Nel momento più cupo, quando i sondaggi regalavano al conservatore Pierre Poilievre oltre venti punti di vantaggio e anche il Canada sembrava destinato a precipitare in una stagione di revisionismo e chiusura, è accaduto qualcosa di raro. Un popolo ha guardato l’abisso e ha scelto di non cadervi. Le elezioni federali del 28 aprile hanno incoronato Mark Carney, figura anomala nella politica canadese: ex banchiere centrale, europeo per educazione e respiro, progressista pragmatico.
La sua vittoria segna certo la fine dell’era Trudeau – i cui consensi erano calati a picco dopo quasi un decennio al potere –, ma anche l’inizio di una trasformazione geopolitica che parla il linguaggio dell’autodeterminazione e delle alleanze alternative. Il Canada, scosso e indurito da mesi di tensioni, ha scelto di non cedere alla seduzione facile della rabbia. Ha scelto se stesso.
Canada, non passa lo spettro conservatore di Pierre Poilievre
Nelle settimane precedenti al voto, la scena era dominata essenzialmente da due schieramenti. Da un lato, il Partito Liberale, al governo da tre mandati consecutivi, che aveva visto a marzo l’avvicendamento alla leadership: il primo ministro uscente Justin Trudeau aveva annunciato le dimissioni a gennaio, aprendo la strada a Mark Carney, nuovo leader liberale e premier. Dall’altro, l’Opposizione Conservatrice guidata da Pierre Poilievre, in forte ascesa nei sondaggi, sospinta da anni di crescente malcontento per l’inflazione, le questioni migratorie e un generale senso di stanchezza dell’elettorato.
Accanto a loro, giocavano ruoli minori ma significativi anche il Nuovo Partito Democratico (NDP) di Jagmeet Singh, il Bloc Québécois di Yves-François Blanchet e il Partito Verde co-diretto da Elizabeth May e dal giovane attivista Jonathan Pedneault. Nella percezione pubblica, tuttavia, la scelta reale si era ridotta a due figure contrapposte: Mark Carney per i Liberali e Pierre Poilievre per i Conservatori.
All’inizio del 2025, i pronostici erano impietosi per il partito di governo alimentando previsioni di un wipeout, un crollo totale dei Liberali. Ma due eventi hanno riscritto la storia: l’uscita di scena di Trudeau, che ha eliminato un elemento di polarizzazione, e la minaccia esterna rappresentata da Donald Trump. Rieletto alla Casa Bianca, Trump ha infatti scatenato una guerra commerciale durissima contro il Canada, arrivando persino a ventilare provocatoriamente l’annessione del Paese come “51º stato”. L’arroganza di Washington ha però ottenuto l’effetto contrario a quello sperato, risvegliando una profonda unità nazionale ed innescando un’ondata di patriottismo che ha riportato i Liberali in corsa.
Mark Carney ha saputo incanalare questo spirito in una campagna elettorale che ha smesso di essere una normale disputa politica per trasformarsi in una battaglia per l’identità e la sovranità canadese. Dall’altra parte, Pierre Poilievre ha continuato a insistere su temi come il costo della vita, la tassa sul carbonio, la criminalità e l’immigrazione, adottando toni populisti nazionalisti, nello stile di Trump, con slogan come “Canada First” e promesse di guerre contro il “politicamente corretto“.
Una mossa fatale: mentre il clima si surriscaldava a causa delle tariffe punitive e delle provocazioni statunitensi, l’evidente allineamento di Poilievre con la retorica trumpiana è diventato un fardello insostenibile. Nel momento in cui il Canada si ritrovava sotto attacco, la maggioranza dell’elettorato ha cercato protezione, non rottura; competenza, non ideologia. I segnali di una mobilitazione straordinaria erano già evidenti nei giorni di voto anticipato, con lunghe code ai seggi e numeri record di partecipazione. Gli osservatori parlavano delle “elezioni più decisive per il Canada da decenni” e ipotizzavano un’affluenza attorno o oltre il 70%, ben più alta del 62% registrato nel 2021.
Canada, il voto come atto di resistenza contro le ingerenze culturali USA
Non era del resto un’elezione come le altre. E non lo è mai stata, da quando Donald Trump ha varcato per la seconda volta le porte della Casa Bianca e ha riversato sul vicino settentrionale tutto il repertorio della sua politica muscolare: dazi punitivi su acciaio e automobili, accuse infondate di complicità nel traffico di fentanilo, fino alla minaccia surreale — ma non per questo meno violenta — di annettere il Canada come 51º stato degli Stati Uniti. Una provocazione che ha trasformato il confronto politico interno in qualcosa di diverso: una scelta esistenziale tra sovranità e subalternità.
In questo clima, Mark Carney si è imposto come l’alternativa credibile a una deriva di resa negoziata. Certo, anche Pierre Poilievre aveva promesso di opporsi ai soprusi americani; ma il suo progetto politico — ispirato alle retoriche anti-sistema della destra MAGA — avrebbe finito per aprire a un pericoloso dialogo con l’amministrazione repubblicana, diluendo l’indipendenza canadese sotto il peso di compromessi inconfessabili. Carney, invece, ha incarnato la possibilità di un no netto, elegante ma irriducibile. L’effetto è stato palpabile: l’affluenza attorno al 70% ha superato le previsioni, il voto anticipato ha battuto ogni record, le file ai seggi sono diventate un gesto di orgoglio nazionale.
E il risultato è arrivato: pur senza conquistare la maggioranza assoluta, il Partito Liberale ha vinto per la quarta volta consecutiva, riportando al centro della politica canadese i temi della sovranità, della pluralità e dei diritti. È stata, prima ancora che la vittoria di Carney, la vittoria di un popolo che ha rifiutato di essere ridotto a pedina. E per la comunità LGBTQIA+, vere oggi a Ottawa un premier che difende apertamente il diritto di ogni persona a “essere chi è e amare chi vuole” – come dichiarato da Carney in campagna elettorale – è forse anche un atto di fede.
Ma l’esito delle urne non ha avuto solo una valenza interna: si è immediatamente proiettato sullo scacchiere internazionale, dato il contesto di tensione con gli Stati Uniti e la necessità, per Ottawa, di ridefinire i propri partenariati globali. Il messaggio uscito dalle urne — un Canada compatto nel difendere la propria sovranità — è stato accolto con favore dagli alleati tradizionali in Europa e nell’area del Pacifico, mentre ha aperto una frattura storica con Washington.
Nel suo discorso della vittoria, Carney ha parlato senza giri di parole: “La vecchia relazione che avevamo con gli Stati Uniti, fondata su un’integrazione economica sempre più profonda e su una stretta cooperazione in materia di sicurezza e difesa, è finita”. L’America di Trump non è più considerata un attore affidabile dell’ordine globale liberale. Il sistema di libero scambio globale ancorato da Washington, che aveva garantito prosperità al Canada per decenni, è stato dichiarato “concluso” dal nuovo premier.
Il Canada guarda ora a ovest, verso l’area dell’Asia-Pacifico. I governi di Giappone, Corea del Sud e Australia avevano già manifestato, durante la campagna elettorale, il loro sostegno implicito a Ottawa contro le politiche tariffarie americane. La vittoria di Carney ha subito rafforzato questi legami: il primo ministro australiano è stato tra i primi a congratularsi pubblicamente, confermando la volontà di intensificare una collaborazione strategica basata su valori condivisi e interessi economici comuni.
Anche sul fronte europeo, la vittoria di Carney ha aperto nuovi scenari. La presidente della Commissione UE, Ursula von der Leyen, ha parlato di un rafforzamento dell’asse euro-canadese nella difesa dei valori democratici e del multilateralismo, mentre Parigi e Berlino hanno accolto con favore il risultato elettorale, vedendo nel Canada un alleato prezioso contro l’unilateralismo di Trump.
Canada, Mark Carney: il tecnocrate che ha giurato fedeltà al mosaico canadese
Mark Joseph Carney, 60 anni, nato a Fort Smith nei Territori del Nord-Ovest, non è però un politico di professione, ma un economista di fama mondiale – se questo giova a favore o a sfavore dei canadesi, sarà tutto da vedere. Laureato ad Harvard e dottorato a Oxford, ha trascorso i primi anni della sua carriera tra Londra, Tokyo, New York e Toronto come dirigente di Goldman Sachs. Negli anni Duemila è passato al settore pubblico canadese e, nel 2008, è stato nominato governatore della Banca del Canada, proprio alla vigilia della grande recessione. La gestione salda e innovativa della crisi gli ha garantito fama internazionale e, nel 2013, è diventato il primo nordamericano a guidare la Banca d’Inghilterra, navigando con abilità attraverso le turbolenze della Brexit.
Terminato il suo mandato a Londra, Carney è rientrato in patria, lavorando nel settore privato e come inviato speciale dell’ONU per il clima. Il suo nome, già circolante tra i liberali canadesi come possibile delfino di Justin Trudeau, ha trovato concretezza nel marzo 2025, quando, senza precedenti elettivi, ha assunto la guida del Partito Liberale e, con essa, il ruolo di Primo Ministro grazie alla maggioranza parlamentare. Il successo elettorale del 28 aprile 2025 ha sancito la sua capacità di trasformare la reputazione da tecnocrate in consenso politico, in un momento in cui il Canada cercava una guida pragmatica e visionaria insieme.
La sua prima decisione da premier – tenere per sé l’interim delle Finanze – ha dato il tono di un governo “snello ed efficiente“, con ministri scelti per competenze tecniche più che per bilanciamenti politici. Una scelta che, se da un lato ha rassicurato i mercati e una parte della popolazione preoccupata per la stabilità, dall’altro ha acceso polemiche nel campo dei diritti sociali.
Mark Carney e i diritti LGBTIAQ+
Sul fronte dei diritti civili e LGBTQIA+, Carney ha però già fermamente rivendicato la necessità di difendere — e se possibile, di estendere — quegli spazi di libertà che altrove vengono quotidianamente messi in discussione. Dalla protezione delle persone trans contro derive legislative discriminatorie alla promozione di politiche attive di inclusione, il nuovo premier si è impegnato a mantenere il Canada tra i pochi paesi in cui i diritti non si discutono. Ha promesso di garantire l’accesso equo alle cure, inclusa la terapia di affermazione di genere, e di vigilare contro ogni tentativo di erosione dei diritti conquistati, in particolare nelle province più conservatrici.
Sul tema della sicurezza nazionale, ha spinto per un rafforzamento dell’autonomia difensiva del Canada, aumentando gli investimenti nella difesa e cercando nuove partnership strategiche con l’Europa. Sul piano migratorio, ha mantenuto una linea di apertura moderata, riconoscendo l’importanza vitale dell’immigrazione per l’economia canadese, ma insistendo sulla necessità di una gestione “ordinata e sostenibile” dei flussi, in modo da non sovraccaricare il tessuto sociale.
Sul piano internazionale, ha tracciato una nuova rotta audace: costruire un “Occidente alternativo“, rafforzando i legami con l’Europa non solo sul piano commerciale, ma anche e soprattutto su quello della difesa. Consapevole che l’ombrello NATO non può più contare ciecamente sulla protezione statunitense, ha avviato un dialogo per una maggiore integrazione militare euro-canadese. Dalla partecipazione potenziale alla Joint Expeditionary Force (JEF) guidata dal Regno Unito, alla collaborazione con i progetti PESCO della difesa europea, il Canada di Carney guarda a Bruxelles, Londra e Berlino come nuovi cardini strategici. Con missioni comuni già in corso — dal rafforzamento del fianco est della NATO alla sorveglianza delle rotte artiche — e la possibilità di future alleanze più strette in ambito artico e cyberdifensivo, il Canada aspira dunque a diventare parte di un nuovo pilastro transatlantico, più autonomo dagli Stati Uniti. E Carney, forte dei suoi legami storici con il Regno Unito e della sua formazione internazionale, appare come l’uomo giusto per guidare questa transizione epocale.
Eppure, il nuovo premier canadese non è immune da ambiguità. L’abolizione del Ministero per le Donne e l’Uguaglianza di Genere — motivata con l’esigenza di snellire il governo — ha sollevato più di un allarme tra chi teme che l’efficienza possa diventare il pretesto per marginalizzare battaglie non ancora vinte. Le promesse di continuità sul fronte dei diritti LGBTQIA+ devono ancora tradursi in atti concreti, e il rischio che la complessità del reale intacchi la limpidezza dei principi è sempre in agguato.
Ma dopo lo spavento di aver visto i propri valori a rischio, il Canada ha saputo fare un passo indietro. Toccherà a Mark Carney dimostrare che la competenza può essere anche coraggio, e che dietro la sobrietà delle parole si può celare una determinazione incrollabile a proteggere ciò che il Canada ha di più prezioso: il diritto di non assomigliare a nessun altro.
