Foto

A Roma la disobbedienza lesbica: cronaca della Dyke March italiana del 26 aprile

In barba al presidio stanziale imposto dalla questura per i funerali del papa, migliaia di attiviste hanno scelto di marciare ugualmente: "Siamo qui per riprenderci la storia che abbiamo costruito dal basso, con le nostre vite, con i nostri corpi, con il nostro amore".

ascolta:
0:00
-
0:00
La prima Dyke March italiana a Roma, 26 aprile 2025
La prima Dyke March italiana a Roma, 26 aprile 2025
4 min. di lettura

Lo scorso 26 aprile, Roma ha ospitato la prima Dyke March italiana, intrecciando la celebrazione della Giornata Mondiale della Visibilità Lesbica con l’epilogo simbolico della quarta edizione della European and Central Asian Lesbian* Conference (EL*C). Una marcia storica e inevitabilmente fuori misura, che ha preso forma nonostante le incertezze logistiche, la pressione politica e una coincidenza tanto straordinaria quanto gravosa: quella con i funerali papali.

Ma nulla avrebbe potuto arrestare il desiderio di marciare, nemmeno il ritiro dell’autorizzazione imposto dalla questura. Nel solco della tradizione più autentica – quella inaugurata dalle Lesbian Avengers negli anni ’90, che rifiutava di subordinare la visibilità all’attesa di un permessomigliaia di attiviste hanno scelto comunque di attraversare la città, trasformando una concessione mutilata in una dichiarazione collettiva di esistenza e disobbedienza.

 

View this post on Instagram

 

A post shared by Dyke March Roma 2025 (@dykemarchroma)

La Dyke March riscrive la geografia politica della città

Alle 16:00, quando in Viale Agosta – una striscia di asfalto pedonale ai margini del quartiere Prenestino – hanno cominciato a radunarsi le prime dykes, era già chiaro che il presidio stanziale imposto dalle autorità sarebbe stato solo un punto di partenza. La marcia, pensata per animare il centro della Capitale, era stata costretta a spostarsi in periferia dopo che la morte del Papa aveva catalizzato l’attenzione istituzionale, relegando la Dyke March a una marginalità non solo fisica ma simbolica.

Eppure, come spesso accade, proprio da quella marginalità si è sprigionata la forza che ha rovesciato il destino della giornata. A migliaia, a partire dal presidio, le partecipanti hanno cominciato a muoversi, inondando le strade di canti, slogan, striscioni: un corteo spontaneo e inevitabile, nato dal bisogno fisico di riprendersi uno spazio negato.

A dare voce a questo momento è stata Chiara Piccoli, presidente di ALFI – Associazione Lesbica Femminista Italiana: “Il percorso che ci ha portate a questo giorno è stato frutto di un lavoro di rete straordinario. In passato, per il sistema patriarcale, noi non avremmo neppure dovuto esistere. Oggi siamo qui, con i nostri corpi, i nostri amori, le nostre famiglie, e soprattutto con il nostro orgoglio. Siamo qui anche per chi non ha potuto esserci, per chi ha avuto paura, per chi ancora oggi pensa di essere sola al mondo“.

 

View this post on Instagram

 

A post shared by Dyke March Roma 2025 (@dykemarchroma)

La giornata ha rappresentato anche il culmine della conferenza internazionale EL*C, che dal 23 al 26 aprile ha riunito nella Capitale circa 700 attiviste provenienti da tutta Europa e dall’Asia Centrale. Nelle strade, accanto ai collettivi transfemministi e ai gruppi storici, sfilavano madri lesbiche, giovani che affrontano ogni giorno la scuola e il lavoro come luoghi di sopravvivenza politica, militanti migranti, reti territoriali.

Le lesbiche sono e sono state al centro di tutti i movimenti per il cambiamento sociale, ma la nostra partecipazione è stata ignorata, spesso con la nostra complicità, con il nostro consenso – hanno scritto le organizzatrici nel manifesto – La prima marcia lesbica italiana è nel solco aperto dalla manifestazione di Washington del 1993, per riprenderci il potere dei nostri amori, delle nostre visioni, della nostra rabbia, delle nostre intelligenze, della nostra storia e delle nostre radici“.

Aggiungi Gay.it come fonte preferita in Google!

 

View this post on Instagram

 

A post shared by ILGA World (@ilgaworld)

I cartelli raccontavano di desideri che non si lasciano disciplinare: “Feminism is the theory, lesbianism is the practice“, “Love between women is revolution”, ma anche richiami più espliciti alla necessità di una solidarietà internazionale, in particolare con la Palestina. Più che una parata, un gesto corale e radicale di rottura: la restituzione alla città di un immaginario lesbico che non chiede di essere accolto, ma che impone la propria presenza come fatto compiuto.

Le rivendicazioni di una presenza che non chiede il permesso

Quella che ha preso forma a Roma è stata, fin dall’inizio, un’azione politica carica di rivendicazioni precise. In una stagione europea segnata dal riemergere di progetti reazionari e dalla coalizione tra i movimenti di estrema destra e il neo-integralismo cattolico, la Dyke March ha scelto di collocarsi senza ambiguità dalla parte della lotta per l’autodeterminazione delle donne e delle persone trans, rifiutando ogni compromesso con i discorsi d’odio travestiti da difesa della tradizione.

 

View this post on Instagram

 

A post shared by Emma, foto di (@emmasciarra_fotodi)

 

Accanto alla difesa delle vite lesbiche e trans, si è levata forte la richiesta di un accesso equo alla salute mentale e fisica, che non invisibilizzi le esperienze minoritarie né perpetui le diseguaglianze di genere e orientamento. Un appello che non si limita a denunciare i tagli ai servizi, ma che chiama in causa il modello stesso di cura dominante, ancora intriso di normatività.

Centrale anche la battaglia per una scuola capace di offrire percorsi di educazione sessuale e affettiva liberi da stereotipi sessisti e da ogni forma di omolesbobitransfobia, nella consapevolezza che è nell’educazione che si gioca una delle partite decisive contro il riarmo culturale delle destre.

Il riconoscimento delle famiglie queer e delle persone non binarie è stato evocato come un’urgenza politica, inseparabile da una critica più ampia alla normatività della famiglia tradizionale, mentre la solidarietà internazionale ha trovato un punto di fuoco nella denuncia delle pratiche di pinkwashing, nella difesa incondizionata della causa palestinese e nella denuncia alla deriva oppressiva del governo di Viktor Orban. 

 

View this post on Instagram

 

A post shared by Dyke March Roma 2025 (@dykemarchroma)

Essere lesbiche oggi è un atto di resistenza, è un atto di disobbedienza quotidiana”, ha ricordato Chiara Piccoli dal palco, intrecciando la memoria delle lotte passate con la consapevolezza che ogni conquista è fragile se non si continua a difenderla: “Siamo qui per riprenderci la storia, non quella raccontata da altri, ma quella che abbiamo costruito dal basso, con le nostre vite, con i nostri corpi, con il nostro amore“.

Così, nella città eternamente attraversata dai cortei del potere, una moltitudine di lesbiche ha riscritto, per un giorno, la geografia della possibilità politica. Camminando senza chiedere il permesso. Amando senza chiedere scusa. E lasciando dietro di sé la certezza che il cambiamento, come la libertà, non arriverà mai da un invito.

© Riproduzione riservata.

Mi piace
Commenta
Salva
Condividi

Partecipa alla discussione

Per inviare un commento devi essere registrato.