Giancarlo Cerrelli è avvocato cassazionista, collaboratore del Sole 24 Ore e docente presso l’Istituto Italiano di Criminologia degli Studi di Vibo Valentia. Nel contempo, però, è anche un nome ben noto nell’arcipelago della ultra destra italiana, quella che non perde occasione per alzare barricate contro i diritti LGBTQIA+, la laicità dello Stato e ogni avanzamento sociale che non rientri nei canoni dio-patria-famiglia dell’integralismo cattolico. Fino a qualche anno fa, era vice segretario federale della Lega per la Calabria.
Chiunque si avventuri sul suo profilo LinkedIn non troverà dunque una vetrina professionale, ma un vero e proprio manifesto ideologico. Tra un elogio a Trump e deliri anti-abortisti, l’idea di un’Europa laica viene demonizzata, le famiglie arcobaleno dipinte come una minaccia per la società e i programmi scolastici contro l’omofobia bollati come strumenti di indottrinamento e corruzione morale. Un discorso che suona fin troppo familiare nel panorama politico attuale, dove la retorica dell’odio si fa sempre più sdoganata, senza neppure il bisogno di eufemismi.
Nel suo ultimo post, parla di “comportamenti contronatura” nel commentare un’iniziativa anti-omofobia in una primaria di Pavia.
Eppure, nulla di tutto ciò sembra turbare Saverio Fortunato, rettore dell’Istituto dove Cerrelli insegna, che, interpellato da Gay.it sulla questione, si trincera dietro un’impeccabile difesa della libertà di espressione, ignorando completamente il punto: quando un docente universitario nega i diritti fondamentali di un’intera fetta di popolazione, le sue parole non restano confinate in un’aula, ma contribuiscono a rendere il mondo un posto sempre più ostile per chi quei diritti continua a vederli negati.
Chi è Giancarlo Cerrelli e le sue posizioni sulla comunità LGBTQIA+
Sbagliato pensare che quelle di Cerrelli siano dichiarazioni estemporanee che cavalcano l’ondata omofoba del momento. Il giurista, legato alla destra ultraconservatrice, è da anni punto di riferimento accademico per le frange più reazionarie della politica italiana, specialmente quando si tratta di ostacolare qualsiasi avanzamento sui diritti LGBTQIA+. Le sue dichiarazioni, sempre coerenti nel negarne legittimità e dignità, seguono un copione ben rodato: dal negazionismo scientifico alla difesa della cosiddetta “famiglia naturale”, passando per attacchi alla legge contro l’omofobia e il sostegno alle pericolose terapie riparative.
Nel 2013, ospite di Unomattina Estate, Cerrelli arrivò a definire l’omosessualità un “disagio esistenziale” e un “disordine nella propria vita”, sostenendo che la sua rimozione dal DSM (Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali) non avesse basi scientifiche. Dichiarazioni che provocarono un’ondata di sdegno, tanto da spingere l’Ordine degli Psicologi a prendere le distanze dalle sue affermazioni, ribadendo che l’orientamento sessuale non è una patologia. Ma per Cerrelli non si trattava di un incidente di percorso. Anzi.
Nello stesso periodo, in un’intervista, rincarò la dose sostenendo che una possibile legge contro l’omofobia avrebbe introdotto un “reato di opinione” contro chi considera l’omosessualità un disordine. Un argomento che la destra italiana continua a usare ancora oggi per ostacolare qualsiasi norma di protezione per le persone LGBTQIA+. Cerrelli, insomma, non è un outsider con idee bizzarre, ma un tassello di un meccanismo più ampio che mira a delegittimare la comunità e a rendere accettabile il linguaggio dell’odio.
Nel 2019, da esponente della Lega, il copione non cambia. In un’intervista si lancia in un’ennesima crociata contro i diritti civili, ribadendo che l’omosessualità è “contro natura” e rilanciando le teorie riparative sostenendo che “potrebbero funzionare”. Pratiche aberranti, già dichiarate inefficaci e dannose da tutte le principali organizzazioni sanitarie internazionali.
Giancarlo Cerrelli (Lega): ‘l’omosessualità è un disordine, sono più discriminati gli etero’
Il punto cruciale è che oggi Cerrelli insegna Diritto di Famiglia, la disciplina che regolamenta proprio quei rapporti giuridici che lui, per ideologia, nega e demonizza. Il che solleva una questione di fondo: può un docente con idee così apertamente discriminatorie offrire un insegnamento equilibrato e rispettoso delle evoluzioni sociali e giuridiche? Lo abbiamo chiesto direttamente a Saverio Fortunato, rettore dell’Istituto in cui lavora Cerrelli. La sua risposta parla chiaro:
“Le dichiarazioni del professor Cerrelli al di fuori del contesto accademico rientrano nella libertà di espressione garantita dall’articolo 21 della Costituzione e, come istituzione, non possiamo contestarle. Interferire con le opinioni personali di un docente significherebbe tradire i principi democratici, sconfinando in atteggiamenti che richiamano il fascismo. Il nostro ruolo è quello di garantire un ambiente pluralista, in cui tutte le idee possano essere espresse liberamente. Come disse Voltaire: ‘Non sono d’accordo con quello che dici, ma difenderò fino alla morte il tuo diritto di dirlo’. Pur non condividendo certe affermazioni, anche sull’aborto ad esempio, la posizione dell’Università resta chiara: la libertà di espressione va tutelata, soprattutto quando riguarda attività estranee all’ambito accademico”.
C’è però un dettaglio che sfugge a chi invoca la libertà di espressione come scudo per qualunque dichiarazione, per quanto tossica: avere un’opinione non equivale ad avere il diritto di diffondere odio. Se un professore universitario sostenesse che le donne non dovrebbero votare o che le persone nere sono biologicamente inferiori, avremmo la stessa indulgenza? O si leverebbero, giustamente, voci a difesa della dignità e dell’uguaglianza?
Perché non c’è alcuna differenza: negli ultimi anni, il clima verso la comunità LGBTQIA+ si è fatto sempre più soffocante. Un intero apparato narrativo costruito per legittimare la violenza verso le identità non conformi: dichiarazioni pubbliche, politiche discriminatorie, un dibattito inquinato da disinformazione e il silenzio colpevole di chi dovrebbe garantire diritti e tutele.
E mentre nelle aule universitarie si spaccia per accademia ciò che è puro integralismo, fuori, nel mondo reale, le conseguenze sono tangibili. Diritti che sembravano acquisiti vengono smantellati pezzo dopo pezzo, la discriminazione si fa legge, le aggressioni aumentano. Il problema non è ormai più solo chi alimenta questo clima, ma chi, tra le istituzioni, ha smesso di limitarsi a guardare e ha iniziato a guidare la marcia.
