UE contro Ungheria: maxi udienza contro la legge anti-LGBTI di Orbán con l’Italia di Meloni al suo fianco

Cosa succede oggi, quali sono le conseguenze per l'Ungheria di Orbán e perché l'Italia non condanna la legge anti-LGBTI

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Ungheria Legge anti lgbt udienza Unione Europea Orban Meloni
Maxi udienza oggi per la legge anti-LGBTI d'Ungheria: 16 paesi dell'Unione Europea contro Orbán, ma l'Italia di Meloni è al suo fianco.
5 min. di lettura

Oggi, la Corte di Giustizia dell’Unione Europea ospita un’udienza straordinaria: l’Ungheria si scontrerà con avvocati della Commissione Europea e ben 16 paesi dell’UE per difendere la sua controversa legge anti-LGBTI+ del 2021, dall’impatto devastante sulle persone lesbiche gay bi trans e intersex ungheresi. La legge voluta dal premier illiberale filo-Putin Viktor Orbán ha suscitato accese critiche in tutta Europa e rappresenta, secondo alcune organizzazioni, la più grande battaglia sui diritti umani nella storia dell’UE. L’Ungheria detiene attualmente la presidenza del Consiglio dell’Unione Europea per il semestre dal 1º luglio al 31 dicembre 2024

L’Italia governata dalla destra di Giorgia Meloni, che ha già avviato il suo processo di avvicinamento all’approvazione di una legge anti-LGBTI italiana con la risoluzione Sasso appena approvata, si è astenuta dalla condanna, schierandosi implicitamente in difesa della legge di persecuzione voluta da Viktor Orbán in Ungheria. Nella votazione di condanna del Parlamento Europeo all’Ungheria per la sua “torsione democratica” lo scorso aprile l’Italia ha espresso voto contrario. Lo scorso giugno, alla vigilia del Budapest Pride, 35 ambasciate hanno formato un documento congiunto di condanna della legge anti-LGBTI+ ungherese, ed espresso pieno sostegno ai membri della comunità, in difesa del diritto all’uguaglianza, alla non discriminazione, alla libertà di espressione e alla possibilità di riunirsi e manifestare pacificamente: l’ambasciata italiana non ha firmato. Il Budapest Pride ha poi visto sfilare 30.000 persone ed è stato un successo ficcante per il Governo Orbán, con l’ambasciatore USA presente nel corteo.

I 16 Paesi dell’Unione Europea che si sono uniti alla Commissione Europea nel maxi procedimento legale contro la legge anti-LGBTQ+ dell’Ungheria che oggi avrà la sua prima udienza sono:

  • Belgio
  • Francia,
  • Germania,
  • Lussemburgo
  • Paesi Bassi,
  • Austria
  • Irlanda
  • Malta
  • Danimarca
  • Portogallo
  • Spagna
  • Svezia
  • Slovenia
  • Finlandia
  • Grecia
  • Cipro

La legge, introdotta dal governo di Viktor Orbán, mira a limitare la presenza di contenuti LGBTI+ nei media e nell’educazione sessuale e affettiva, equiparando gli stili di vita LGBTI+ alla pedofilia. Impedisce, inoltre, l’adozione alle coppie LGBTI+ e pone forti restrizioni sui contenuti pubblicitari inclusivi di aziende che intendano contribuire alla rappresentazione di tutte le identità nella società contemporanea. Per la Commissione Europea e molti paesi dell’UE, questa legge è una chiara violazione dei diritti fondamentali, in particolare dell’Articolo 2 del Trattato sull’Unione Europea, che promuove la dignità umana, la libertà, la democrazia e l’uguaglianza.

Perché l’Italia non condanna la legge anti-LGBTI d’Ungheria

L’Italia, guidata da un governo di destra illiberale sui diritti, ha evitato di condannare apertamente la legge ungherese anti-LGBTI+. Una scelta che riflette una convergenza ideologica con l’Ungheria di Viktor Orbán, che promuove valori tradizionalisti e un’agenda politica contraria all’espansione dei diritti civili. La coalizione italiana di destra ha recentemente approvato una legge che contravviene alla propria Costituzione rendendo la gestazione per altri un reato universale. L’Italia nel gennaio 2023 ha scatenato contro le famiglie omogenitoriali italiane una vera e propria persecuzione su tutto il territorio nazionale, cancellando nomi di madri e padri omosessuali dalle registrazioni all’anagrafe di bimbi figli di coppie LGBTI.

A rischio l’appartenenza dell’Ungheria all’UE

La decisione della Corte di Giustizia potrebbe avere conseguenze molto ampie, fino a mettere in dubbio l’appartenenza dell’Ungheria all’UE. John Morijn, esperto di diritto e politiche pubbliche, sottolinea a Politico come una sentenza negativa potrebbe spingere le capitali europee a ripensare il loro atteggiamento nei confronti di Budapest, mettendo in discussione se l’Ungheria, sotto la leadership di Orbán, sia ancora compatibile con i valori europei.

Ungheria, l’orgoglio LGBTI ai tempi di Orbán, intervista al Pride di Pécs: “La nostra voce arriva in tutta Europa”

La reazione dell’UE e l’Articolo 7 – Procedura di inadempimento

La Commissione ha avviato la procedura di infrazione contro l’Ungheria già nel 2022, un anno dopo l’approvazione della legge. Tuttavia, l’UE è stata finora cauta nell’applicare l’Articolo 7 del Trattato, che potrebbe privare l’Ungheria dei diritti di voto nel Consiglio dell’UE. I leader europei temono che una mossa così drastica possa innescare reazioni ostili e divisioni interne, ma una sentenza sfavorevole potrebbe cambiare le carte in tavola, dando una nuova spinta all’azione.

Tempistiche: quando si attende il verdetto finale? – Lentezza giudiziaria

Nonostante l’urgenza percepita, ci vorranno mesi prima di un verdetto definitivo. Un parere dell’avvocato generale della Corte è atteso entro tre o quattro mesi e influenzerà la sentenza finale, che potrebbe arrivare nel corso dell’anno. Questa lunga attesa crea un clima di incertezza per il governo di Orbán e per la comunità LGBTI+ ungherese.
Intervistato da Gay.it lo scorso ottobre, il Pécs Pride denuncia come le attività di sensibilizzazione nelle scuole siano ormai impraticabili a causa di regolamenti vaghi, che lasciano sia le autorità sia la società incerte su come applicare le nuove leggi, portando molti a evitare rischi, facendo emergere dunque un clima di autocensura invisibile e definitivo. Gli insegnanti – hanno raccontato gli attivisti ungheresi a Gay.it – ”

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Oggi, la Corte di Giustizia dell’Unione Europea ospita un’udienza straordinaria: l’Ungheria si scontrerà con avvocati della Commissione Europea e ben 16 paesi dell’UE per difendere la sua controversa legge anti-LGBTI+ del 2021, dall’impatto devastante sulle persone lesbiche gay bi trans e intersex ungheresi. La legge voluta dal premier illiberale filo-Putin Viktor Orbán ha suscitato accese critiche in tutta Europa e rappresenta, secondo alcune organizzazioni, la più grande battaglia sui diritti umani nella storia dell’UE. L’Ungheria detiene attualmente la presidenza del Consiglio dell’Unione Europea per il semestre dal 1º luglio al 31 dicembre 2024

L’Italia dell’estrema destra di Giorgia Meloni, che ha già avviato il suo processo di avvicinamento all’approvazione di una legge anti-LGBTI italiana con la risoluzione Sasso appena approvata,

Cos’è la legge anti-LGBTQ+ in Ungheria? – Contenuto della Legge

La legge, introdotta dal governo di Viktor Orbán, mira a limitare la presenza di contenuti LGBTI+ nei media e nell’educazione sessuale e affettiva, equiparando gli stili di vita LGBTI+ alla pedofilia. Impedisce, inoltre, l’adozione alle coppie LGBTI+ e pone forti restrizioni sui contenuti pubblicitari inclusivi di aziende che intendano contribuire alla rappresentazione di tutte le identità nella società contemporanea. Per la Commissione Europea e molti paesi dell’UE, questa legge è una chiara violazione dei diritti fondamentali, in particolare dell’Articolo 2 del Trattato sull’Unione Europea, che promuove la dignità umana, la libertà, la democrazia e l’uguaglianza.

A rischio l’appartenenza dell’Ungheria all’UE

La decisione della Corte di Giustizia potrebbe avere conseguenze molto ampie, fino a mettere in dubbio l’appartenenza dell’Ungheria all’UE. John Morijn, esperto di diritto e politiche pubbliche, sottolinea a Politico come una sentenza negativa potrebbe spingere le capitali europee a ripensare il loro atteggiamento nei confronti di Budapest, mettendo in discussione se l’Ungheria, sotto la leadership di Orbán, sia ancora compatibile con i valori europei.

Ungheria, l’orgoglio LGBTI ai tempi di Orbán, intervista al Pride di Pécs: “La nostra voce arriva in tutta Europa”

La reazione dell’UE e l’Articolo 7 – Procedura di inadempimento

La Commissione ha avviato la procedura di infrazione contro l’Ungheria già nel 2022, un anno dopo l’approvazione della legge. Tuttavia, l’UE è stata finora cauta nell’applicare l’Articolo 7 del Trattato, che potrebbe privare l’Ungheria dei diritti di voto nel Consiglio dell’UE. I leader europei temono che una mossa così drastica possa innescare reazioni ostili e divisioni interne, ma una sentenza sfavorevole potrebbe cambiare le carte in tavola, dando una nuova spinta all’azione.

Quando si attende il verdetto finale? – Lentezza giudiziaria e comunità LGBTI+

Nonostante l’urgenza percepita, ci vorranno mesi prima di un verdetto definitivo. Un parere dell’avvocato generale della Corte è atteso entro tre o quattro mesi e influenzerà la sentenza finale, che potrebbe arrivare nel corso dell’anno. Questa lunga attesa crea un clima di incertezza per il governo di Orbán e per la comunità LGBTI+ ungherese.
Intervistato da Gay.it lo scorso ottobre, il Pécs Pride denuncia come le attività di sensibilizzazione nelle scuole siano ormai impraticabili a causa di regolamenti vaghi, che lasciano sia le autorità sia la società incerte su come applicare le nuove leggi, portando molti a evitare rischi, facendo emergere dunque un clima di autocensura invisibile e definitivo. Gli insegnanti – ci hanno raccontato gli attivisti LGBTI+ ungheresi – “non sanno più cosa possano insegnare“, e alcune librerie sono già state multate per la vendita di libri LGBTI+ senza copertura specifica. Anche le organizzazioni civili affrontano grandi ostacoli: molte iniziative di supporto per gli insegnanti sono state bloccate, e l’accesso alle scuole richiede un permesso governativo, che però è quasi impossibile da ottenere a causa della mancanza di un sistema di registrazione e della burocrazia intricata.

Ungheria illiberale: il confronto con l’UE

Mentre l’udienza sulla legge anti-LGBTI+ si svolge, i ministri degli affari europei dell’UE discutono anche i progressi dell’Ungheria nel rispettare i valori fondamentali dell’Unione. Nel 2018, il Parlamento Europeo ha avviato una procedura contro l’Ungheria per violazione dei principi dell’UE. Paradossalmente, questa discussione sarà presieduta dal Ministro ungherese János Bóka, dato che Budapest detiene attualmente la presidenza del Consiglio dell’UE. A proposito della deriva illiberale dell’Ungheria di Orbán si legga il nostro approfondimento qui di seguito.

Come l’Ungheria è diventata illiberale, Orban e l’attacco alla democrazia

 

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