A pochi giorni dalla sentenza della Corte Suprema britannica che ridefinisce legalmente i termini “donna” e “uomo” ancorandoli esclusivamente al sesso biologico, emergono già le prime applicazioni pratiche destinate a influenzare – negativamente – la vita di migliaia di persone trans.
Tra queste, le nuove linee guida provvisorie pubblicate dalla Equality and Human Rights Commission (EHRC), che regolano l’uso degli spazi pubblici come bagni e spogliatoi. Sulla base di tali indicazioni, le donne transgender dovranno utilizzare i bagni maschili, mentre gli uomini transgender verranno indirizzati a quelli femminili. Per Trans Exclusionary Radical Feminista come J.K. Rowling segregare le donne trans nei bagni maschili è una vittoria femminista. Per migliaia di donne trans già vulnerabili, è una condanna a molestie, abusi, violenza.
La sentenza anti-trans della Corte Suprema
La decisione del massimo organo giudiziario britannico, emessa il 16 aprile 2025, sancisce infatti, senza ambiguità che, ai fini dell’applicazione dell’Equality Act 2010, il sesso di un individuo è un dato biologico immutabile. Non fanno eccezione coloro che abbiano ottenuto un Gender Recognition Certificate (GRC), il documento legale che fino a pochi giorni fa garantiva il pieno riconoscimento dell’identità di genere a livello giuridico.Secondo la nuova interpretazione, il GRC diventa così una mera formalità amministrativa, priva di qualsiasi effetto sostanziale nell’accesso agli spazi segregati per sesso o nella partecipazione a programmi riservati.
Il contesto politico in cui tutto questo avviene rivela molto. Dopo anni di politiche marcatamente reazionarie sotto il governo conservatore di Rishi Sunak, molti avevano riposto speranze in una stagione di ricostruzione sotto il Labour guidato da Keir Starmer. Ma il nuovo corso si è dimostrato ben presto più interessato a rincorrere gli umori del momento che a difendere principi fondamentali. Non stupisce, dunque, che Starmer – appena poche ore dopo la pronuncia della Corte – abbia parlato della sentenza come di “un gradito passo avanti”, elogiandola come una semplificazione normativa “attesa da tempo”.
Ma da chi, esattamente?
Non dalle persone transgender, certo. Non dalle donne che, in tutto il mondo, assistono a un preoccupante arretramento dei loro diritti fondamentali, dai tentativi di limitare il diritto all’aborto, alla marginalizzazione economica alla progressiva erosione delle tutele nei luoghi di lavoro a causa dell’offensiva contro le politiche DEI. Non sono le donne, quotidianamente esposte a dinamiche di dominio e di violenza, ad agitare lo spettro della presenza di una ventenne transgender nel bagno di una discoteca. Chi vive sulla propria pelle il peso del patriarcato sa bene che il vero pericolo non risiede nei corpi esclusi, ma nel potere che perpetua esclusione e violenza.
“Le donne trans sono donne”, migliaia in piazza a Londra dopo la sentenza della Corte Suprema
Ma da oltreoceano le pressioni si sono fatte sentire. L’amministrazione USA, passata sotto il controllo dell’amministrazione MAGA, non ha mai nascosto il proprio disprezzo per le istanze considerate “woke”. J.D. Vance, vicepresidente americano, è stato esplicito: nessun accordo commerciale con paesi che “non tutelano la libertà di pensiero”, che nel lessico trumpiano si traduce in llibertà d’odio. Un messaggio chiaro, ascoltato attentamente a Londra.
Intanto, la British Medical Association (BMA) ha bollato come “scientificamente analfabeta” la riduzione del sesso a dato biologico. Una postura che, purtroppo, sembra sempre più conforme a quel disprezzo per la scienza diventato cifra politica dei tempi trumpiani.
Regno Unito: la segregazione imposta alle persone trans e le sue conseguenze
Pochi giorni dopo la sentenza, la Equality and Human Rights Commission ha quindi reso pubbliche le sue nuove linee guida operative. Il principio è semplice nella sua brutalità: l’accesso ai bagni, agli spogliatoi, ai reparti ospedalieri dovrà basarsi esclusivamente sul sesso assegnato alla nascita. Nessun margine per il riconoscimento dell’identità di genere. Nessuno spazio per la complessità dell’esperienza umana.
Nella pratica, questo significa costringere le donne transgender a entrare nei bagni degli uomini. Esporre i corpi di uomini transgender nei bagni femminili. Creare situazioni potenzialmente pericolose, che mettono a rischio tanto le persone transgender quanto tutte le donne.
Perché ogni donna – cis o trans – sa che i bagni sono troppo spesso spazi vulnerabili, in cui il patriarcato si manifesta nel suo volto più quotidiano: quello della paura. Forzare le donne trans a entrare in spazi maschili non le protegge: le espone. E le rende bersagli perfetti di molestie, aggressioni, violenze.
Gli scenari futuri che si delineano non sono difficili da immaginare: aumento della discriminazione nei confronti delle persone trans; una crescente reticenza a frequentare spazi pubblici; un restringimento progressivo della libertà di movimento e di espressione. La retorica della protezione delle donne rischia di trasformarsi, ancora una volta, in un’arma di esclusione. Ma questa volta, sotto il pretesto della difesa, si costringe lentamente un’intera comunità ad uscire dallo spazio pubblico.
“Vorrei rivolgere una domanda sincera alle donne cisgender che hanno celebrato questa sentenza come una vittoria femminista: davvero considerate un progresso costringere una donna trans a entrare nel bagno degli uomini? – chiede Roberta Parigiani, avvocata e portavoce del Movimento Identità Trans – Davvero vedete in questo il successo al quale aspiravate? Credete davvero che relegare una persona trans in uno spazio che la espone a rischio sia il modo per liberarvi dal patriarcato?
E anche se so che probabilmente non riceverò risposta, vorrei comunque rivolgere lo stesso interrogativo alla ministra Roccella: lottare contro il patriarcato significa forse obbligare me a utilizzare il bagno degli uomini? Se questa è la vostra idea di emancipazione, mi dispiace: non è la mia”.
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