L’Ungheria vieta i Pride, la svolta fascista di Orbán: approvazione lampo

Nessun dibattito, nessun contraddittorio, nessuna possibilità di modifica: presentata ieri, approvata oggi, la legge che metterà a tacere ogni protesta scomoda per il regime.

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Ungheria vieta pride Viktor Orban Fidesz
È ufficiale: l'Ungheria vieta i Pride, come denunciato tre settimane fa da Gay.it, Viktor Orban e il suo partito-nazione Fidesz compiono la svolta fascista.
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Come riportato da Gay.it lo scorso 27 febbraio nel silenzio dei media, e forse propro grazie a questo silenzio, il parlamento ungherese ha approvato in un solo giorno una delle leggi più repressive dell’era Orbán.

Un solo giorno. Tanto è bastato al per approvare una delle leggi più repressive mai viste sotto il governo di Viktor Orbán. Presentata ieri, 17 marzo 2025 e approvata oggi, il 18, la nuova normativa mette al bando i Pride e qualsiasi manifestazione pubblica che possa, secondo la visione distorta e oscurantista del regime Fidesz – il partito-nazione – , “nuocere al benessere dei bambini”.

La retorica è sempre la stessa: proteggere i minori dalla cosiddetta “propaganda LGBTQIA+”, un termine ormai svuotato di qualsiasi significato che il governo ungherese – e, più in generale, la destra reazionaria globale da Washington a Mosca – usa come passe-partout per giustificare le proprie strumentali politiche liberticide. La realtà è ben diversa: quello che Orbán e i suoi vogliono è la cancellazione della comunità LGBTQIA+ dallo spazio pubblico, un’operazione sistematica che ha già visto il blocco del riconoscimento legale delle persone transgender, la censura di libri e film e ora anche il divieto di riunirsi e manifestare. Una battaglia culturale che si protrae, convenientemente, da anni – utile a distrarre la popolazione da una crisi economica in costante peggioramento.

Ma non è solo il contenuto della legge a destare allarme, quanto anche la velocità con cui è stata imposta. Un iter parlamentare fulmineo, una maggioranza compatta che vota a comando e nessun dibattito pubblico. Il modello perfetto di una repressione mascherata da ordine e sicurezza, che si inscrive nel più ampio progetto di Orbán: trasformare l’Ungheria in una democrazia illiberale, dove la libertà di espressione e i diritti civili vengono svuotati dall’interno.

Legge anti-LGBTQIA+ in Ungheria, un iter lampo

Proteste nel parlamento ungherese durante la non-discussione della nuova legge che vieta i Pride (e non solo), voluta dal partito-nazione Fidesz del grande amico di Giorgia Meloni, il neo-tiranno d'Ungheria Viktor Orban.
Proteste nel parlamento ungherese durante la non-discussione della nuova legge che vieta i Pride (e non solo), voluta dal partito-nazione Fidesz del grande amico di Giorgia Meloni, il neo-tiranno d’Ungheria Viktor Orban.

Se c’era ancora qualche dubbio sulla direzione sempre più autoritaria dell’Ungheria, l’iter di approvazione di questa legge lo ha spazzato via in un attimo. Normalmente, un disegno di legge dovrebbe infatti passare attraverso una serie di fasi di discussione, con la possibilità di presentare emendamenti e aprire il dibattito parlamentare.

Qui, invece, non c’è stato nulla di tutto questo. Presentata ufficialmente il 17 marzo, la proposta è stata votata e approvata il giorno dopo, con 136 voti a favore e 27 contrari. Un’accelerazione che sa di colpo di mano istituzionale, ma che è del tutto in linea con il modus operandi del governo Orbán – oggi al culmine della propria deriva autoritaria, e che aveva già minacciato il Pride poche settimane fa durante il consueto discorso sullo stato della nazione. 

La ragione di tanta urgenza? Evitare contestazioni e rendere il provvedimento immediatamente esecutivo, impedendo ai Pride in programma per quest’estate – compreso quello storico di Budapest, che quest’anno festeggia il suo 30° anniversario – di svolgersi. Il divieto, però, non riguarda solo le marce dell’orgoglio: la legge è stata cucita in modo da rendere impossibile qualsiasi evento pubblico che il governo consideri “non conforme” ai suoi dettami. E, come ormai tristemente noto, il concetto di “protezione dei minori” in Ungheria è diventato un pretesto inattaccabile per la censura e la repressione.

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Il provvedimento introduce sanzioni severe: partecipare a un evento vietato potrà costare fino a 200.000 fiorini ungheresi (circa 546 euro). E per assicurarsi che il divieto venga rispettato, la polizia avrà a disposizione strumenti di riconoscimento facciale per identificare i partecipanti, un passo ulteriore verso il controllo totale della popolazione e la criminalizzazione di qualsiasi forma di dissenso.

La legge è del resto un’estensione della controversa normativa ungherese sulla “protezione dei minori” del 2021, che vietava la “promozione dell’omosessualità” ai minori, mettendo al bando film, libri e programmi scolastici che affrontano tematiche LGBTQIA+. Ora, però, il governo non si limita più a censurare i contenuti: vieta direttamente la presenza della comunità nello spazio pubblico.

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Se in Parlamento la legge è passata senza intoppi, fuori dal palazzo le proteste non si sono fatte attendere. Durante la votazione, i parlamentari dell’opposizione hanno inscenato una clamorosa protesta accendendo fumogeni colorati nell’aula.

Ma il dissenso più forte è arrivato dagli attivisti e dalla comunità LGBTQIA+, che hanno immediatamente dichiarato battaglia contro il provvedimento. Questa non è protezione dei minori, è fascismo”, hanno scritto gli organizzatori del Budapest Pride su Instagram.

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“Questa non è protezione dei bambini, è fascismo” scrive il Budapest Pride in una storia Instagram

Intanto, si attende la reazione dell’UE. La Commissione aveva già avviato un procedimento legale contro l’Ungheria per la legge sulla “protezione dei minori del 2021, e questa nuova stretta repressiva non farà che aggravare la posizione del governo ungherese. Il Parlamento europeo ha più volte condannato la deriva autoritaria di Orbán, ma le sanzioni finora adottate non hanno avuto l’effetto sperato. L’Ungheria continua a ricevere fondi europei, nonostante le sistematiche violazioni dello Stato di diritto.

E c’è un dato ancora più preoccupante: Orbán non si fermerà qui. Oltre a questa legge, è in cantiere un’ulteriore riforma costituzionale che sancirà l’esistenza di solo due generi e che, nella struttura familiare, l’uomo ha istituzionalmente una posizione preminente rispetto alla donna. Un passo che va ben oltre la questione LGBTQIA+, ed ha l’obiettivo di ridefinire l’intero assetto dei diritti civili nel paese.

“Ecco l’Europa che non vogliamo ed ecco cosa l’Unione europea dovrebbe contrastare” commenta Gabriele Piazzoni, segretario generale di Arcigay “Non serve una corsa al riarmo per difendere l’Europa, serve il rigore di stabilire cosa è Europa e cosa non lo è. Serve una cultura inderogabile di democrazia, diritti, giustizia. Come saprà difendersi l’Europa se alleva in seno le serpi che l’avvelenano? Su questo pretendiamo parole chiare, inequivocabili: la politica di Orban è fuori dall’Ue, bisogna dirlo una volta per tutte, e poi agire di conseguenza utilizzando tutti gli strumenti sanzionatori nel confronti del governo ungherese e di tutela verso la comunità LGBTQIA+, oggetto di un’evidente persecuzione in quel Paese”.

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