Una bambina cresciuta da due madri ha ottenuto il riconoscimento giuridico di entrambe. È successo a Firenze, dove il Tribunale per i Minorenni ha autorizzato una donna ad adottare la figlia biologica della propria compagna, ricorrendo alla stepchild adoption.
La coppia — due donne, entrambe quarantenni, impiegate nel settore sanitario — vive in Toscana. Stanno insieme dal 2015, si sono unite civilmente nel 2018 e nel 2020 sono volate in Spagna per accedere alla procreazione medicalmente assistita. È lì che è nata la loro bambina, desiderata e cresciuta sin dal primo giorno da entrambe come figlia comune. Ma per la legge italiana, almeno fino a oggi, era figlia di una sola.
Il Tribunale ha esaminato la richiesta della madre non biologica, che ha chiesto di adottare la bambina attraverso l’adozione in casi particolari, prevista dall’articolo 44 della legge n. 184 del 1983. Una formula che non nasce per riconoscere la genitorialità omosessuale, ma che negli anni è diventata l’unico varco possibile per tutelare i figli delle famiglie arcobaleno.
A pesare nella decisione è stata la relazione dei servizi sociali: il contesto familiare è risultato stabile, centrato sui bisogni della bambina, con una rete affettiva presente e solida. Entrambe le madri sono apparse capaci di rispondere in modo adeguato e continuativo alle esigenze della figlia, che con la madre non biologica ha instaurato un legame affettivo profondo.
Alla luce di queste valutazioni, il Tribunale ha accolto la richiesta: la bambina sarà legalmente figlia di entrambe e potrà portare anche il cognome della madre adottiva. Una decisione che, pur non facendo notizia per la sua eccezionalità, restituisce dignità giuridica a una realtà quotidiana. E in un momento in cui si moltiplicano gli attacchi politici e istituzionali alle famiglie arcobaleno, riafferma un principio semplice: ciò che conta, per un bambino, è l’amore e la cura che riceve — non il sesso di chi glieli garantisce.
La stepchild adoption
In Italia, tuttavia, la legge continua volutamente a ignorare le famiglie omogenitoriali, costrette ad operare per cavilli giuridici e burocratici. La riforma delle unioni civili del 2016 ha escluso in modo esplicito ogni apertura sul fronte della genitorialità, lasciando irrisolto il nodo più urgente: quello della tutela dei figli. Così, mentre il dibattito pubblico si è spesso incagliato su slogan e paure costruite, è toccato alla giurisprudenza intervenire, caso dopo caso, per garantire diritti che la politica ha preferito eludere.
Ne è un esempio recente la sentenza della Corte Costituzionale che ha aperto le porte dell’adozione internazionale anche alle persone single. Una decisione che, pur non riguardando direttamente le coppie omosessuali, potrebbe avere ricadute importantissime anche su questo fronte: affermando il principio che il benessere del minore deve prevalere su ogni preclusione legata allo status giuridico o all’orientamento del genitore, la Corte ha tracciato una linea che getterà le basi per una futura battaglia.
Il passaggio precedente, tuttavia, è stata la stepchild adoption.
Guida alla stepchild adoption in collaborazione con Rete Lenford
Il termine — mai citato nella legge — indica l’adozione da parte del partner del genitore biologico, ammessa solo “in casi particolari”. La norma non è nata per le coppie omosessuali, ma l’assenza di una disciplina chiara ha reso questo strumento l’unica via percorribile per garantire una continuità affettiva e giuridica ai figli delle famiglie arcobaleno. Il primo via libera arrivò a Roma nel 2014: da allora, decine di tribunali — da Milano a Palermo, da Bologna a Torino — hanno riconosciuto il diritto di adozione in situazioni analoghe.
La svolta giurisprudenziale è arrivata nel 2016, quando la Corte di Cassazione ha confermato che l’adozione in casi particolari può essere applicata anche nelle famiglie omosessuali, purché sia nell’interesse del minore. Nessuna imposizione legislativa, nessuna apertura ideologica: solo il riconoscimento di un legame affettivo stabile, duraturo, che la legge non aveva previsto ma che la realtà aveva già reso evidente.
Nonostante le aperture, però, la stepchild adoption in Italia resta una conquista fragile. Non è automatica, non è garantita. Dipende dalla sensibilità dei giudici, dalla disponibilità delle parti, dai tempi e dai costi di un iter legale che molte famiglie non possono permettersi. L’esito può variare a seconda del tribunale, del contesto sociale, perfino della composizione del collegio giudicante. In mancanza di una legge organica, ogni caso è un caso a sé. Ogni bambino ha meno diritti solo perché i suoi genitori sono dello stesso sesso. La sentenza di Firenze non fa che confermare questa verità: oggi in Italia una madre può essere riconosciuta tale solo a patto che un giudice lo permetta. Eppure, queste famiglie esistono da sempre. La legge, semplicemente, non le ha ancora raggiunte.
