenti, non deve più venire, ad ogni momento, lo stimolo del vizio”.
Tutti i giornali dell’epoca erano a caccia del “mostro”, tutti tranne Il Giorno. Il cronista Marco Nozza stilò una sua indagine corretta e indicativa che puntava il dito nei confronti dei reali colpevoli, dopo aver visto nel bavero delle loro giacche un simbolo monarchico.
Walter Veltroni ha recentemente incontrato Marco Baldisseri, uno degli assassini che ha scontato la sua pena. Tra le pagine del Corriere della Sera, documenta la sua domanda: “Come avete fatto, tre ragazzi quindicenni, a tenere sotto scacco l’intero Paese? Perché avete inventato tante versioni false?”.
La risposta di Baldisseri arriva come un pugno in pieno viso: “Perché qualcuno ci aveva detto di fare così, qualcuno ci guidava. Degli adulti”.
Adulti che non furono trovati, ma probabilmente neppure mai cercati.

