Budapest: “Se un Pride può essere vietato, l’Europa ha fallito: Meloni segue Orbán” – Intervista ad Alessandro Zan

"Orbán e Meloni usano le istituzioni per imporre la loro visione regressiva della società".

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A poche ore dal Budapest Pride abbiamo intervistato Alessandro Zan
A poche ore dal Budapest Pride abbiamo intervistato Alessandro Zan
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Cosa non ha fatto l’Unione Europea, troppo debole con l’Ungheria, che ancora una volta ne ha tradito i valori fondanti e i Trattati? Il Partito Democratico toglierà il sostegno alla Commissione von der Leyen? Quale fiducia possono ancora riporre le persone LGBTIAQ+ europee nell’Unione?

A poche ore dal Pride di Budapest, vietato dalla “democrazia illiberale” ungherese –  come viene orgogliosamente definita dallo stesso Viktor Orbán – abbiamo parlato con Alessandro Zan, eurodeputato del Partito Democratico, vicepresidente della LIBE (commissione per le libertà civili, la giustizia e gli affari interni), in partenza per la capitale ungherese nel giorno in cui si celebrano i moti di Stonewall del 28 Giugno 1969.

 

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Oggi polizia e questura qui a Budapest applicheranno la legge con cui il governo di Viktor Orbán ha vietato il Pride, ma il sindaco Gergely Karácsony si oppone: ricorda lo scontro tra sindaci italiani e tribunali e procure dopo la circolare Piantedosi con cui il governo Meloni ha iniziato la sua persecuzione sulle famiglie arcobaleno.

Assolutamente sì. In entrambi i casi parliamo di sindaci coraggiosi che scelgono di stare dalla parte dei diritti, contro Governi che vorrebbero cancellare identità per legge. Non dimentichiamoci che anche in Italia la polizia è stata usata per notificare cancellazioni di atti di nascita: non è così diversa la dinamica. Orbàn e Meloni usano le istituzioni per imporre la loro visione regressiva della società, ma ci sono amministratori che non ci stanno. I sindaci sono ormai l’ultimo baluardo della democrazia sui territori.

Il PD ritirerà l’appoggio alla Commissione Von der Leyen per l’ambiguità sul Budapest Pride oltre che per le ambiguità sul riarmo, come ha detto Schlein?

Von der Leyen sta tradendo la maggioranza che l’ha eletta, anche per le ambiguità sul riarmo, e rischia di diventare il notaio della destra sovranista europea. Lo abbiamo visto sull’ambiente, sull’Albania, sui migranti e ora anche sulla libertà di manifestare. Non basta un video pubblicato sui social, a due giorni dal Budapest Pride, per essere dalla parte dei diritti. E’ un segnale troppo blando e troppo tardivo, dopo mesi in cui chiediamo una presa di posizione netta, anche attraverso una lettera scritta da me e firmata da altri 59 eurodeputati. Dopo quella lettera, perlomeno la Commissaria all’Uguaglianza Lahbib aveva annunciato la sua partecipazione. Ma ieri, da Budapest, dopo aver difeso il Pride, Lahbib non ha dato garanzie sulla sua presenza alla manifestazione di oggi: se non partecipasse, sarebbe un fatto gravissimo.
L’ha detto anche la segretaria Schlein: d’ora in poi la Commissione non dia più per scontati i nostri voti.

Ma cosa può fare concretamente la commissione EU? E il parlamento EU? Intanto Orban ha risposto per le rime.

La Commissione non è impotente. Potrebbe attivare le misure ad interim nell’ambito della procedura d’infrazione già in corso contro l’Ungheria per la legge anti-lgbt. Contro questa legge, per esempio, la Commissione ha già agito con decisione, portando l’Ungheria davanti alla Corte di Giustizia dell’Unione Europea. Aspettiamo la sentenza, ma già l’opinione dell’avvocata generale evidenzia che l’Ungheria si discosta dai valori dell’Unione e dai principi di una democrazia costituzionale. Servono volontà e coraggio. E se Orbán risponde per le rime, allora gli si risponda con i fatti. Se un governo vìola sistematicamente lo Stato di diritto, va sanzionato.

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Orbán è assediato dal vantaggio elettorale del suo sfidante Magyar che è comunque un populista conservatore ma più europeista: voteranno tra meno di un anno. Non conviene attendere quella svolta di autodeterminazione degli ungheresi?

Che l’Ungheria si autodetermini va benissimo. Ma nel frattempo l’Europa deve difendere i suoi valori. Non si può restare alla finestra mentre si violano diritti fondamentali: la democrazia non si sospende in attesa del prossimo turno elettorale. L’Europa deve agire ora.

Su questo Pride a Budapest l’Unione si gioca la credibilità: come possono le persone LGBTI credere in questo progetto se una qualsiasi Ungheria vieta i pride?

La posta in gioco è proprio questa: se si può vietare un Pride in un Paese dell’Unione, allora l’Unione ha fallito. La credibilità dell’Europa si misura nella capacità di garantire i diritti fondamentali ovunque, non solo nei Paesi progressisti. Se permetti a Orbán di vietare il Pride senza conseguenze, allora legittimi chi vorrà fare lo stesso in un altro Paese, Italia compresa. Se non si reagisce a questa violazione, la fiducia delle cittadine e dei cittadini viene meno. Questo non è un dettaglio: è una ferita al cuore del progetto europeo. Per questo sono qui a Budapest: per dire che noi non arretriamo.

Il decreto sicurezza italiano somiglia alle prime mosse di Orbán di qualche anno fa: se non si argina l’Ungheria oggi, domani sarà la volta dell’Italia di Meloni e poi chissà.

La legge sicurezza, la crociata contro le famiglie omogenitoriali, gli attacchi alla stampa e alla magistratura, le querele temerarie contro scrittori, giornalisti, intellettuali, la propaganda contro le persone migranti: è tutto parte dello stesso disegno. Orbán è il manuale che Meloni sta seguendo passo passo ed è un modello per le destre sovraniste europee. Ecco perché l’Europa deve reagire subito: arginare l’Ungheria non è solo una questione ungherese. E’ una diga contro l’autoritarismo che avanza ovunque.

L’Unione Europea si sta disgregando su tutto, inclusa la mancata revisione del consiglio di Stati dell’accordo UE/Israele: come si supera questo burrone senza caderci dentro?

Servono leadership coraggiose e visione politica. L’Europa non può restare prigioniera dei veti incrociati dei governi nazionali. Serve una riforma che metta fine al diritto di veto dei singoli Stati, che dia più poteri al Parlamento. E soprattutto, serve ripartire dai diritti, con una politica comune sui diritti. Non si costruisce coesione sacrificando le libertà: serve difendere diritti, giustizia sociale e pace.

Ci saranno scontri secondo lei domani al Pride qui a Budapest?

Non possiamo escluderlo, purtroppo. Ma noi ci saremo lo stesso. Battersi per la libertà e per la democrazia è molto più importante che correre qualche rischio. Proprio perché ci battiamo per la difesa della democrazia noi siamo dalla parte giusta della storia e loro dalla parte sbagliata.

 

 

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